Sette parole per il nuovo anno scolastico

di Sergio di Benedetto in www.vinonuovo.it del 7 settembre 2020

Comincia il nuovo anno scolastico, forse il più difficile dell’Italia repubblicana. Quello che mi sento di condividere è una manciata di parole: sette parole che mi piacerebbe potessero esserci da guida nei prossimi mesi, sette parole che ciascuno di noi può provare a custodire, al di là di protocolli, regole, misure.

Ascolto: il mondo della scuola ha bisogno di ascolto. Ne hanno bisogno gli studenti, hanno bisogno di sapere che qualcuno raccoglierà le loro parole, i loro timori, le loro speranze, le loro fatiche, il loro disorientamento. Hanno bisogno di ascolto i docenti, spesso sfiduciati e demotivati. Hanno bisogno, gli insegnanti, che famiglie e istituzioni ascoltino le loro frustrazioni, le loro idee, i loro desideri, cercando di ridare legittimità a un mestiere importante, che non è un hobby, ma non è nemmeno una missione fatta di abnegazione totale. È un lavoro, e come tale va salvaguardato e considerato. Hanno bisogno di ascolto le famiglie, che si sono trovate a ‘curare’ e ‘gestire’ i figli in mesi di grandi cambiamenti: hanno bisogno di vedere che istituzioni e docenti accolgono paure, malessere, desideri, difficoltà, anche molto pratiche. C’è un’alleanza tra studenti, docenti e famiglie che va assolutamente messa in atto, perché troppo spesso è stata solo sulla carta.

Responsabilità: il tempo che verrà, nel tentativo di limitare il contagio, sarà un tempo di responsabilità. Nessun protocollo, nessuna norma potrà salvare il più debole dal virus, se non ci sarà una dose di responsabilità che è cura degli altri. Una responsabilità che è questione di piccoli gesti: mettere bene la mascherina, tenere la distanza fisica, disinfettare le mani, evitare comportamenti a rischio. Saranno chiamati a responsabilità i docenti, che dovranno lavorare con impegno e competenza. Saranno chiamati a responsabilità i genitori, che dovranno attuare quei comportamenti privati utili al contenimento del virus, senza delegare tutto alla scuola. Saranno chiamati a responsabilità gli studenti: prendersi cura dell’altro, non approfittare della situazione per piccole fughe, rispettare l’adulto e i suoi consigli. Saranno chiamate a responsabilità le istituzioni, ricordando che la scuola non può essere mero strumento per guadagnare un pugno di voti né un luogo che vive di improvvisazioni.

Pazienza: è molto probabile che non tutto andrà bene, che non tutto procederà con linearità. Ma invece che far esplodere subito la critica e la polemica sterile saremo chiamati tutti a portare pazienza. Portare pazienza con lo studente distratto o poco responsabile, portare pazienza con il docente in difficoltà o demotivato, portare pazienza con i genitori esigenti e battaglieri. Siamo tutti esseri umani, con il nostro bagaglio di qualità, difetti, pigrizie, pretese sugli altri.

Fiducia: non avremo un anno scolastico vivibile se mancheremo di fiducia. Fidarsi è rischioso, perché ci rende vulnerabili, ma non può reggere un gruppo umano che si basa sul sospetto. Docenti, studenti, genitori: dovranno tutti fidarsi gli uni degli altri, accettando anche di non capire tutto subito, ammettendo che l’altro non per forza stia agendo per provocarci un danno. Ma la fiducia sarà necessaria anche verso i comitati di esperti e le istituzioni, pur nei limiti emersi nel corso dei mesi.

Visione: la scuola italiana ha bisogno di una visione, che può maturare solo dal confronto, dal dialogo, dalla conoscenza della sua realtà. È necessario che ogni singola scuola si interroghi su cosa vuole essere nei prossimi dieci anni. È necessario che provi a chiederselo il docente come la famiglia e, se possibile, lo studente.

È necessario che se lo chieda anche la politica, al di là di bandiere e colori partitici. Sarà forse utopia quest’ultima, ma non c’è una via diversa per ricostruire un paese se non cercando un dialogo sul quello che vorremo essere, tutti insieme, nel 2030.

Investimento: nel corso degli anni l’investimento nella scuola è stato sempre minore: dalla crisi del 2008 al 2016 l’Italia ha investito in istruzione 5 miliardi in meno all’anno. Nel 2018 l’Italia ha speso circa 1500 dollari in meno a studente rispetto a Germania e Francia (dati forniti da Openpolis). Le strutture sono vecchie e pericolanti, le classi sono sovraffollate, i finanziamenti spesso vanno a progetti ‘bandiera’ che poco incidono sulla didattica, gli stipendi degli insegnanti sono molto al di sotto della media europea e non competitivi con il mercato del lavoro. Ma l’investimento va fatto anche in termini di stima, di formazione, di comunicazione: senza fondi la scuola non vive, ma richiede anche tempo, attenzione, conoscenza reale e seria.

Comunità: la scuola è una comunità di studenti e adulti che, a loro volta, vivono nella comunità civile. Communitas, in latino, indica ‘mettere insieme il proprio servizio e il proprio dono’ per motivi di riconoscenza; communitas deriva dalla radice mei, che indica lo scambio. Siamo parte di rapporti umani in cui c’è un continuo scambio: lo stesso accade a scuola, in cui un flusso continuo di ‘scambi’ procede tra i suoi protagonisti, uno ‘scambio’ mai a senso unico. Si dà e si riceve, tutti, sempre.

Tornare alla comunità, tornare a sentirci parte di un cammino comune: non ci salveremo da soli. Prendersi cura dell’altro, prendersi a cuore l’altro, ma non in modo generico. Il prossimo è sempre quello che mi sta più vicino, adulto o bambino che sia.

Dice il Talmud: “chi salva una vita salva il mondo intero”. Potremmo anche dire che chi ‘salva’ uno studente, salva il mondo intero.