tratto da: Merlo Grado Giovanni. Frate Francesco. Il Mulino, 2017
Era il Natale del 1223 e frate Francesco d’Assisi vuole «far memoria del Bambino che è nato a Betlemme, e vedere con gli occhi del corpo i disagi per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come fu posto sul fieno tra il bue e l’asino». Questa intenzione e la successiva realizzazione sono ricordate dall’agiografo frate Tommaso da Celano, nella Vita prima. La «notte santa» arrivano numerosi frati, uomini e donne. Ceri e fiaccole illuminano la notte. Viene preparata la greppia e sono introdotti il bue e l’asinello. Un sacerdote celebra la Messa e frate Francesco, indossati i paramenti diaconali, «predica al popolo circostante e proferisce parole dolcissime sulla nascita del re povero e su Betlemme città piccolina». Gesù Cristo era allora per lui il «Bambino di Betlemme», pronunciando Bethlehem «al modo di un belato di pecora». L’emozione era totale: «Quando diceva “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, quasi passava la lingua sulle labbra, gustando con felice palato e inghiottendo la dolcezza di quelle parole». La descrizione dell’agiografo non necessita di molti commenti. Essa consente di capire la centralità dell’incarnazione divina nella fede del Poverello.
La teologia di frate Francesco è molto concreta e, addirittura, corporea. Il «fare misericordia» con i lebbrosi trasforma i sentimenti di amarezza in «dolcezza dell’animo e del corpo». L’eucaristia è davvero «il santissimo corpo e il santissimo sangue» del Figlio di Dio che si offre «corporalmente» alla visione degli uomini. L’incarnazione fa sì che il Natale si rinnovi a ogni celebrazione eucaristica: «Ogni giorno discende dal seno del Padre sopra l’altare nelle mani del sacerdote; e come [si era mostrato] agli apostoli in vera carne, così anche ora a noi si mostra nel sacro pane»: nel segno dunque della povertà e dell’umiltà si incarna Colui che è nostro Signore.