Vivere l’Avvento

Risultati immagini per corona d'avvento

di Goffredo Boselli, monaco di Bose

“Vegliate!” è la parola del Signore che fa avvenire l’Avvento, lo fa essere, lo fa cominciare ancora una volta, creando al tempo stesso la venuta e l’attesa. “Vegliate” risuona nel momento stesso in cui attorno a noi la natura, sfinita per i frutti, si addormenta nel sonno dell’inverno e le giornate vedono diminuire la luce e crescere la notte. Non a caso è in questi giorni che la Chiesa inizia la liturgia dell’Avvento, i giorni più bui dell’anno e dunque giorni del lungo vegliare. Questi sono i giorni nei quali la luce è desiderata e invocata più che mai, fino a Natale che, tradizionalmente, è il giorno nel quale il sole e la sua luce tornano a vincere le tenebre. Vivere l’Avvento significa comprendere che in ogni cosa c’è un’attesa, ogni essere contiene in sé un avvenire, ogni vivente attende una venuta. In tutto questo si iscrive l’attesa di noi cristiani che invochiamo il Veniente, facendosi voce di ogni creatura: “Marana tha! Vieni, Signore Gesù!”.

Vegliare significa prendersi cura. “Vegliate!”, ci comanda il Signore. L’esatto contrario della vigilanza è la noncuranza. L’Avvento è il tempo dell’uomo e della donna che lottano contro lo spirito della noncuranza che si manifesta in tanti e diversi modi. Si manifesta come indifferenza e insensibilità verso le persone, come superficialità nei rapporti, disinteresse verso le situazioni e i momenti, inconsapevolezza del peso delle parole e dal valore del linguaggio, incuria degli oggetti, trascuratezza dei luoghi. La noncuranza prende la forma della dimenticanza, della mediocrità assunta a canone, della trascuratezza, che a lungo andare amareggiano la vita propria e quelle altrui. La negligenza, le piccole e reiterate omissioni poco a poco erodono il desiderio fino ad annientarlo. La noncuranza è di chi ha uno smisurato amore per sé. Esistere solo per sé stessi porta a non vedere l’altro, non riconoscerlo per quello che è, condannarlo all’irrilevanza fino a toglierli la vita senza ucciderlo. Vegliare significa opporsi tenacemente all’incuria esercitando il desiderio di vedere volti e ascoltare voci. Veglia e attende colui che ha cura e interessamento per tutti e tutto. Aver cura significa riconoscere il valore di ogni singola persona e di ciascuna relazione. Vuol dire riservare grande attenzione alla singola parola, al gesto più semplice e quotidiano, parole e gesti che giorno dopo giorno fanno una vita. Veglia chi dichiara che nulla e nessuno gli estraneo, e rinuncia a dire: “Non mi interessa”.

“Vegliate!”, ci comanda il Signore. Ma si può anche fingere di vegliare. Simulare la vigilanza è ipocrisia: all’esterno mostrarsi vigilante ma dentro dormire. L’esatto contrario della vigilanza è l’ipocrisia, la falsità, l’insincerità, la finzione e la doppiezza. I comportamenti personali diventano comportamenti sociali e prendono il nome di conformismo, perbenismo, moralismo. Demandare ad altri è l’esatto contrario del vigilare. Non vigilare è delegare invece di assumere in prima persona la responsabilità, la scelta, l’onere. Per essere vigilanti è necessario essere liberi da sé stessi e dal giudizio degli altri.

Credere nella notte. Vegliare significa attendere e credere nella notte. […] Per credere nella notte il Signore ci ha dato l’unica cosa necessaria a chi sta nel buio, una lampada: “La tua parola è lampada ai miei passi” (119,105). Disponiamo solo della piccola fiamma di una lampada. Ma una fiamma non illumina tutto, non permette di vedere tutto ma solo quanto basta per muove i passi. Per questo, la nostra fede, come la Parola che la genera, è solo una piccola fiamma che non permette di vedere tutto come in piena luce, non possiede la chiarezza su tutto, e dunque non dà certezze incrollabili, non offre verità assolute da imporre con forza, non permette l’arroganza di chi presume di possedere tutta verità. I credenti nella notte cercano la verità con la stessa fatica con la quale nel buio si cerca il cammino: a tentoni, spesso sbagliando e andando fuori strada. Vegliare in questo Avvento sarà dunque per noi rimanere credenti nella notte, vegliando a non trasformare la fiammella della nostra fede in un sole abbagliante che acceca tutti. La notte sia sempre la misura della nostra fede, perché se cediamo alla tentazione di voler vedere e sapere tutto, non vivremo più nello spazio della fede, ma delle certezze, e noi non saremo più dei credenti. Essere credenti nella notte, come Gesù ci ordina, significa inoltre prendere coscienza che la notte è il tempo del silenzio, delle voci basse, dei sussurri, del mormorio sommesso. Nella notte non si grida, non si alza il tono, non si fa udire in piazza la propria voce. Gesù, istituendoci credenti nella notte, vuole che la sua parola, il suo vangelo si misuri con il silenzio della notte.

Il vangelo, infatti, non è un’ideologia di cui far propaganda nelle piazze di questo mondo, non è una prodotto da svendere sul mercato e per questo non va né gridato né sbandierato. Il vangelo è una buona notizia, e la notizia buona la si racconta. Un racconto si addice più all’intimità e al silenzio della notte che alla piazza affollata di gente nell’ora di mezzogiorno. Vegliare in questo Avvento sarà dunque per noi saper raccontare il vangelo senza infrangere il silenzio della notte.