Iniziazione cristiana e comunità-grembo

di Enzo Biemmi – Assisi 28 aprile 2018

Da una ventina di anni la Chiesa italiana ha investito molto nel rinnovamento dell’Iniziazione Cristiana (IC). Alcune diocesi hanno fatto da apripista, con molto coraggio. Altre comunità stanno ancora alla finestra, desiderose di partire ma esitanti, in cerca di orientamenti e indicazioni di percorso sufficientemente sicure. Altre, infine, dobbiamo riconoscerlo, si limitano a ripetere stancamente quello che si è sempre fatto. Il motivo di questo lavoro ci è chiaro: la constatazione che l’IC non inizia più o inizia molto debolmente alla fede. Il lavoro di questi anni si è svolto tra momenti di entusiasmo e di scoraggiamento, convinzioni forti e dubbi che hanno fatto spesso capolino. Il tutto ha comportato un impegno notevole nella riqualificazione dei catechisti e dei parroci implicati, un dispendio di energie che qualche volta è risultato perfino superiore alle risorse disponibili. Oggi sentiamo la necessità di un rinnovamento, ma di un rinnovamento “sostenibile” per le nostre comunità reali. Che ne è di tutto questo lavoro? Possiamo dire che abbiamo raggiunto qualche punto fermo?
Da questo percorso non privo di ostacoli e tutt’altro che concluso abbiamo saputo imparare, riflettendo, condividendo, aggiustando il tiro quando è stato necessario. Pur nella pluralità delle scelte e dei percorsi siamo arrivati per il momento ad una conclusione condivisa che così riassumo: il rinnovamento dell’IC non è primariamente una sfida catechistica, ma ecclesiologica.
Vorrei motivare questa affermazione. La prima tappa è stata la rinuncia a pensare che il rinnovamento dell’IC sia prima di tutto una questione di rinnovamento delle strategie o dei modelli di catechesi. La vera sfida è mettere il vino nuovo in otri nuovi. L’otre vecchio è la comunità, o meglio la “non comunità ecclesiale”, la mancanza di un grembo comunitario generativo. Il modello catecumenale, il modello dei 4 tempi, il modello consueto rinnovato sono sterili o fecondi (la fecondità secondo Dio e secondo i suoi tempi, naturalmente) a seconda di questa condizione: che ci sia un tessuto ecclesiale generativo, che ci sia una comunità così appassionata della vita che desideri fare figli. Si genera là dove c’è un grembo e c’è un grembo là dove c’è desiderio. Al punto di arrivare a dire che se c’è una comunità desiderante, anche i modelli molto tradizionali possono essere efficaci.
Siamo dunque tornati al palo, al punto di partenza dopo venti anni di lavoro? Non esattamente. Da quello che abbiamo capito fino ad ora grazie a chi ci ha messo l’impegno e la creatività è questo: è iniziazione cristiana l’atto generativo di una comunità che tramite un bagno di vita ecclesiale propone con gioia un tirocinio, un apprendistato alla vita cristiana attraverso le tappe sacramentali, per persone che non hanno più o quasi più o non ancora un’esperienza concreta di vita cristiana, cioè di relazione con il Signore Gesù all’interno della comunità dei suoi discepoli. Un bagno di vita ecclesiale. Non più preparare ai sacramenti, ci siamo detti, ma iniziare alla vita cristiana attraverso le tappe sacramentali. E la condizione di tutto questo è evidente: che ci sia una comunità che accoglie l’amore del Signore, ha desiderio di avere dei figli, li concepisce, li partorisce, li fa crescere, li accompagna, lascia che vivano il dono di cui essi sono portatori senza volerne fare delle fotocopie. Desiderare, concepire, partorire, avere cura, lasciar partire: i verbi del generare sono i verbi dell’iniziazione cristiana. Essi chiedono una madre che desidera dei figli. Una madre, non una baby sitter.
È quanto ci siamo sentiti dire dalla relazione di Mons. Erio Castellucci in apertura del Convegno dei Direttori degli Uffici Catechistici Diocesani. Riascoltiamo la sua conclusione: «Il passaggio fondamentale oggi mi sembra proprio questa consapevolezza “olistica”, a tutti i livelli della maternità ecclesiale. Chi genera alla fede non è, e non deve essere, solamente “la catechista”, ma tutta la comunità, tutta l’assemblea eucaristica, e specialmente l’insieme degli operatori pastorali, a partire dai presbiteri e dai diaconi, per comprendere gli animatori della liturgia, del coro e dell’oratorio, gli allenatori, le persone impegnate nella Caritas, i capi scout e gli educatori di Azione Cattolica e così via. O l’intera comunità si rende conto di essere grembo, oppure questo grembo sarà sterile. Un approccio “olistico” dunque comporta l’integrazione fra i diversi ingredienti dell’esperienza cristiana e tra i diversi soggetti della comunità».