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Un nuovo inizio

L’immagine è una delle opere più significative di Claude Monet. Esposta per la prima volta il 15 aprile 1874 presso lo studio del fotografo Felix Nadar, pur non essendo una delle opere più importanti dell’artista, è unanimemente considerato il quadro che consegnò alla storia la nuova corrente pittorica detta ‘impressionismo’ ed iniziò un rinnovamento artistico di assoluto valore.

La tela ritrae il porto di Le Havre immerso nella foschia dell’alba mattutina; nell’orizzonte che lentamente si apre alla luce, si rivelano – indefinite – le navi ormeggiate. I colori mescolano insieme il blu tenue di un cielo che comincia a schiarirsi e il grigio dei fumi che salgono dalle ciminiere delle fabbriche cittadine confondendosi con gli alberi maestri delle grandi imbarcazioni mercantili. Una foschia che al nascere del sole salirà e “chiarificherà” tutto.

La palla di fuoco del sole comincia a restituire colore e vivacità al paesaggio senza inasprirne i contorni.

Così, nel silenzio che sembra respirarsi in queste prime ore del giorno, alcune piccole barche cominciano a prendere il largo, o probabilmente stanno tornando al porto dopo una notte di pesca.

Monet rappresenta pertanto uno scorcio di vita quotidiana volendolo fissare come fosse una istantanea nel momento dell’aurora, quando ancora c’è una sorta di mescolanza tra la notte che sta passando e il giorno che sta nascendo. È segno di una vita nuova che non intende rinnegare la notte, la paura, la non comprensione, ma si apre in attesa del nuovo che sorge; una novità che spesso si affaccia nel silenzio, che non ha bisogno di ostentare forza perché ha forza in sé. Questo tempo inedito che stiamo vendo rappresenta l’invito ad un tempo nuovo per la chiesa, come un giorno nuovo che comincia a schiudersi alle prime luci del mattino. Come la chiesa, così anche la nostra comunità desidera prendere il largo per aprirsi al mondo tanto quanto le piccole barche raffigurate. È l’invito, per noi a stare nuovamente a stretto contatto con il mondo per “inventare” un modo di vivere le relazioni e di portare l’annuncio del vangelo.

La messa in 30 parole

E’ appena uscito un piccolo volumetto, costruito con 30 disegni, 30 parole, 30 testi più semplici per adolescenti e 30 testi più complessi per adulti. Offre una presentazione della messa. Un abbecedario per imparare a starci dentro.

I disegni che accompagnano le 30 parole sono di don Luca Palazzi.

Riportiamo qui la Introduzione.

Impariamo a veder nuovamente il mondo attorno a noi da cui ci eravamo distolti nella convinzione che i nostri sensi non potessero insegnarci nulla di valido e che solo un sapere rigorosamente oggettivo meritasse di esser preso in considerazione. […] In un mondo così trasformato non siamo soli, e non siamo soltanto tra uomini. Questo mondo si offre anche agli animali, ai bambini, ai primitivi, ai pazzi, che lo abitano a modo loro e che coesistono con esso (M. Merleau-Ponty)

Una Nuova Edizione del Messale Italiano porta nuovo interesse e nuova attenzione verso il centro della liturgia cristiana: la celebrazione eucaristica. Come nella tradizione più recente della storia della Chiesa, anche questo Messale è composto di due parti. Una prima, l’ “ordinamento generale”, e una seconda, che propone le “sequenze rituali”. La prima è integralmente verbale – un grande discorso dottrinale e disciplinare sulla messa – mentre la seconda usa inchiostro nero e inchiostro rosso: il nero propone “parole da dire” mentre il rosso suggerisce “linguaggi da fare”. Le rubriche sono, perciò, rimandi al corpo, allo spazio, al tempo, alla azione. In questo piccolo libro cerchiamo di unificare i tre livelli del discorso del Messale: cerchiamo di offrire una “iniziazione” alla messa, alla celebrazione eucaristica, al sacramento dell’eucaristia, rispettandone la natura di “atto complesso”. Infatti dobbiamo riconoscere che nella esperienza spirituale della comunione con Dio, per Cristo e nello Spirito, operano tre esperienze elementari. Azioni di parola, azioni di pasto e azioni di preghiera sono all’opera nella sequenza rituale. Per questo il rito è la traduzione del Messale – dell’ordo – in questi diversi atti, mescolati, intrecciati e armonizzati. Messa è agire parlando, agire mangiando e bevendo, agire pregando, come comunità e come singoli. Ed esige, perciò, di essere compresa con un atto di intelligenza rituale.

Per questo vorremmo parlarne, a nostra volta, con una pluralità di linguaggi. Come la messa è una pluralità di codici, così anche in questo libro useremo tre registri. Il primo registro sarà quello di una ricostruzione dei linguaggi implicati in ogni “soglia rituale”. Il “glossario” è infatti disposto secondo l’ordine della sequenza rituale. Ogni “voce” si colloca in un dato momento della sequenza e ne illumina il senso, la portata e la ricchezza. Il secondo registro sarà quello destinato al lettore “in formazione”. Diciamo per ragazzi, ma forse potremmo dire per “catecumeni” e per “competenti”, nel senso classico di “coloro che cercano Cristo”: perciò utilizza esempi ed immagini più semplici e più immediate. Il terzo registro sarà puramente iconico, una immagine disegnata, che inaugurerà e segnerà ogni voce, aprendo ad essa come in un lampo di intuizione. La composizione di questi tre registri vorrebbe assicurare una introduzione alla messa che possa essere “iniziazione ai suoi linguaggi elementari”, perché possiamo averne una “intelligenza rituale”. In effetti, per gustare la liturgia eucaristica, per entrare nella sua teologia, per assaporarne la potenza umana e spirituale, occorre recuperare gli strati nascosti, ma efficaci, della nostra umanità. Il disegno di riforma della eucaristia voluto dal Concilio Vaticano II, perché la Chiesa uscisse dai vicoli ciechi della riduzione clericale, del parallelismo devoto, dell’inamidatura formalistica o dello sfiguramento informale, ha introdotto una profonda rielaborazione della esperienza di fede, chiedendo una nuova esperienza della azione rituale, che prevedesse la “partecipazione attiva” come regola. La liturgia è linguaggio comune, al quale partecipiamo in comunità.

Perché questo sia vero, e perché noi diventiamo comunità sacerdotale, dobbiamo riconoscere di celebrare come uomini adulti e donne adulte, ma tutti e tutte capaci di riscoprire l’animale, il bambino, il primitivo e il pazzo che abita in noi e del quale viviamo. Senza questa riscoperta, profonda ed elementare, nessuno può davvero celebrare. Può al massimo irrigidirsi in una cerimonia, o ritirarsi in una meditazione o concentrarsi su una idea. Ma questo non è celebrare. Perciò abbiamo tentato di scrivere, in 30 parole, un “piccolo abbecedario”, destinato ad un fedele-Pinocchio che non ha soltanto il problema di crescere, ma anche quello di non crescere troppo. Solo mediante queste attenzioni – che hanno forma di “resistenze”, ma anche di “rese” – la messa potrà permetterci di “diventare ciò che siamo” (Agostino).

Andrea Grillo – Daniela Conti – Luca Palazzi

Benedizione della famiglia

Non potendo consegnare l’acqua benedetta nella veglia pasquale, invitiamo le famiglie a pregare in casa domandando la benedizione del Signore risorto attraverso questo breve rito.

Benedizione della famiglia

Quando la famiglia è riunita, si versa l’acqua
in una ciotola e si inizia la preghiera:

Nel nome del Padre e del Figlio
e dello Spirito Santo. Amen
Padre buono, nella sua Pasqua Gesù ha vinto
la morte e il peccato;
noi ti ringraziamo per il dono della vita
e ti preghiamo:
donaci la tua benedizione
e sostienici con la forza del tuo Spirito
nelle gioie e nelle fatiche di ogni giorno.

Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato
il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la
tua volontà come in cielo così in terra. Dacci
oggi il nostro pane quotidiano e rimetti a noi
i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo
ai nostri debitori, e non abbandonarci alla
tentazione, ma liberaci dal male.

Tutti si fanno il segno della croce con l’acqua
benedetta

Il filo d’oro della rigenerazione

Messaggio dell’Arcivescovo Erio per la Pasqua 2021

Le parole non hanno sempre lo stesso suono nel corso della vita. È vero che le lettere e le sillabe sono uguali e la pronuncia è la stessa; ma dire “salute” quando tutto va bene, o dirlo durante una grave malattia, ha un peso ben diverso; parlare di “morte” durante una lezione di filosofia, oppure di fronte a un grave lutto, produce stati d’animo differenti. Esteriormente non cambia nulla, ma nel cuore cambia tutto. Più andiamo avanti negli anni e maggiore importanza diamo alle parole; e quelle che da ragazzi pronunciavamo con tanta facilità e leggerezza, come “amicizia”, “amore”, “affetto” – per fermarci alle più importanti – si caricano a poco a poco di risonanze, delusioni e richiami; perché nel trascorrere del tempo si caricano di volti e si riempiono di esperienze.

Chissà che suono avrà quest’anno la parola “speranza”, la promessa racchiusa nella Pasqua, che per i credenti è la vittoria della vita sulla morte, lo squarcio di luce riaperto sulle tenebre; e per tutti è il rifiorire della natura, la rivincita del giorno sulla notte. Tempo di speranza, dunque: ma come distinguerla dall’illusione? Un anno fa si stava indebolendo un hashtag lanciato in Italia all’inizio della pandemia: #andràtuttobene; slogan apparso sempre meno credibile, di fronte all’aumento continuo dei morti a causa del covid-19, che già a Pasqua 2020 erano circa 20.000; ora, che sono quasi 100.000 in più, nessuno osa ripetere quell’auspicio: suonerebbe beffardo e quasi offensivo verso i defunti e i loro cari e verso i milioni di contagiati. Si è dimostrata una speranza illusoria, vana e campata per aria.

Che suono può avere, allora, in questa nuova Pasqua, la parola “speranza”? Come evitare un’altra illusione? Possiamo abbinarla semplicemente all’auspicio della guarigione e della “immunità di gregge”? Certo, tutti speriamo – e lo speriamo davvero – che nei prossimi mesi la pandemia si arresti e la vita sociale riparta; tutti speriamo che le profonde ferite di chi è stato colpito dal lutto e dalla malattia, dall’angoscia e dalla povertà, si possano a poco a poco curare e rimarginare; tutti speriamo che questa esperienza ci insegni ad essere più attenti all’essenziale e meno al superfluo, più appassionati alle relazioni e meno alle polemiche. Ma la speranza pasquale non è solo “ottimismo”; non è solo “rilancio” e nemmeno solo “progetto”: è “rigenerazione”, cioè “nuova nascita”. Dobbiamo prendere atto che qualcosa è morto. Gesù non ha aggirato il sepolcro, ma vi ha dimorato. Noi non possiamo fondare la nostra speranza sulla circonvallazione della tomba; è un passaggio inevitabile. La speranza pasquale non può avere il suono dell’illusione, tanto più oggi che siamo tutti disincantati e provati. Deve avere il suono realistico della rigenerazione: insieme a molte persone, sono morti anche i deliri di onnipotenza e i miraggi di facile e duraturo benessere.

Dalle ceneri deve rinascere qualcosa, prendendo atto di ciò che è morto; dobbiamo ripartire, certo, ma non continuando a vivere come prima – con tante ingiustizie, superficialità e risentimenti – ma lasciandoci purificare dall’esperienza del sepolcro. Per i cristiani, l’ultima parola non è morte, ma vita. Una vita che durerà per sempre e sarà piena nella misura dell’amore che avremo vissuto nell’esistenza terrena. È diffusa l’immagine del kintsugi, la tecnica giapponese della riparazione con l’oro. Quando si rompe un vaso di ceramica, invece di gettare via i cocci, c’è chi li incolla insieme con un filo di oro liquido, ottenendo un oggetto artistico, un pezzo unico a motivo dell’irregolarità dei frammenti e prezioso in ragione dell’oro.

Il filo d’oro che dà senso alle nostre giornate, che mette insieme artisticamente i pezzi della nostra vita e raccoglie le ferite, impreziosendole, è l’amore donato e ricevuto. È l’amore che tiene insieme i pezzi della nostra vita, che cuce le nostre ferite. Solo l’amore rigenera: se sapremo testimoniare con la vita la capacità rigenerante dell’amore, se sapremo raccogliere i cocci delle nostre fragilità e legarli insieme con il filo d’oro dell’amore, accenderemo anche in questa Pasqua una luce che perfora il buio della morte, un riflesso di quell’oro prezioso che è l’amore di Cristo, uscito rigenerato dal sepolcro.

Celebrazioni della Settimana Santa

  • Qui trovate le indicazioni per vivere il Triduo Pasquale: per chi sarà presente alle celebrazioni (1); per chi le seguirà da casa (2); per chi vorrà pregare e celebrare in casa (3)
  1. Per coloro che parteciperanno alle celebrazioni in presenza chiediamo, per il Venerdì Santo, di venire in basilica con un fiore portato da casa.
  • Ricordiamo inoltre che – a motivo del COVID19 – verrà distribuito un libretto con tutte le letture del Triduo pasquale e che ognuno dovrà conservare personalmente portandola con sé ad ogni celebrazione e restituendola a conclusione della veglia di sabato.
  1. Per coloro che seguiranno da casa chiediamo di preparare un “segno” da porre davanti a sé e che servirà durante le celebrazioni:
  • per il Giovedì Santo: una ciotola con dell’acqua
  • per il Venerdì Santo: un crocifisso o una croce
  • per il Sabato Santo e la domenica di Resurrezione: una candela o un piccolo cero.
  • Le celebrazioni del “Triduo pasquale” e la Messa delle 11.00 della domenica di Pasqua saranno trasmesse in diretta sul canale YouTube della parrocchia.

Celebrazione delle ore 20.30 del giovedì santo: https://youtu.be/126xhX-uc6A   

Celebazione delle ore 20.30 del venerdì santo: https://youtu.be/TOkz7Quy8eY

Veglia pasquale delle ore 19.00 del sabato santo:

Messa delle ore 11.00 della Domenica di Pasqua:

Per seguire le celebrazioni potete scaricare il foglietto con le letture cliccando qui.

  1. Coloro che desiderano pregare e celebrare a casa possono utilizzare il sussidio appositamente preparato e che potete scaricare cliccando qui

Benedetto colui che viene nel nome del Signore

Per pregare a casa in questa domenica delle Palme, potete scaricare il foglio cliccando qui

Sussidi per il cammino

di Quaresima

L’Equipe per la catechesi ha realizzato alcuni sussidi per riflettere durante il tempo della Quaresima.

In particolare:

“Ecco, noi saliamo a Gerusalemme…”

Quaresima: tempo per rinnovare fede, speranza e carità

Lettera di Papa Francesco per la Quaresima 2021

Cari fratelli e sorelle,

annunciando ai suoi discepoli la sua passione, morte e risurrezione, a compimento della volontà del Padre, Gesù svela loro il senso profondo della sua missione e li chiama ad associarsi ad essa, per la salvezza del mondo. Nel percorrere il cammino quaresimale, che ci conduce verso le celebrazioni pasquali, ricordiamo Colui che «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,8). In questo tempo di conversione rinnoviamo la nostra fede, attingiamo l’“acqua viva” della speranza e riceviamo a cuore aperto l’amore di Dio che ci trasforma in fratelli e sorelle in Cristo. Nella notte di Pasqua rinnoveremo le promesse del nostro Battesimo, per rinascere uomini e donne nuovi, grazie all’opera dello Spirito Santo.

Ma già l’itinerario della Quaresima, come l’intero cammino cristiano, sta tutto sotto la luce della Risurrezione, che anima i sentimenti, gli atteggiamenti e le scelte di chi vuole seguire Cristo.

Il digiuno, la preghiera e l’elemosina, come vengono presentati da Gesù nella sua predicazione (cfr Mt 6,1-18), sono le condizioni e l’espressione della nostra conversione. La via della povertà e della privazione (il digiuno), lo sguardo e i gesti d’amore per l’uomo ferito (l’elemosina) e il dialogo filiale con il Padre (la preghiera) ci permettono di incarnare una fede sincera, una speranza viva e una carità operosa.

1. La fede ci chiama ad accogliere la Verità e a diventarne testimoni, davanti a Dio e davanti a tutti i nostri fratelli e sorelle. In questo tempo di Quaresima, accogliere e vivere la Verità manifestatasi in Cristo significa prima di tutto lasciarci raggiungere dalla Parola di Dio, che ci viene trasmessa, di generazione in generazione, dalla Chiesa. Questa Verità non è una costruzione dell’intelletto, riservata a poche menti elette, superiori o distinte, ma è un messaggio che riceviamo e possiamo comprendere grazie all’intelligenza del cuore, aperto alla grandezza di Dio che ci ama prima che noi stessi ne prendiamo coscienza. Questa Verità è Cristo stesso, che assumendo fino in fondo la nostra umanità si è fatto Via – esigente ma aperta a tutti – che conduce alla pienezza della Vita.

Il digiuno vissuto come esperienza di privazione porta quanti lo vivono in semplicità di cuore a riscoprire il dono di Dio e a comprendere la nostra realtà di creature a sua immagine e somiglianza, che in Lui trovano compimento. Facendo esperienza di una povertà accettata, chi digiuna si fa povero con i poveri e “accumula” la ricchezza dell’amore ricevuto e condiviso. Così inteso e praticato, il digiuno aiuta ad amare Dio e il prossimo in quanto, come insegna San Tommaso d’Aquino, l’amore è un movimento che pone l’attenzione sull’altro considerandolo come un’unica cosa con sé stessi (cfr Enc. Fratelli tutti, 93).

La Quaresima è un tempo per credere, ovvero per ricevere Dio nella nostra vita e consentirgli di “prendere dimora” presso di noi (cfr Gv 14,23). Digiunare vuol dire liberare la nostra esistenza da quanto la ingombra, anche dalla saturazione di informazioni – vere o false – e prodotti di consumo, per aprire le porte del nostro cuore a Colui che viene a noi povero di tutto, ma «pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14).

2. La speranza come “acqua viva” che ci consente di continuare il nostro cammino. La samaritana, alla quale Gesù chiede da bere presso il pozzo, non comprende quando Lui le dice che potrebbe offrirle un’“acqua viva” (Gv 4,10). All’inizio lei pensa naturalmente all’acqua materiale, Gesù invece intende lo Spirito Santo, quello che Lui darà in abbondanza nel Mistero pasquale e che infonde in noi la speranza che non delude. Già nell’annunciare la sua passione e morte Gesù annuncia la speranza, quando dice: «e il terzo giorno risorgerà» (Mt 20,19). Gesù ci parla del futuro spalancato dalla misericordia del Padre. Sperare con Lui e grazie a Lui vuol dire credere che la storia non si chiude sui nostri errori, sulle nostre violenze e ingiustizie e sul peccato che crocifigge l’Amore. Significa attingere dal suo Cuore aperto il perdono del Padre.

Nell’attuale contesto di preoccupazione in cui viviamo e in cui tutto sembra fragile e incerto, parlare di speranza potrebbe sembrare una provocazione. Il tempo di Quaresima è fatto per sperare, per tornare a rivolgere lo sguardo alla pazienza di Dio, che continua a prendersi cura della sua Creazione, mentre noi l’abbiamo spesso maltrattata (cfr Enc. Laudato si’, 32-33.43-44). È speranza nella riconciliazione, alla quale ci esorta con passione San Paolo: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5,20). Ricevendo il perdono, nel Sacramento che è al cuore del nostro processo di conversione, diventiamo a nostra volta diffusori del perdono: avendolo noi stessi ricevuto, possiamo offrirlo attraverso la capacità di vivere un dialogo premuroso e adottando un comportamento che conforta chi è ferito. Il perdono di Dio, anche attraverso le nostre parole e i nostri gesti, permette di vivere una Pasqua di fraternità. Nella Quaresima, stiamo più attenti a «dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano, invece di parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano» (Enc. Fratelli tutti[FT], 223). A volte, per dare speranza, basta essere «una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza» (FT, 224).

Nel raccoglimento e nella preghiera silenziosa, la speranza ci viene donata come ispirazione e luce interiore, che illumina sfide e scelte della nostra missione: ecco perché è fondamentale raccogliersi per pregare (cfr Mt 6,6) e incontrare, nel segreto, il Padre della tenerezza.

Vivere una Quaresima con speranza vuol dire sentire di essere, in Gesù Cristo, testimoni del tempo nuovo, in cui Dio “fa nuove tutte le cose” (cfr Ap 21,1-6). Significa ricevere la speranza di Cristo che dà la sua vita sulla croce e che Dio risuscita il terzo giorno, «pronti sempre a rispondere a chiunque [ci] domandi ragione della speranza che è in [noi]» (1Pt 3,15).

3. La carità, vissuta sulle orme di Cristo, nell’attenzione e nella compassione verso ciascuno, è la più alta espressione della nostra fede e della nostra speranza. La carità si rallegra nel veder crescere l’altro. Ecco perché soffre quando l’altro si trova nell’angoscia: solo, malato, senzatetto, disprezzato, nel bisogno… La carità è lo slancio del cuore che ci fa uscire da noi stessi e che genera il vincolo della condivisione e della comunione.

«A partire dall’amore sociale è possibile progredire verso una civiltà dell’amore alla quale tutti possiamo sentirci chiamati. La carità, col suo dinamismo universale, può costruire un mondo nuovo, perché non è un sentimento sterile, bensì il modo migliore di raggiungere strade efficaci di sviluppo per tutti» (FT, 183).

La carità è dono che dà senso alla nostra vita e grazie al quale consideriamo chi versa nella privazione quale membro della nostra stessa famiglia, amico, fratello. Il poco, se condiviso con amore, non finisce mai, ma si trasforma in riserva di vita e di felicità. Così avvenne per la farina e l’olio della vedova di Sarepta, che offre la focaccia al profeta Elia (cfr 1 Re 17,7-16); e per i pani che Gesù benedice, spezza e dà ai discepoli da distribuire alla folla (cfr Mc 6,30-44). Così avviene per la nostra elemosina, piccola o grande che sia, offerta con gioia e semplicità.

Vivere una Quaresima di carità vuol dire prendersi cura di chi si trova in condizioni di sofferenza, abbandono o angoscia a causa della pandemia di Covid-19. Nel contesto di grande incertezza sul domani, ricordandoci della parola rivolta da Dio al suo Servo: «Non temere, perché ti ho riscattato» (Is 43,1), offriamo con la nostra carità una parola di fiducia, e facciamo sentire all’altro che Dio lo ama come un figlio.

«Solo con uno sguardo il cui orizzonte sia trasformato dalla carità, che lo porta a cogliere la dignità dell’altro, i poveri sono riconosciuti e apprezzati nella loro immensa dignità, rispettati nel loro stile proprio e nella loro cultura, e pertanto veramente integrati nella società» (FT, 187).

Cari fratelli e sorelle,ogni tappa della vita è un tempo per credere, sperare e amare. Questo appello a vivere la Quaresima come percorso di conversione, preghiera e condivisione dei nostri beni, ci aiuti a rivisitare, nella nostra memoria comunitaria e personale, la fede che viene da Cristo vivo, la speranza animata dal soffio dello Spirito e l’amore la cui fonte inesauribile è il cuore misericordioso del Padre. Maria, Madre del Salvatore, fedele ai piedi della croce e nel cuore della Chiesa, ci sostenga con la sua premurosa presenza, e la benedizione del Risorto ci accompagni nel cammino verso la luce pasquale.