La santità? No, non è per superuomini

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di Pierangelo Sequeri in “Avvenire” del 10 aprile 2018

Firmata il 19 marzo e presentata il 9 aprile, l’esortazione apostolica “Gaudete et exsultate. Sulla chiamata alla santità nel mondo contemporaneo”, risponde all’obiettivo di «far risuonare ancora una volta la chiamata alla santità, cercando di incarnarla nel contesto attuale, con i suoi rischi, le sue sfide e le sue opportunità» (n. 2).

Gaudete et exsultate” si aggiunge agli altri testi magisteriali già pubblicati da papa Francesco. L’enciclica “Lumen fidei” ha completato il percorso iniziato da Benedetto sulle tre virtù teologali. L’esortazione apostolica “Evangelii gaudium” è il programma di riforma del papato di Francesco. L’enciclica “Laudato sì” dà forma al tema ambientale all’interno della dottrina sociale della Chiesa. L’esortazione apostolica “Amoris laetitia” conclude il percorso del duplice sinodo sulla questione della famiglia oggi. “Gaudete et exsultate” sembra nasca direttamente dalla pratica pastorale, da quell’avvertire «l’odore delle pecore» che qualifica il papa. Essa nasce dal contatto del papa con la gente e vuole orientare il cammino del popolo di Dio.

L’immagine che mi ha preso la mente, dopo aver letto la Gaudete et exsultate di papa Francesco, è questa: «Ti sono rimessi i tuoi peccati. Alzati e cammina», indirizzata alla Chiesa, in primo luogo e con ogni evidenza (cfr. n.39; 165). Come ricorderete, sono le parole che Gesù pronuncia in occasione dell’ennesima stucchevole discussione con coloro che gli contestavano la pretesa di rimettere i peccati al paralitico che i suoi amici avevano fatto passare da un buco del tetto (Mc 2, 1-12). Gesù conferma il suo clamoroso atto di misericordia, aggiungendovi il miracolo della guarigione. La chiamata alla santità incomincia sempre di qui: dal miracolo di una grazia della liberazione dal male che non si lascia imporre condizioni, né fissare limiti. Tentazione infinita, sempre risorgente, quella di imporre condizioni e di fissare limiti alla grazia. I credenti per primi esaminino se stessi a questo riguardo, ammonisce in molti modi il Papa: accade infatti che i nostri atteggiamenti non corrispondano «a quello che affermiamo sulla necessità della grazia, e nei fatti finiamo per fidarci poco di essa» (n.50). E che cosa fa la grazia che apre e riapre la santificazione della vita?

In primo luogo, ci rende serenamente consapevoli dei nostri limiti. Proprio così. Ci guarisce dalla presunzione di avere l’ultima parola sull’agire di Dio: l’ostacolo maggiore al riconoscimento del dono. Il primo atto della grazia che raggiunge il paralitico del Vangelo, come spesso accade, è ‘un piccolo particolare’ che ci incanta, al quale è emozionante prestare attenzione (cfr. n.144). Perché è l’inizio di tutto: quattro persone, dopo aver visto che la porta principale di accesso alla presenza di Gesù è ostruita da una grande folla, fanno un buco nel tetto proprio sopra Gesù e lo depongono ai suoi piedi. Già questo, ti porta gioia nel cuore. Trovassimo quattro amici, ogni volta, quando siamo peccatori e paralitici, peccatori e ciechi, peccatori e sordi. Facessero pure un buco nel tetto della casa (o della chiesa), fino a che non ci hanno portati davanti a Gesù.

In realtà, come scrive papa Francesco appoggiandosi alla Parola, «noi siamo circondati da una moltitudine di testimoni» (Ebrei 12, 1), i quali «ci spronano a non fermarci lungo la strada». Basta stare attenti «a un piccolo particolare» e la scena della vita si illumina di grazia. Tra di loro «[…] può esserci la nostra stessa madre, una nonna o altre persone vicine (cfr. 2 Timoteo 1, 5). Forse la loro vita non è sempre stata perfetta, però, anche in mezzo a imperfezioni e cadute, hanno continuato ad andare avanti e sono piaciute al Signore» (n.3). La grazia della santificazione della vita, del resto, è dono destinato agli uomini, non ai super-uomini (n.50).

Il popolo delle Beatitudini, che impedisce alla storia del genere umano di sprofondare nell’incredulità e nell’ingiustizia, è per lo più un popolo di ‘invisibili’. «Sicuramente – scrive il Papa – gli avvenimenti decisivi della storia del mondo sono stati essenzialmente influenzati da anime sulle quali nulla viene detto nei libri di storia» (n.8). La meditazione di papa Francesco illustra, nei corposi capitoli del testo, le diverse porte di ingresso al mistero della santificazione della vita. Queste porte – l’umile apertura del cuore al rivoluzionario vangelo delle Beatitudini, la generosa semplicità della dedizione per i più abbandonati, la preghiera e l’adorazione di Dio in spirito e verità – sono veri passaggi di salvezza fra le acque turbolente della vita. Invalicabili solo per coloro che, religiosi o irreligiosi che siano, si lasciano paralizzare dalla cura della loro perfezione e dal risentimento per le loro frustrazioni, seminando zizzania nel campo dove Dio semina amore. La lotta per la santificazione della vita coltiva il buon grano, fa lavorare il lievito, moltiplica il pane, commuove di vino buono, mette allegria. E guarisce la paralisi.