Author Archives: don.luca

Catechesi famigliare. Si parte!

Sono ancora disponibili dei posti per il percorso di catechesi famigliare con i bambini 3-6 anni.

Potete leggere la presentazione della proposta cliccando qui.

Le domeniche programmate per gli incontri sono:

DOMENICA 20 OTTOBRE 2019

DOMENICA 17 NOVEMBRE 2019

DOMENICA 15 DICEMBRE 2019

Tutti gli incontri si terranno dalle ore 9.45 alle ore 10.50 presso la Canonica.

Per informazioni potete contattare:

La casa della comunità

Inaugurata la canonica di San Cesario

La canonica, già prima ancora che venisse ristrutturata si è trasformata da «casa del parroco» a «casa della comunità». Le sue porte aperte, la celebrazione della eucarestia nella cappella sottostante, hanno segnalato questa sua vocazione ad essere luogo della accoglienza.

La scelta di ristrutturarla si colloca in questo disegno. Accogliere significa offrire uno spazio bello, pur nella sua sobrietà, che invita ad entrare e ad abitarlo.

Di un luogo spesso diciamo che è «grazioso». La graziosità di un ambiente richiama la parola gratitudine, come anche la gradevolezza, e soprattutto la gratuità nel senso della apertura a tutti senza distinzioni tra chi ne ha diritto e chi meno.

La canonica è anche patrimonio che rende più bella San Cesario e il contesto della Basilica.

La canonica vuole essere una casa per tutti.

Una casa la si costruisce. Raccoglie in sé i sogni che coltiviamo, il futuro che immaginiamo, le persone che desideriamo che la abitino.

La casa – talvolta – la si riceve in dono. E’ una eredità. Anche questa canonica è un dono, che ci precede, raccoglie tante storie e domanda che non diventi proprietà personale, ma venga a sua volta donata.

La casa – soprattutto – nasce per il concorso di tanti: abbiamo voluto invitare tutti coloro che hanno contribuito alla sua ristrutturazione: dai sindaci, quello in carica e quello della amministrazione precedente, alle ditte che hanno lavorato sulla struttura, al rappresentante della regione e gli ingegneri coinvolti. La banca che ha permesso l’accensione del mutuo. L’ufficio beni ecclesiastici della Diocesi che rappresenta l’intervento della CEI nel progetto. don Fabrizio che ha accompagnato la comunità di San Cesario a intraprendere questo viaggio.

E poi c’è la comunità, fatta da noi, da tante persone che collaborano, ognuno a suo modo, a renderla viva.

Oggi ci diciamo «grazie» per aver reso possibile ricevere nuovamente in dono questa casa.

Questo concorso di persone, di competenze e di interventi, ci richiama la rete di relazioni che la canonica ha favorito e che desidera continuare a tessere.

Non è finita, perché domanda comunque che sia «vissuta» e curata da noi nei giorni avvenire. L’impegno per renderla ogni giorno accogliente è già segno di vangelo. Perché in definitiva ciò che rende queste pietre vive, come quelle della basilica, è la presenza «viva e vitale» delle persone, secondo uno stile di apertura e di generosità che renda questi spazi sempre più umani, e in fondo, sempre più evangelici.

“Salviamo l’Europa, il sovranismo porta alla guerra”

Intervista a papa Francesco, a cura di Domenico Agasso jr

– “La Stampa” del 9 agosto 2019

Il Papa apre la porta puntuale alle 10,30, con il suo sorriso gentile. Entra in una delle stanze che usa per ricevere la gente, arredata con l’essenziale, senza distrazioni o lussi, solo un crocifisso appeso alla parete. Per Papa Francesco non è un giorno qualunque: è il 6 agosto, 41° anniversario della morte di san Paolo VI, pontefice a cui è particolarmente affezionato: «In questa giornata cerco sempre un momento per scendere nelle Grotte sotto la Basilica – rivelerà – e sostare, da solo, in preghiera e silenzio davanti alla sua tomba. Mi fa bene al cuore». I convenevoli durano poco, in un attimo siamo nel pieno della conversazione.

Santità, Lei ha auspicato che «l’Europa torni a essere il sogno dei Padri Fondatori». Che cosa si aspetta? «L’Europa non può e non deve sciogliersi. È un’unità storica e culturale oltre che geografica. Il sogno dei Padri Fondatori ha avuto consistenza perché è stata un’attuazione di questa unità. Ora non si deve perdere questo patrimonio».

Quali sono le sfide principali? «Una su tutte: il dialogo. Fra le parti, fra gli uomini. Il meccanismo mentale deve essere “prima l’Europa, poi ciascuno di noi”. Il “ciascuno di noi” non è secondario, è importante, ma conta più l’Europa. Nell’Unione europea ci si deve parlare, conoscere. Invece a volte si vedono solo monologhi di compromesso».

Che cosa serve per il dialogo? «Bisogna partire dalla propria identità».

Ecco, le identità: quanto contano? Se si esagera con la difesa delle identità non si rischia l’isolamento? Come si risponde alle identità che generano estremismi? «Le faccio l’esempio del dialogo ecumenico: io non posso fare ecumenismo se non partendo dal mio essere cattolico, e l’altro che fa ecumenismo con me deve farlo da protestante, ortodosso… La propria identità non si negozia, si integra. Il problema delle esagerazioni è che si chiude la propria identità, non ci si apre. L’identità è una ricchezza – culturale, nazionale, storica – e ogni paese ha la propria, ma va integrata col dialogo. Questo è decisivo: dalla propria identità occorre aprirsi al dialogo per ricevere dalle identità degli altri qualcosa di più grande. Mai dimenticare che il tutto è superiore alla parte. La globalizzazione, l’unità non va concepita come una sfera, ma come un poliedro: ogni popolo conserva la propria identità nell’unità con gli altri».

Quali i pericoli dai sovranismi? «Il sovranismo è un atteggiamento di isolamento. Sono preoccupato perché si sentono discorsi che assomigliano a quelli di Hitler nel 1934. “Prima noi. Noi… noi…”: sono pensieri che fanno paura. Il sovranismo è chiusura. Un paese deve essere sovrano, ma non chiuso. La sovranità va difesa, ma vanno protetti e promossi anche i rapporti con gli altri paesi, con la Comunità europea. Il sovranismo è un’esagerazione che finisce male sempre: porta alle guerre».

E i populismi? «Stesso discorso. All’inizio faticavo a comprenderlo perché studiando Teologia ho approfondito il popolarismo, cioè la cultura del popolo: ma una cosa è che il popolo si esprima, un’altra è imporre al popolo l’atteggiamento populista. Il popolo è sovrano (ha un modo di pensare, di esprimersi e di sentire, di valutare), invece i populismi ci portano a sovranismi: quel suffisso, “ismi”, non fa mai bene».

Qual è la via da percorrere sul tema migranti? «Innanzitutto, mai tralasciare il diritto più importante di tutti: quello alla vita. Gli immigrati arrivano soprattutto per fuggire dalla guerra o dalla fame, dal Medio Oriente e dall’Africa. Sulla guerra, dobbiamo impegnarci e lottare per la pace. La fame riguarda principalmente l’Africa. Il continente africano è vittima di una maledizione crudele: nell’immaginario collettivo sembra che vada sfruttato. Invece una parte della soluzione è investire lì per aiutare a risolvere i loro problemi e fermare così i flussi migratori».

Ma dal momento che arrivano da noi come bisogna comportarsi? «Vanno seguiti dei criteri. Primo: ricevere, che è anche un compito cristiano, evangelico. Le porte vanno aperte, non chiuse. Secondo: accompagnare. Terzo: promuovere. Quarto integrare. Allo stesso tempo, i governi devono pensare e agire con prudenza, che è una virtù di governo. Chi amministra è chiamato a ragionare su quanti migranti si possono accogliere».

E se il numero è superiore alle possibilità di accoglienza? «La situazione può essere risolta attraverso il dialogo con gli altri Paesi. Ci sono Stati che hanno bisogno di gente, penso all’agricoltura. Ho visto che recentemente di fronte a un’emergenza qualcosa del genere è successo: questo mi dà speranza. E poi, sa che cosa servirebbe anche? Creatività. Per esempio, mi hanno raccontato che in un paese europeo ci sono cittadine semivuote a causa del calo demografico: si potrebbero trasferire lì alcune comunità di migranti, che tra l’altro sarebbero in grado di ravvivare l’economia della zona»

Erano nostri figli

di Giuseppe Savagnone (“I chiaroscuri” in www.tuttavia.eu)

Mentre il nostro Parlamento in questi giorni è impegnato nelle votazioni per trasformare in legge il cosiddetto decreto sicurezza bis (peraltro già entrato in vigore il 15 giugno), che mira a blindare le nostre acque territoriali, per impedire l’arrivo di navi delle Ong, il motopeschereccio di Sciacca “Accursio Giarratano”, nella notte tra il 23 e il 24 luglio, ha soccorso un gommone con una cinquantina di migranti in procinto di affondare e non li ha lasciati finché, dopo un’attesa di diverse ore (“perdute” per la pesca), una motovedetta italiana non è venuta a prenderli per portarli a Lampedusa.

«Con gli occhi di mio figlio»

«Noi soccorriamo con tutto il cuore i migranti in difficoltà, e lo facciamo anche come omaggio alla memoria di mio figlio morto», dice l’armatore del peschereccio, Gaspare Giarratano, che ha perso un figlio di 15 anni per un male incurabile.

E aggiunge: «Tutte le volte noi facciamo il nostro dovere, sbracciandoci e aiutando uomini, donne e bambini, perché è giusto così (…). Come potremmo voltarci dall’altra parte di fronte alle richieste di aiuto che provengono da esseri umani, che possono essere anche bambini, che magari ci guardano con gli occhi di mio figlio? No, noi li salviamo, e lo facciamo anche pensando al mio ragazzo, perché lui era come noi, e da lassù ci benedice».

Fa più notizia la grave questione del reggiseno

Ho letto questa notizia insieme a quella del naufragio che, poche ore dopo, ha coinvolto un barcone con a bordo trecento persone, di cui la metà sono morte affogate.

Cronaca ordinaria, ormai, che stenta a farsi strada sulle pagine dei giornali e nei notiziari, in attesa di un prossimo spettacolare braccio di ferro mediatico fra il nostro ministro degli Interni e una emula di Carola Rackete (magari concentrandosi poi per giorni sul suo reggiseno).

Eppure anche quelli erano figli di qualcuno. Non nostri, è vero, e lo dice la freddezza delle reazioni che ormai l’opinione pubblica ha di fronte a queste tragedie.

Perché se, invece, a morire è un giovane carabiniere italiano, appena al ritorno dal viaggio di nozze, riaffiora improvvisamente nell’opinione pubblica il giusto senso del dramma che ogni morte di uomo rappresenta Eppure le parole dell’armatore di Sciacca – «magari ci guardano con gli occhi di mio figlio» – riguardano sia gli stranieri morti in mare che il carabiniere barbaramente assassinato…

Al di là del “buonismo”

“Buonismo” a buon mercato? Oggi almeno un italiano su tre, a giudicare ai sondaggi, ne è convinto e contrappone a questi sentimentalismi la lucida analisi della ragione, tante volte esposta dal ministro Salvini: soccorrere i migranti è un danno per la nostra sicurezza e un favore fatto alle mafie che organizzano il traffico degli esseri umani, illudendo le loro vittime (che non sono affatto profughi, né poveri, altrimenti non avrebbero i soldi per pagare e non sarebbero per lo più giovani “palestrati”, con tanto di smartphone) con il miraggio del facile benessere che avranno in Italia.

Il solo modo di evitare che queste persone muoiano in mare, o riescano a sbarcare per venire a minacciarci (è eloquente l’immediato tentativo di collegare l’uccisione del carabiniere alla presenza degli immigrati), è di spegnere sul nascere questa illusione, chiudendo i nostri porti.

Un dato di fatto

Per professione, oltre che come essere umano, ho sempre apprezzato la ragione (insegnavo filosofia). Perciò sono contento che il confronto non si svolga a livello di “buoni” sentimenti – naturalmente eliminando anche l’influsso di quelli “cattivi” di paura e di odio, che invece spesso vengono esibiti senza vergogna (a differenza degli altri) in questi dibattiti. Ragioniamo, dunque.

E qui, però, la logica del discorso che sentiamo ripetere da circa un anno e mezzo – solo in questo, forse, il “governo del cambiamento” è stato sempre unito e coerente – mi sembra abbia contro sé almeno un dato di fatto, che non può essere contestato: dopo un anno e mezzo di proclami, di porti chiusi, di emarginazione delle Ong, di decreti legge uno più severo dell’altro, queste persone continuano a partire.

Molti sbarcano in Italia – proprio nei giorni dello spettacolare duello tra i due “capitani” sulla sorte dei 42 migranti a bordo della “Sea-Watch”, ne sono arrivati a Lampedusa centinaia, anche dopo i limiti posti alle navi delle Ong (vedi dichiarazioni del sindaco) –, molti non ce la fanno e annegano, molto più di prima, perché a causa di quei limiti e di tutte le difficoltà poste dal governo alle altre navi (la “Diciotti” era della marina italiana! Come lo è, adesso, la motovedetta “Gregoretti”) ora i soccorsi sono molto più problematici.

Anche noi volevamo essere felici

A quanto pare, l’enorme apparato di difesa dei nostri confini dalla «invasione» (così viene definita da molti) non ha potuto bloccare un movimento che ha radici evidentemente molto più profonde di quelle attribuibili a un complotto criminale. Come le misure di Trump non hanno scoraggiato i migranti che dal Messico cecano disperatamente di passare negli Stati Uniti.

«Non è vero che sono profughi, sono “migranti economici”!», ho sentito spesso gridare con indignazione. «Tanto che hanno i soldi per la traversata». Anche i milioni di italiani che in passato sono emigrati negli Stati Uniti, in Argentina, in Belgio, non scappavano da guerre e avevano i soldi per il biglietto della nave.

Non erano miserabili, erano poveri. Il miserabile è uno a cui manca il necessario; perciò neppure è in grado di muoversi. Il povero è uno riesce solo a sopravvivere, ma non ha il superfluo che permette di vivere bene, di essere felice. Perché, per essere felici, «niente è più necessario del superfluo» (Oscar Wilde).

Non so cosa dicano loro le mafie, ma è sicuro che le persone che sfidano, tra violenze inaudite, i viaggi allucinanti nel deserto, gli spaventosi campi di detenzione della Libia, le traversate in condizioni estreme di disagio e di pericolo, non lo fanno solo per cercarsi palestre più attrezzate. Lo fanno – e sanno benissimo a cosa vanno incontro (non hanno gli smartphone?) – perché vogliono essere felici.

Come i nostri nonni. E, se è così, non sarà certo Salvini a fermarli.

I migranti italiani erano tutte brave persone?

Quanto all’obiezione, così spesso sollevata, che i nostri emigrati erano brave persone che volevano solo trovare lavoro, mentre questi sono parassiti e delinquenti, basta aver visto “Il Padrino” per apprendere che le grandi “famiglie” della mafia degli Stati Uniti non portano per caso nomi italiani – Genovese, Bonanno… –, ma perché erano di italiani emigrati.

Reciprocamente, basterebbe conoscerne meglio qualcuno per scoprire che gli immigrati non sono, nella stragrande maggioranza, fannulloni e criminali: è stata la politica dei governi precedenti che, con una finta accoglienza senza misure di integrazione, li ha condannati all’inazione e ha impedito loro di dare, nella maggior parte dei casi, il contributo delle loro capacità e delle loro competenze.

E il primo “Decreto sicurezza”, distruggendo i pochi appigli esistenti per favorire l’integrazione, ha esasperato questa emarginazione, rendendo reale un pericolo di criminalizzazione che prima era abbastanza remoto.

Come i nostri ragazzi

Non vengono per aggredirci. Chiedono di essere accolti perché la nostra società può dare loro la possibilità di essere felici. Come i nostri figli che, ormai sempre più spesso, vanno a cercare opportunità di una vita migliore in altri Paesi, e che sono dunque anche loro “migranti”. E se alla frontiera di questi Paesi i nostri ragazzi fossero bloccati, perché sono italiani (e quindi fannulloni e donnaioli), non ci indigneremmo?

E se i governi stranieri per scoraggiare l’emigrazione in atto dei nostri ragazzi li costringessero a rischiare la vita per arrivare, e poi li lasciassero morire senza soccorso, puntando sul fatto che, con un po’ di italiani morti, gli altri si scoraggeranno e la smetteranno di cercare di “rubare” i posti di lavoro ai loro cittadini?

Non grideremmo, con tutta la nostra rabbia e la nostra disperazione – specie se uno di quei ragazzi fosse nostro figlio – che un governo e un popolo che fanno questo sono al di sotto della più elementare umanità?

Erano anche nostri figli

Certo, quelli che sono morti al largo della Libia l’altra notte, non sono nostri figli. E le grida di dolore dei loro genitori non arrivano fino a noi.

Non abbiamo così neppure bisogno di giustificarci spiegando che avremmo voluto «aiutiarli a casa loro». (Una clamorosa bugia, perché il solo aiuto che finora i nostri governi – compreso quello attuale – hanno dato è consistito nel vendere armi per alimentare guerre civili e guerriglie).

Per questo possiamo sbadigliare davanti alla Tv, quando ci segnala la notizia dell’ultimo naufragio. Mentre ancora ci indigniamo se a morire è un povero ragazzo italiano di 35 anni.

Eppure forse, al di là della cittadinanza giuridica e dell’appartenenza etnica, queste morti ci riguardano tutte. Perché i ragazzi che ora non vivono più – mi tornano alla mente le parole di Gaspare Giarratano – avevano tutti gli stessi occhi dei nostri figli…

Il grido dei poveri e la speranza

di Francesco Cosentino in www.settimananews.it del 28 giugno 2019

Il grido del povero rimane inascoltato. L’amara constatazione – che sembrerebbe addirittura smentire quanto ci assicura la sacra Scrittura – nasce dal rilevare che, salvo alcune “uscite” ufficiali, il Messaggio di papa Francesco per la 3ª Giornata mondiale del povero è rimasto vittima di un assordante silenzio.
I poveri sono scomodi. Che i poveri siano scomodi non è una novità. Con la loro presenza e la loro carne ferita essi rappresentano la crepa più pericolosa dell’edificio di questa società costruita sulla primazia del successo e dell’immagine, della fortuna e del denaro. Viene da sé che, dei poveri, è meglio non parlare troppo. Meglio non metterli al centro, limitandosi a compiere qualche gesto di apparente solidarietà, ammantato di quella patina borghese di cui la religiosità del mondo occidentale stenta ancora a liberarsi, che soddisfa i propri bisogni e compie gesti che non corrispondono ad una reale conversione nella direzione dell’amore del prossimo e che, pertanto, lasciano la storia così com’è.
Non solo gesti, ma segni di speranza. Il Messaggio per la Giornata del povero di quest’anno invita non a gesti sporadici per i poveri, ma a segni di speranza. Cioè, apertura del cuore per entrare nella loro cultura, nella loro storia, nel mondo interiore che vivono. È il passaggio dalla religione borghese a quella messianica: non gesti che acquietano la coscienza, lasciandoci poi tranquilli in uno stile di vita consumistico e poco scalfito dal Vangelo, ma il coraggio di mettersi in gioco con una profonda compassione, entrando nella vita dell’altro e lasciandosene ferite. Solo questo costruisce davvero la speranza per i poveri del mondo.
Un Messaggio profetico che scuote la coscienza. Il Messaggio della Giornata del povero è un testo coraggioso, chiaro, capace di toccare il cuore senza né marcare toni accusatori, ma anche senza “addolcire” con diplomazia la realtà. La speranza del povero costringe la fede cristiana a uscire dalla comodità di riti sacri che non toccano la vita e non trasformano la storia, per andare a guardare da vicino e con le lacrime agli occhi quelle che papa Francesco chiama le «molte forme di nuove schiavitù a cui sono sottoposti milioni di uomini, donne, giovani e bambini… famiglie costrette a lasciare la loro terra per cercare forme di sussistenza altrove; orfani che hanno perso i genitori o che sono stati violentemente separati da loro per un brutale sfruttamento; giovani alla ricerca di una realizzazione professionale ai quali viene impedito l’accesso al lavoro per politiche economiche miopi; vittime di tante forme di violenza, dalla prostituzione alla droga, e umiliate nel loro intimo. Come dimenticare, inoltre, i milioni di immigrati vittime di tanti interessi nascosti, spesso strumentalizzati per uso politico, a cui sono negate la solidarietà e l’uguaglianza? E tante
persone senzatetto ed emarginate che si aggirano per le strade delle nostre città?».
Il Messaggio arriva come un potente pungolo che intacca la tranquillità della nostra coscienza oramai assuefatta e anestetizzata. A fronte delle battute “social” di coloro che contestano a questa Chiesa di Francesco una scelta
di campo eccessivamente politica – mentre dovrebbe invece occuparsi di “anime”, di incensi e di sacrestie –, la fede cristiana non può limitarsi ad atti di culto religiosi o a professioni di fede semplicemente enunciate, ma trasforma la vita dal di dentro e la orienta all’amore del prossimo.
In tal senso, la fede cristiana è sempre “orientata politicamente”, non perché debba fare politica attiva nei partiti, ma perché fede incarnata nella storia, che invita i credenti a “prendere posizione” dinanzi al dolore del
mondo e ad esercitare la compassione di Cristo e la sua prassi di liberazione per gli oppressi del mondo.
L’indignazione ci renda costruttori di speranza. Papa Francesco non ha dubbi: è questa la speranza che il cristianesimo è chiamato a costruire, senza dimenticare che «A volte, basta poco per restituire speranza: basta fermarsi, sorridere, ascoltare. I poveri non sono numeri a cui appellarsi per vantare opere e progetti. I poveri sono persone a cui andare incontro: sono giovani e anziani soli da invitare a casa per condividere il pasto;
uomini, donne e bambini che attendono una parola amica. I poveri ci salvano perché ci permettono di incontrare il volto di Gesù Cristo». Tuttavia, continua il Messaggio, «Si possono costruire tanti muri e sbarrare gli ingressi per illudersi di sentirsi sicuri con le proprie ricchezze a danno di quanti si lasciano fuori». Mentre si leggono queste parole, la foto di un papà e della sua figlioletta morti abbracciati sulle sponde del Rio Grande mentre cercavano di  raggiungere gli Stati Uniti da El Salvador, dice che cosa siamo diventati. Immensa tristezza, ha giustamente titolato l’Osservatore Romano. Così come immensa tristezza è quella che si prova dinanzi alle navi cariche di migranti che non trovano accoglienza in Europa. Una tristezza che indigna, ma anche un’indignazione che diventa germe di un cristianesimo dagli occhi aperti, capace di fare la differenza e di trafiggere, con coraggio, il muro dell’indifferenza, della paura e dell’odio.

Nelle gabbie dei piccoli profughi

di Nello Scavo

in “Avvenire”, 12 maggio 2019

L’Europa muore nel petto di Achmad. Basta vederla la lunga cicatrice sul torace: quel bimbo di sei anni non dovrebbe stare in una gabbia per profughi. L’Europa muore negli occhi neri di una bimba afghana: la misera protesi al piede la fa sembrare una bambola rotta che qui non camminerà né guarirà mai.Nel girone dei bimbi migranti le autorità hanno deciso che andavano trattati come canaglie a cui sorridere al di qua delle inferriate. Dicono che è per la loro sicurezza che devono stare reclusi come le fiere allo zoo. C’è una grata perfino tra loro e il cielo, casomai si arrampicassero fuggendo tra i tetti arroventati dei container che alla stampa vengono raccontati come “residenze”, ma che in realtàsono celle di lamiera.Nessun essere umano dovrebbe stare qui, che poi è Europa, mica la Libia. Il campo di Moria è una collina che dall’alto discende verso i gironi dei dannati d’ogni guerra: Yemen, Afghanistan, Iraq, Siria, Palestina. Mani affettuose hanno verniciato con colori vividi le scatolette di ferro dentro a cui alloggiano adulti e bambini. Mani ipocrite hanno ordinato e pagato milioni di euro a un Paese in crisi perché tenesse al confino i migranti che salpano dalle vicine coste turche e poi si arrampicano sulle scogliere dell’arcipelago. I cantori della favola di Stato sanno di dover mentire ai giornalisti: «In Grecia ci sono 70mila migranti ospitati – lo ha davvero detto incontrandoci un funzionario di Atene – in condizioni del tutto ottimali». Dove per ottimale si intende un solo medico per 4mila persone. Per non dire dei colloqui per esaminare le richieste d’asilo. Mohamad, 24 anni, è arrivato dalla Yemen con la sua famiglia di otto persone un mese fa. La commissione per l’asilo non potrà ascoltarlo prima del 2021.Il campo di Moria è il più sorvegliato. Doppia rete metallica di quattro metri sovrastata dal filo spinato. Vigilanti che pattugliano all’esterno e militari con manganello in vista all’interno. Il blocco dei prigionieri ragazzini è guardato da polizia e operatori. Questi ultimi provano a stemperare la tensione. I pasti vengono distribuiti come nel più organizzato dei penitenziari: una gabbia alla volta.Naturale che dopo qualche settimana osservando il cielo attraverso la trama del fil di ferro c’è chi provi a togliersi di mezzo, e chi cerca un anestetico ingurgitando pessimo liquore o dosi di droga pagate chissà come e, non di rado, al prezzo di promesse indecenti.Daniela e le altre volontarie di Sant’Egidio e della Caritas greca, intanto si affrettano a fotografare i documenti dei casi più difficili per i quali chiedere un ponte umanitario urgente verso altri Paesi Ue.Annotano, accarezzano, e sorridono. Ma si vede da lontano che il sorriso è solo un modo diverso di piangere. «Mio figlio ha avuto un nuovo attacco di cuore l’altra sera », racconta il padre mostrando la cicatrice di un difficile intervento cardiologico. Il piccolo afghano, nato negli accampamenti iraniani dove la famiglia cercava un riparo per sfuggire all’età della pietra imposta dai talebani, è venuto al mondo con una grave malformazione cardiaca. La mamma, minuta e ingobbita dal peso diaver messo al mondo un maschio fragile, sparpaglia sulla ghiaia tutti i documenti dei dottori che lo hanno visitato e operato in qualche ospedale d’Oriente. Li tiene nascosti dentro a una sacca di stoffa. Non gli importa del passaporto che non ha mai avuto, ma sa che la vita del suo Achmad può dipendere da quelle scartoffie. Poi, sopraffatta dal racconto della disgrazia, si copre il volto trasformando il velo in un cappuccio. E piange. «Abbiamo chiesto alla polizia di portarci dai dottori, in ospedale. Io – scandisce il padre che per un momento ritrova lo spirito fiero dei combattenti tagiki – posso anche restare qui dentro per tutta la vita, ma lascino che almeno lui e sua madre possano andare via». Con il ghetto di Moria stipato di gente, la buona notizia è che non c’è più posto per altri sventurati. Così chi sbarca (già più di 7mila quest’anno in Grecia) viene condotto nella tendopoli informale di “Olive Three”, sorta tra gli uliveti lontani dalla spiaggia. Niente di più scomodo: si dorme sotto le tele cerate dell’Onu, ci si apparta da qualche parte per i bisogni, si rischia di venire travolti dalle risse notturne tra uomini che hanno rinunciato ai precetti del Ramadan abbandonandosi agli effetti di Bacco. In compenso durante il giorno si può andare liberamente in giro per le strutture di animazione gestite da volontari di tutta Europa. Come Frederic, trentenne svizzero coi sandali da francescano e gli occhialini da archivista. Corsi di musica, la scuola elementare per i bambini, il giardinaggio, una biblioteca con mille titoli allestita inun vecchio furgone in disarmo, un capanno per riparare tutto ciò che è guasto, e accanto il ritrovo per sole donne vietato agli uomini». Gli attivisti hanno ottenuto questo spazio perché si trova lontano dai centri abitati e l’andirivieni di profughi non impensierisce i manager del turismo balneare. «Dai campi a qui sono 45 minuti a piedi – spiega Fredreric indicando il sentiero tutto in salita – ma d’estate donne e bambini non verranno perché fa troppo caldo». A Moria, intanto, la sera giunge nell’incertezza di sempre. Prima di lasciare il perimetro mi-litarizzato, incontro al cardinale Elemosiniere arriva un ragazzo di 14 anni. Tiene in braccio la sorellina di nove mesi. La piccina non sorride e piange. la caviglia destra è coperta da una protesi di plastica rosa scolorita dal sole. «Devo portare la mia sorellina fuori da qui – implora –. Nessuno la sta curando. E quando viene qualche dottore non può fare nulla, perché qui non c’è niente che si può fare per lei». «Nel campo di Moria non c’è giustizia», aveva detto il sindaco Spyros Galynos incontrando la delegazione vaticana arrivata per gettare le basi per nuovi corridoi umanitari. Incontrando il cardinale Konrad Krajewski, inviato dal Papa con la missione organizzata dalla Sezione Migranti e Rifugiati della Santa Sede e dalla Comunità di Sant’Egidio, gli aveva però presentato una preoccupazione personale: «Le condizioni del mio cuore peggiorano, i bravi medici stanno facendo il meglio, ma vi chiedo una preghiera ». Deve aver ragione il vecchio borgomastro delle Pleiadi. «Non c’è giustizia» se lui può sperare nella prontezza dei dottori e i piccoli profughi non hanno diritto neanche di sperare di farcela.

Vanier e il mistero della ‘forza’ debole

 di Andrea Riccardi

in “Avvenire” dell’8 maggio 2019

Jean Vanier si è spento ieri notte, dopo parecchi mesi di malattia, vissuta con un grande desiderio di vita, ma anche confrontandosi lucidamente nella fede con l’ombra della morte. Aveva scritto in un testo, pieno di sapienza esistenziale: «Nelle società odierne è impressionante il nesso esistente tra il rifiuto di guardare la morte in faccia e una grande paura della fecondità». Il fondatore dell’Arche e di Foi et Lumière aveva messo la debolezza al centro: l’amicizia con i poveri, i disabili, i feriti della vita. Aveva scelto la debolezza come modalità di presenza nei crocevia del mondo: la fragilità della sua figura simpatica ma spoglia; la povertà e l’amicizia che lo caratterizzavano; la debolezza della parola, senza retorica ma capace di toccare il cuore. Così, quest’amico dei disabili, instancabile organizzatore della loro convivenza con gli altri, è stato un ascoltato testimone del Vangelo in tante occasioni. Gli scritti che ci lascia manifestano, in parte, l’ampiezza della sua predicazione itinerante nel mondo. Nella debolezza, aveva trovato la chiave di lettura del Vangelo. Citando la “parabola del regno” di Matteo 25, scriveva: «Vivere con il povero è vivere con Gesù». «Gesù è il povero», concludeva. Gioiva del messaggio centrale di papa Francesco sui poveri. Mi ha detto durante il nostro ultimo incontro a Parigi, qualche giorno fa: «Voglio dire forte quanto amo papa Francesco!». Per lui i poveri non sono degli assistiti, ma comunicano il Vangelo con la loro “forza” debole: «Il povero ha un potere misterioso nella sua debolezza, diventa capace di toccare i cuori induriti».In piena sintonia con Francesco, anni prima di questo pontificato, affermava che «i poveri ci evangelizzano. Ecco perché sono il tesoro della Chiesa». Attraverso un percorso diverso, raggiungeva quanto il teologo ortodosso francese, Olivier Clément, scriveva: i poveri sono un sacramento, perché in essi vive Gesù. E il fondatore dell’Arche ricordava che «il povero guarisce il cuore del ricco». Solo nell’amicizia con i poveri, il nostro mondo ricco potrà trovare la sua guarigione. Questa era anche la sua storia personale. La vita di Jean si era sviluppata nella costante ricerca dell’incontro con Gesù, come dichiarava con semplicità sorprendente. Ancora anziano, fino alla fine, leggeva e rileggeva il libro su Gesù di José Antonio Pagola, un biblista basco: lo aveva aiutato – confessava – a conoscere meglio colui che aveva cercato, tutta la vita, nei poveri, nell’incontro con gli altri, nelle pagine della Scrittura. Vanier ha più volte raccontato che divenne marinaio inglese, volontario nella guerra (che conobbe nei suoi esiti dolorosi), perché voleva lottare per la pace e la libertà. Ma, nel 1950, si sentì chiamato a lavorare per la pace in altro modo, finché nel 1964 fondò l’Arche. Canadese di nascita, era figlio di un’importante famiglia cristiana, impegnata nella vita pubblica. Suo padre era stato ambasciatore a Parigi e poi governatore generale del Canada. Da giovane, aveva conosciuto a Parigi, il nunzio Roncalli, il futuro Giovanni XXIII, collega di suo padre, ed era stato suo ospite a Venezia, come amava ricordare. Jean aveva scelto la Francia, come luogo d’irradiazione della sua opera con forte apertura all’universale, come un altro grande “francese” d’elezione, frère Roger Schutz di Taizé. Aveva percorso il mondo per più di mezzo secolo a contatto con le fragilità, approfondendo un carisma di “compassione” per l’altro. Basta prendere in mano un suo piccolo libro, La dépression, per rendersi conto della sua capacità di immedesimarsi nel dolore della malattia depressiva, così diffusa oggi: questa «depressione, questa forza dolorosa e tenebrosa che ci invade nel più profondo del nostro essere e sembra spandersi attraverso il nostro corpo…».Testimone della compassione, vissuta nel rapporto personale, Vanier aveva seguito preoccupato il crescere degli odi e dei muri: «alla base di ogni muro, la paura», affermava. La sua ricca esperienza dell’umanità del XX e del XXI secolo lo portava a dire quanto il mondo contemporaneo sia carico di paura e, quindi, di violenza. Viveva sul terreno in rapporto stretto con i piccoli, ma aveva uno sguardo largo sullo scenario internazionale con una “geopolitica della compassione”, mai astratta o banale, mai rassegnata, ma partecipe dei dolori nella speranza di un mondo più fraterno. Era convinto che fosse possibile costruirlo, partendo dal piccolo e dall’amicizia, dalla “pietra scartata” che diventa testata d’angolo di una nuova costruzione sociale.Dopo l’11 settembre, si era sentito sfidato. Lo si vede in un denso libretto sulla pace, in cui denunciava la crescita dei pregiudizi e dei conflitti tra religioni, culture e persone. Allora scriveva con parole che suonano come un testamento di “ottimismo” evangelico: «Il futuro del mondo sta nelle nostre mani. Dipende dal nostro impegno a lavorare insieme con gli altri per la pace. Costruirela pace è riscoprire una visione, un cammino di speranza per tutta l’umanità». Non si è condannati all’impotenza di fronte ai grandi scenari del mondo o a forze soverchianti: dal piccolo, dall’emarginato, dalla scelta quotidiana di ciascuno, parte una forza inarrestabile di pace e trasformazione, quella dei poveri e degli umili.

Voci di donne, voci di vita

L’immagine è più attuale che mai. I vangeli di Pasqua ci raccontano infatti di donne che, di primo mattino, quando ancora è buio, si incamminano verso la tomba. Tra le mani hanno gli unguenti per poter sperimentare un ultimo contatto con il loro Signore e immaginarsi ancora un frammento di relazione che sposti un po’ più in là il dolore della morte.
A volte sembra di assistere a questa scena. Nel buio di questo tempo sono le donne ad avviarsi verso quella chiesa che – per molti – è la tomba presso cui commemorare un morto. Credenti illuse di poter ancora rimanere legate a chi non c’è più, mentre il mondo va avanti col suo ritmo ordinario.
I vangeli ci raccontano – invece – un’altra verità, ben più grande, profonda e generosa: che le donne sono le ultime ad abbandonare chi soffre, sono coloro che custodiscono la speranza oltre il tempo scaduto delle nostre ragionevoli conclusioni.

«… le donne sono spesso più pronte degli uomini ad ascoltare il senso delle cose, più capaci di sostenere i lunghi silenzi di Dio, più pazienti nel vivere senza risposta di fronte al dolore e all’ingiustizia, più acute nel discernere la presenza di Dio dentro la sua apparente assenza. Le ultime ad andarsene, sotto la croce di Gesù e sotto tutte le croci, le prime a portare un fiore per affermare il loro credo nella vita che non muore. Donne abituate al limite, esse stesse ridotte a limite, il limite del loro corpo. Per questo, prime ad accorgersi che quel corpo, per amore crocifisso, per amore sarebbe stato trasfigurato; prime a presagire i chiarori dell’alba, in ogni sconfitta e sofferenza umana, garanti di risurrezione» (E. Biemmi)

Nelle donne che corrono al sepolcro si raccolgono tante donne. Donne di vangelo, prima di tutto. Come la donna segnata dalle perdite di sangue, la sola veramente capace di «toccarlo» in mezzo a una folla che lo strattonava; la pagana cananea che, osando chiedere il pane dei cagnolini, lo aiutò a capire di essere il Salvatore di tutte e di tutti; la vedova di Nain, schiacciata dalla vita, che toccò il suo cuore con la forza muta del dolore; le tante donne senza nome che lo seguivano e lo servivano, in silenzio e nella dedizione; la peccatrice della casa di Simone, che infranse il club religioso per soli uomini e compì quello che nessuno di essi era capace di fare: amò molto e molto fu perdonata.
Le donne dei vangeli, come le tante di ogni tempo, ci raccontano quello che una certa «religione» non potrà mai spiegarci: la fede nutrita dall’amore.
Sono le donne che da decenni gridano in Argentina per reclamare la verità sui figli uccisi sotto la dittatura; sono le donne che lottano per lasciarsi alle spalle una guerra e cercano un paese dove abitare; sono le donne che domandano che vengano riconosciuti la loro dignità e i loro diritti. Sono le donne – tante – che stanno accanto ai loro figli perché percepiscano la bellezza della vita e le diano fiducia.
Sono proprio le donne – che subiscono spesso l’arroganza maschile, il poco riconoscimento e ruoli di secondo piano – proprio loro, ancora oggi – a farsi voce della novità più sconvolgente della storia: la morte è vinta.