Fratelli tutti. Adesso più che mai.

“Come cantare i canti di Sion in terra straniera?”

È la domanda, profonda e struggente che il popolo di Israele si pone ripetutamente mentre vive l’esperienza dell’esilio e che trova espressione nel salmo 137.

Come rimanere fiduciosi e disponibili alla vita – si domanda il popolo – quando siamo costretti ad abitare un paese che non è il nostro, in una condizione di oppressione e di estraneità? La situazione di pandemia che purtroppo continua a colpire il mondo e vive in queste settimane una recrudescenza, ci fa sentire spaesati. Quasi abitassimo un paese, un territorio e una realtà totalmente diversi da quelli abituali che avevamo frequentato fino a febbraio scorso. Come Israele, appunto, che si trova ad abitare in un paese inospitale senza sapere che futuro potrà esserci per lui.

È possibile cantare, celebrare, radunarsi in questo tempo dove le fatiche e le preoccupazioni aumentano, dove le certezze hanno corto respiro e il tempo è scandito dai Decreti del governo che allargano o restringono le possibilità di movimento e di azione?

In pochi mesi sono venuti meno tanti punti di riferimento, tante abitudini anche parrocchiali e comunitarie. Pazientemente e faticosamente desideriamo in queste settimane fare ripartire alcuni cammini bruscamente interrotti, coi genitori e i loro figli, coi ragazzi, con la comunità intera. Comprendiamo bene che non possiamo riprendere i ritmi e le attività di un tempo, e non possiamo nemmeno guardare al passato con nostalgia. Se vengono meno gli appuntamenti – o sono fortemente ridimensionati – resta nelle nostre mani una grande possibilità, ancora più urgente: quella di rafforzare o rinnovare i legami, le relazioni, anche gli affetti. Non è un caso che in queste settimane così particolari e faticose sia uscita l’enciclica di Papa Francesco «Fratelli tutti». Un testo che – a più riprese – approfondisce e rilancia il tema della fraternità. Una fraternità che oggi non possiamo più sottovalutare, ma occorre recuperare e rinnovare. Se ci fermiamo un attimo a riflettere dobbiamo riconoscere che oggi si respira forte il pericolo di chiudersi nel proprio individualismo, di limitarsi a lottare per rivendicare singoli e personali diritti, senza uno sguardo ampio che sappia vedere oltre noi stessi. Il rischio più grande di questo tempo, oltre il pericolo sulla salute, è quello di rinchiuderci, di spegnere la speranza e la nostra capacità di amare. Nel documento Papa Francesco ricorda che:

            «La statura spirituale di un’esistenza umana è definita dall’amore, che in ultima analisi è «il criterio per la decisione definitiva sul valore o il disvalore di una vita umana».

(…) Tutti noi credenti dobbiamo riconoscere questo: al primo posto c’è l’amore, ciò che mai dev’essere messo a rischio è l’amore, il pericolo più grande è non amare (cfr 1 Cor 13,1-13). (92)

È estremamente vero che occorre prima di tutto vigilare su noi stessi e sulla nostra capacità di amare. Il rischio di impoverire o addirittura avvelenare il cuore è forte. Probabilmente la chiesa stessa, prima ancora di rivendicare un proprio posto, è chiamata in questo tempo ad assumersi il compito, molto sfidante ma estremamente evangelico, di vigilare, rinnovare e nutrire le capacità individuali e le esperienze collettive di benevolenza e cura. Si tratta di una autentica «operazione spirituale» che la pandemia ci domanda di assumere consapevolmente. La nostra stessa creatività deve essere prima di tutto una creatività affettiva ed effettiva. Anche le nostre iniziative saranno l’esito di quella cura relazionale, quella compassione che sapremo coltivare gli uni verso gli altri, soprattutto per chi è più fragile, sia economicamente che emotivamente.

I gesti di gratuità, le attenzioni silenziose, le parole di conforto e di sostegno, possano rappresentare il vocabolario del nostro vivere questi giorni. Allora anche il nostro celebrare, il nostro pregare e lodare, invocare ed intercedere, saranno occasioni per sentire e rinsaldare l’affetto e la compassione grata e gratuita per i fratelli e le sorelle che sono accanto a noi.

E anche la nostra quotidianità, con le sue fatiche, ritroverà un gusto nuovo. Un gusto che sa di resurrezione.