Cosa ne è stato dell’eredità di Martin Luther King?

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intervista a David Emmanuel Goatley a cura di Marta D’Auria in “www.riforma.it” del 4 aprile 2018

Cinquant’anni fà moriva assassinato il pastore battista Martin Luther King Jr. apostolo della nonviolenza, difensore dei diritti, oltre che premio Nobel per la Pace nel 1964. «Non so ora che cosa accadrà. Abbiamo dei giorni difficili davanti a noi. Ma ora non importa. Perché sono stato sulla cima della montagna. E non mi interessa. […] Voglio solo fare il volere di Dio. E Dio mi ha permesso di salire sulla montagna. E di là ho visto la Terra Promessa. Forse non ci arriverò insieme a voi. Ma questa sera sono felice. Non ho paura di nulla. Non ho paura di alcun uomo, i miei occhi hanno visto la gloria del Signore che viene». Sono state le ultime di Martin Luther King. Rese profetiche perché poche ore dopo – la sera del 4 aprile 1968 – egli veniva ucciso sul ballatoio del Motel Lorraine di Memphis, Tennessee, da alcuni colpi di arma da fuoco. Al pastore battista David Emmanuel Goatley, membro della Naacp, la più antica organizzazione per i diritti civili degli afroamericani di cui fece parte anche M. L. King, abbiamo rivolto alcune domande.

Quest’anno ricorre il 50° anniversario dell’assassinio di Martin Luther King Jr. Qual è il significato di commemorare la vita e il servizio del pastore King in un periodo in cui gli Stati Uniti stanno affrontando di nuovo e drammaticamente episodi di odio razziale? Cosa ne è stato dell’eredità di King? «Il Dr. King capì che il lavoro sull’equità razziale e sulla giustizia sociale non era un evento che poteva essere sperimentato o un viaggio che poteva concludersi con l’arrivo in una destinazione specifica. Egli affermò «Benché l’arco dell’universo morale sia molto lungo, esso si piegherà verso la giustizia!”. Il recente aumento della retorica e delle azioni violente ci ha ricordato che dobbiamo continuare a perseguire e costruire equità e giustizia. Il lavoro in corso per realizzare e proteggere l’uguaglianza e la giustizia continua a onorare la sua eredità oggi e in futuro».

Il pastore Jim Wallis, fondatore della rivista Sojourners che promuove la giustizia sociale, ha detto che da ogni pulpito in America, i pastori dovrebbero predicare che il razzismo è il peccato originale dell’America. Le chiese hanno abbandonato questo tipo di predicazione? Quale dovrebbe essere il loro ruolo nella lotta all’odio razziale e alla disuguaglianza? «Molti pastori afroamericani proclamarono che “il razzismo è il peccato originale dell’America” molto prima che Jim Wallis scoprisse questa verità, e continuano a farlo. Tuttavia la maggior parte dei pastori bianchi americani non hanno questa posizione. Essi hanno beneficiato del privilegio dei bianchi per così tanto tempo che danno per scontato il loro vantaggio ereditato da generazioni di stipendi rubati ai neri americani e dai sistemi politici, educativi ed economici in corso che continuano a svantaggiare i neri americani e a sopravvalutare i bianchi americani. Le chiese dei bianchi non hanno abbandonato questo tipo di predicazione. E quasi mai hanno predicato che “il razzismo è il peccato originale dell’America”. Il loro ruolo dovrebbe essere quello di sfidare i loro membri di chiesa a lavorare per eliminare l’ingiustizia razziale individualmente e collettivamente».

Secondo lei, quali aspetti del pensiero e del metodo di King dovrebbero essere riscoperti e meglio valorizzati nel nostro tempo? «Il lavoro di King nell’ultima parte della sua vita ha prestato particolare attenzione all’ingiustizia della guerra. Diventò critico della guerra del Vietnam e chiese una tregua unilaterale per far posto ai colloqui di pace. La sua attenzione globale alla guerra ha causato una significativa opposizione da parte di persone che pensavano che avrebbe dovuto limitarsi a questioni di ingiustizia razziale. L’impegno di King per la giustizia razziale si allargò alla giustizia economica per tutte le persone e si ampliò ulteriormente ad un impegno verso la pace a livello globale. Dovremmo riscoprire il suo impegno a difendere la giustizia. Il suo coraggio di onorare la convinzione che tutti gli esseri umani sono preziosi per Dio dovrebbe ispirarci a lavorare per realizzare l’uguaglianza e garantire la giustizia per tutte le persone vulnerabili e violate in ogni parte del mondo».

In un mondo caratterizzato dalla violenza a più livelli, in che senso e perché la nonviolenza come metodo è un cammino percorribile? «Le persone malvagie hanno dimostrato la loro volontà di distruggere totalmente gli altri attraverso l’uso della violenza. Pragmaticamente, è impossibile superare il male con il male o superare la violenza con la violenza. La violenza produce la volontà di reagire con violenza. Essa non può mai finire finché tutti non sono morti. Al di là del pragmatismo dell’incapacità della violenza di porre fine alla violenza, le persone che appartengono a Dio devono lavorare per evitare di abbassarsi al livello della violenza. Dobbiamo lavorare per la pace. Dobbiamo lottare per la pace. Dobbiamo costruire la pace se vogliamo che le persone prosperino e il mondo migliori».