Il grido dei poveri e la speranza

di Francesco Cosentino in www.settimananews.it del 28 giugno 2019

Il grido del povero rimane inascoltato. L’amara constatazione – che sembrerebbe addirittura smentire quanto ci assicura la sacra Scrittura – nasce dal rilevare che, salvo alcune “uscite” ufficiali, il Messaggio di papa Francesco per la 3ª Giornata mondiale del povero è rimasto vittima di un assordante silenzio.
I poveri sono scomodi. Che i poveri siano scomodi non è una novità. Con la loro presenza e la loro carne ferita essi rappresentano la crepa più pericolosa dell’edificio di questa società costruita sulla primazia del successo e dell’immagine, della fortuna e del denaro. Viene da sé che, dei poveri, è meglio non parlare troppo. Meglio non metterli al centro, limitandosi a compiere qualche gesto di apparente solidarietà, ammantato di quella patina borghese di cui la religiosità del mondo occidentale stenta ancora a liberarsi, che soddisfa i propri bisogni e compie gesti che non corrispondono ad una reale conversione nella direzione dell’amore del prossimo e che, pertanto, lasciano la storia così com’è.
Non solo gesti, ma segni di speranza. Il Messaggio per la Giornata del povero di quest’anno invita non a gesti sporadici per i poveri, ma a segni di speranza. Cioè, apertura del cuore per entrare nella loro cultura, nella loro storia, nel mondo interiore che vivono. È il passaggio dalla religione borghese a quella messianica: non gesti che acquietano la coscienza, lasciandoci poi tranquilli in uno stile di vita consumistico e poco scalfito dal Vangelo, ma il coraggio di mettersi in gioco con una profonda compassione, entrando nella vita dell’altro e lasciandosene ferite. Solo questo costruisce davvero la speranza per i poveri del mondo.
Un Messaggio profetico che scuote la coscienza. Il Messaggio della Giornata del povero è un testo coraggioso, chiaro, capace di toccare il cuore senza né marcare toni accusatori, ma anche senza “addolcire” con diplomazia la realtà. La speranza del povero costringe la fede cristiana a uscire dalla comodità di riti sacri che non toccano la vita e non trasformano la storia, per andare a guardare da vicino e con le lacrime agli occhi quelle che papa Francesco chiama le «molte forme di nuove schiavitù a cui sono sottoposti milioni di uomini, donne, giovani e bambini… famiglie costrette a lasciare la loro terra per cercare forme di sussistenza altrove; orfani che hanno perso i genitori o che sono stati violentemente separati da loro per un brutale sfruttamento; giovani alla ricerca di una realizzazione professionale ai quali viene impedito l’accesso al lavoro per politiche economiche miopi; vittime di tante forme di violenza, dalla prostituzione alla droga, e umiliate nel loro intimo. Come dimenticare, inoltre, i milioni di immigrati vittime di tanti interessi nascosti, spesso strumentalizzati per uso politico, a cui sono negate la solidarietà e l’uguaglianza? E tante
persone senzatetto ed emarginate che si aggirano per le strade delle nostre città?».
Il Messaggio arriva come un potente pungolo che intacca la tranquillità della nostra coscienza oramai assuefatta e anestetizzata. A fronte delle battute “social” di coloro che contestano a questa Chiesa di Francesco una scelta
di campo eccessivamente politica – mentre dovrebbe invece occuparsi di “anime”, di incensi e di sacrestie –, la fede cristiana non può limitarsi ad atti di culto religiosi o a professioni di fede semplicemente enunciate, ma trasforma la vita dal di dentro e la orienta all’amore del prossimo.
In tal senso, la fede cristiana è sempre “orientata politicamente”, non perché debba fare politica attiva nei partiti, ma perché fede incarnata nella storia, che invita i credenti a “prendere posizione” dinanzi al dolore del
mondo e ad esercitare la compassione di Cristo e la sua prassi di liberazione per gli oppressi del mondo.
L’indignazione ci renda costruttori di speranza. Papa Francesco non ha dubbi: è questa la speranza che il cristianesimo è chiamato a costruire, senza dimenticare che «A volte, basta poco per restituire speranza: basta fermarsi, sorridere, ascoltare. I poveri non sono numeri a cui appellarsi per vantare opere e progetti. I poveri sono persone a cui andare incontro: sono giovani e anziani soli da invitare a casa per condividere il pasto;
uomini, donne e bambini che attendono una parola amica. I poveri ci salvano perché ci permettono di incontrare il volto di Gesù Cristo». Tuttavia, continua il Messaggio, «Si possono costruire tanti muri e sbarrare gli ingressi per illudersi di sentirsi sicuri con le proprie ricchezze a danno di quanti si lasciano fuori». Mentre si leggono queste parole, la foto di un papà e della sua figlioletta morti abbracciati sulle sponde del Rio Grande mentre cercavano di  raggiungere gli Stati Uniti da El Salvador, dice che cosa siamo diventati. Immensa tristezza, ha giustamente titolato l’Osservatore Romano. Così come immensa tristezza è quella che si prova dinanzi alle navi cariche di migranti che non trovano accoglienza in Europa. Una tristezza che indigna, ma anche un’indignazione che diventa germe di un cristianesimo dagli occhi aperti, capace di fare la differenza e di trafiggere, con coraggio, il muro dell’indifferenza, della paura e dell’odio.