Willy e don Roberto: perché ci servono modelli come loro

di Viola Ardone in “La Stampa” dell’8 ottobre 2020

La medaglia è un distintivo, la appunti sul petto e vedi che è lì che batte il riflesso del sole, lì c’è lo splendore, è lì che deve rivolgersi lo sguardo. Non mi sono mai piaciute molto, le medaglie, per quel loro alone militaresco, per quella pretesa di indicare l’eccellenza di un uomo sugli altri uomini, come se il valore di un individuo non brillasse già di luce propria. Ma la medaglia è anche uno stigma: ci racconta di qualcosa che è accaduto e che non deve essere perso. È una piccola impronta di memoria che ci ricorda che una persona si è distinta tra le tante perché dentro di lei qualcosa ha luccicato in un dato momento e quel chiarore resta per sempre. E per questo le medaglie, a volte, mi piacciono. Mi piace molto la medaglia al valore civile che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto conferire a Willy Monteiro Duarte e don Roberto Malgesini. A ben guardarle, le loro facce sono già due medaglie: i loro sorrisi, gli occhi, la dolcezza dello sguardo.

Il ventunenne di Colleferro finito nel sangue per aver difeso un amico la notte del 6 settembre, e il prete di Como amico degli ultimi e dei diseredati, brutalmente assassinatoil 15 settembre proprio da uno di questi, mentre si dedicava alla sua missione. Gesti, parole, volti che rimarranno nel cuore di coloro che li hanno conosciuti personalmente o solo tramite il racconto che ne è stato fatto.Verrebbe allora da chiedersi: a che serve una medaglia? Ha ancora senso un’onorificenza così anticae forse di minore risonanza rispetto a quella mediatica?Serve, si potrebbe rispondere, come servono gli altari nelle chiese. Serve come servono i princìpi fondamentali della Costituzione, serve come serve avere nel portafogli la fotografia dei propri cari. Non perché corriamo il rischio di dimenticarli ma per tenerli sempre con noi. In un periodo di graveindeterminatezza in cui le certezze ci scricchiolano ogni giorno sotto i piedi, abbiamo bisogno, di tanto in tanto, di guardare in alto in cerca di indizi, di segnali, come navigatori in mare aperto che sivoltano verso la stella polare. Il presidente Mattarella ha saputo fermarne due in mezzo al cielo e ha voluto indicarle con un gesto simbolico, come a dire: vedete, questi sono esempi “luminosi”, modelli da seguire. Questi sono i nostri santi (laici e no), è su questi valori che si fonda ancora la nostra Repubblica, sono queste persone che fanno arretrare passo dopo passo la linea dell’ingiustiziae della violenza. Le medaglie del Capo dello Stato non sono solo una semplice onorificenza ma un gesto politico chesegna una linea di confine tra ciò che è umano e ciò che non lo è, e rimette in fila, nel giusto ordine, quelle che devono essere le nostre priorità: solidarietà, generosità, altruismo, pacifismo, coraggio, come sottolineano le parole che compaiono nella motivazione ufficiale del Quirinale.

La medaglia non è solo un dischetto dorato, è anche una luce che illumina vite che non ci sono più ma che non smettono di orientarci. Vite che non sono le nostre e che pure, in qualche modo, lo sono.