Author Archives: don.luca

Camminamo insieme

Arcabas

Sulla sezione “Inziazione Cristiana”, travate la proposta per riprendere i cammini di catechesi. Trovate anche i moduli per il “patto di responsabilità” e l’iscrizione. (clicca qui)

Camminiamo insieme…

Percorsi di Iniziazione Cristiana per tempi difficili…

Questo tempo di pandemia sta costringendo tutti noi a ripensare le nostre abitudini, le nostre priorità, i nostri ritmi. Anche i cammini di Iniziazione Cristiana domandano di essere ripensati, sapendo salvaguardare la salute di tutti e – nello stesso tempo – la possibilità di continuare a crescere e confrontarsi nella fede.

Per questo motivo come Equipe della catechesi martedì 13 ottobre abbiamo invitato i genitori ad incontrarci per riflettere assieme e condividere i passi di questi mesi, ben sapendo che il futuro resta incerto.

Per tutelare la salute di tutti e in particolare dei nostri bambini e ragazzi, chiediamo ai genitori che desiderano proseguire il percorso di Iniziazione Cristiana, di sottoscrivere due moduli.

Chiediamo di consegnarli in occasione del prossimo incontro del proprio gruppo.

Se qualcuno non li avesse ricevuti in formato cartaceo può scaricarli, stamparli e compilarli personalmente.

Questi gli incontri per genitori e ragazzi che abbiamo fissato fino a Natale

  • Gruppo terza elementare
  • DOMENICA 22 NOVEMBRE
  • DOMENICA 20 DICEMBRE
  • Gruppo quarta elementare
  • DOMENICA 1 NOVEMBRE
  • DOMENICA 6 DICEMBRE
  • Gruppo quinta elementare
  • DOMENICA 8 NOVEMBRE
  • DOMENICA 13 DICEMBRE

Tutti gli incontri si svolgono in Basilica alle ore 17:30

Willy e don Roberto: perché ci servono modelli come loro

di Viola Ardone in “La Stampa” dell’8 ottobre 2020

La medaglia è un distintivo, la appunti sul petto e vedi che è lì che batte il riflesso del sole, lì c’è lo splendore, è lì che deve rivolgersi lo sguardo. Non mi sono mai piaciute molto, le medaglie, per quel loro alone militaresco, per quella pretesa di indicare l’eccellenza di un uomo sugli altri uomini, come se il valore di un individuo non brillasse già di luce propria. Ma la medaglia è anche uno stigma: ci racconta di qualcosa che è accaduto e che non deve essere perso. È una piccola impronta di memoria che ci ricorda che una persona si è distinta tra le tante perché dentro di lei qualcosa ha luccicato in un dato momento e quel chiarore resta per sempre. E per questo le medaglie, a volte, mi piacciono. Mi piace molto la medaglia al valore civile che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto conferire a Willy Monteiro Duarte e don Roberto Malgesini. A ben guardarle, le loro facce sono già due medaglie: i loro sorrisi, gli occhi, la dolcezza dello sguardo.

Il ventunenne di Colleferro finito nel sangue per aver difeso un amico la notte del 6 settembre, e il prete di Como amico degli ultimi e dei diseredati, brutalmente assassinatoil 15 settembre proprio da uno di questi, mentre si dedicava alla sua missione. Gesti, parole, volti che rimarranno nel cuore di coloro che li hanno conosciuti personalmente o solo tramite il racconto che ne è stato fatto.Verrebbe allora da chiedersi: a che serve una medaglia? Ha ancora senso un’onorificenza così anticae forse di minore risonanza rispetto a quella mediatica?Serve, si potrebbe rispondere, come servono gli altari nelle chiese. Serve come servono i princìpi fondamentali della Costituzione, serve come serve avere nel portafogli la fotografia dei propri cari. Non perché corriamo il rischio di dimenticarli ma per tenerli sempre con noi. In un periodo di graveindeterminatezza in cui le certezze ci scricchiolano ogni giorno sotto i piedi, abbiamo bisogno, di tanto in tanto, di guardare in alto in cerca di indizi, di segnali, come navigatori in mare aperto che sivoltano verso la stella polare. Il presidente Mattarella ha saputo fermarne due in mezzo al cielo e ha voluto indicarle con un gesto simbolico, come a dire: vedete, questi sono esempi “luminosi”, modelli da seguire. Questi sono i nostri santi (laici e no), è su questi valori che si fonda ancora la nostra Repubblica, sono queste persone che fanno arretrare passo dopo passo la linea dell’ingiustiziae della violenza. Le medaglie del Capo dello Stato non sono solo una semplice onorificenza ma un gesto politico chesegna una linea di confine tra ciò che è umano e ciò che non lo è, e rimette in fila, nel giusto ordine, quelle che devono essere le nostre priorità: solidarietà, generosità, altruismo, pacifismo, coraggio, come sottolineano le parole che compaiono nella motivazione ufficiale del Quirinale.

La medaglia non è solo un dischetto dorato, è anche una luce che illumina vite che non ci sono più ma che non smettono di orientarci. Vite che non sono le nostre e che pure, in qualche modo, lo sono.

Se l’invidia uccide a sangue freddo

di Michela Marzano, in “La Stampa” del 30 settembre 2020

«La miglior vendetta? La felicità. Non c’è niente che faccia più impazzire la gente che vederti felice», scriveva Alda Merini. Senza forse immaginare che, alcuni anni dopo, un ragazzo di 21 anni,Antonio Giovanni De Marco, avrebbe utilizzato l’argomento della felicità per spiegare il proprio gesto omicida. Eppure è proprio quello che è successo un paio di giorni fa, quando il giovane studente di Scienze infermieristiche di Casarano, che lo scorso 21 settembre aveva ucciso a coltellate due fidanzati di Lecce, ha confessato davanti al pubblico ministero di essere stato lui ad ammazzare Eleonora Manta e Daniele De Santis: «Li ho uccisi perché erano troppo felici e per questo mi è montata la rabbia». Peccato che il delitto, De Marco, lo abbia pianificato nei minimi dettagli, agendo a freddo con «spietatezza e totale assenza di ogni sentimento di compassione e pietà verso il prossimo», come scrive il pm nelle pagine che lo inchiodano. E che l’invidia, la rabbia, la frustrazione e l’impotenza non solo non giustifichino nulla, ma non spieghino nemmeno l’efferatezza del delitto. Che ognuno di noi desideri la felicità è scontato: è persino banale scriverlo. La voglia o il bisogno di ottenere ciò che non si ha (o di diventare ciò che non si è), sono il motore stesso dell’agire umano. Senza desideri si resterebbe paralizzati, non si farebbero sforzi, non ci si avvicinerebbe nemmeno agli altri. Cercare di migliorare la propria situazione, talvolta anche se stessi, è ciò che ci spinge a fare compromessi, a modificare le nostre traiettorie di vita, a batterci perraggiungere determinate mete. Spesso l’esempio o la presenza altrui ci stimolano a fare meglio, diversamente, di più. Qualche volta può anche accadere di provare invidia o gelosia. Ma l’invidia o la gelosia diventano assassine solo quando ci si illude che, privando gli altri di ciò che sono o di ciò che hanno, si possa poi essere sereni. Senza capire che l’equilibrio interiore lo si ottiene solo quandola si smette di paragonarsi agli altri, e ci si concentra su se stessi e i propri obiettivi. Aristotele, nellaRetorica, lo aveva già spiegato molto bene, definendo l’invidia come «un dolore causato da una buona fortuna (…) che appare presso persone simili a noi». Non sto infatti dicendo che non sia umano invidiare qualcuno o essere geloso della sua felicità. Sto solo dicendo che è assurdo pensare che distruggere una persona possa calmare le proprie ansie o colmare i propri vuoti. Anzi. Quando ce la si prende con qualcuno, si entra solo nel circolo vizioso della violenza che demolisce e annienta anche noi stessi. Il vero problema di questo terribile delitto, d’altronde, non è solo la barbarie del gesto – nonostante la prima reazione che si provi quando si apprende la lucidità con la quale De Marco ha programmato il massacro sia l’orrore – ma soprattutto l’assurdità dei motivi invocati: quell’invidia della felicità altrui che oggi avvelena l’esistenza di tanti giovani, come se non fosse ammissibile che qualcuno possa vivere una bella storia d’amore (o trovare un lavoro che gli piace) e debba per questo pagare con la vita il prezzo della sua felicità.Talvolta la vita è ingiusta, certo. Lungi da me l’idea che le cose che si vivono siano sempre e solo meritate: ci sono la fortuna, il fato, il destino, la chance, essere al momento giusto al posto giusto oppure anche nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma questo, appunto, fa parte dell’esistenza; e delle gioie o delle frustrazioni eventuali con le quali ognuno di noi è chiamato a fare i conti. Mentre oggi viviamo in una società che pesa, misura e calcola qualunque cosa, alimentando l’invidia, la gelosia e l’odio. Anche semplicemente suggerendo l’idea che ciò che non si ottiene vada strappato, e che chiunque raggiunga un obiettivo è un maledetto privilegiato che, prima o poi, dovràper forza pagarla. «Perché io no?» «Perché tu sì?» Domande vane, inutili, pericolose. Soprattutto quando portano un giovane a pensare che sia legittimo punire o eliminare qualcuno solo perché felice, invece di provare a costruire la propria personale felicità.

Sette parole per il nuovo anno scolastico

di Sergio di Benedetto in www.vinonuovo.it del 7 settembre 2020

Comincia il nuovo anno scolastico, forse il più difficile dell’Italia repubblicana. Quello che mi sento di condividere è una manciata di parole: sette parole che mi piacerebbe potessero esserci da guida nei prossimi mesi, sette parole che ciascuno di noi può provare a custodire, al di là di protocolli, regole, misure.

Ascolto: il mondo della scuola ha bisogno di ascolto. Ne hanno bisogno gli studenti, hanno bisogno di sapere che qualcuno raccoglierà le loro parole, i loro timori, le loro speranze, le loro fatiche, il loro disorientamento. Hanno bisogno di ascolto i docenti, spesso sfiduciati e demotivati. Hanno bisogno, gli insegnanti, che famiglie e istituzioni ascoltino le loro frustrazioni, le loro idee, i loro desideri, cercando di ridare legittimità a un mestiere importante, che non è un hobby, ma non è nemmeno una missione fatta di abnegazione totale. È un lavoro, e come tale va salvaguardato e considerato. Hanno bisogno di ascolto le famiglie, che si sono trovate a ‘curare’ e ‘gestire’ i figli in mesi di grandi cambiamenti: hanno bisogno di vedere che istituzioni e docenti accolgono paure, malessere, desideri, difficoltà, anche molto pratiche. C’è un’alleanza tra studenti, docenti e famiglie che va assolutamente messa in atto, perché troppo spesso è stata solo sulla carta.

Responsabilità: il tempo che verrà, nel tentativo di limitare il contagio, sarà un tempo di responsabilità. Nessun protocollo, nessuna norma potrà salvare il più debole dal virus, se non ci sarà una dose di responsabilità che è cura degli altri. Una responsabilità che è questione di piccoli gesti: mettere bene la mascherina, tenere la distanza fisica, disinfettare le mani, evitare comportamenti a rischio. Saranno chiamati a responsabilità i docenti, che dovranno lavorare con impegno e competenza. Saranno chiamati a responsabilità i genitori, che dovranno attuare quei comportamenti privati utili al contenimento del virus, senza delegare tutto alla scuola. Saranno chiamati a responsabilità gli studenti: prendersi cura dell’altro, non approfittare della situazione per piccole fughe, rispettare l’adulto e i suoi consigli. Saranno chiamate a responsabilità le istituzioni, ricordando che la scuola non può essere mero strumento per guadagnare un pugno di voti né un luogo che vive di improvvisazioni.

Pazienza: è molto probabile che non tutto andrà bene, che non tutto procederà con linearità. Ma invece che far esplodere subito la critica e la polemica sterile saremo chiamati tutti a portare pazienza. Portare pazienza con lo studente distratto o poco responsabile, portare pazienza con il docente in difficoltà o demotivato, portare pazienza con i genitori esigenti e battaglieri. Siamo tutti esseri umani, con il nostro bagaglio di qualità, difetti, pigrizie, pretese sugli altri.

Fiducia: non avremo un anno scolastico vivibile se mancheremo di fiducia. Fidarsi è rischioso, perché ci rende vulnerabili, ma non può reggere un gruppo umano che si basa sul sospetto. Docenti, studenti, genitori: dovranno tutti fidarsi gli uni degli altri, accettando anche di non capire tutto subito, ammettendo che l’altro non per forza stia agendo per provocarci un danno. Ma la fiducia sarà necessaria anche verso i comitati di esperti e le istituzioni, pur nei limiti emersi nel corso dei mesi.

Visione: la scuola italiana ha bisogno di una visione, che può maturare solo dal confronto, dal dialogo, dalla conoscenza della sua realtà. È necessario che ogni singola scuola si interroghi su cosa vuole essere nei prossimi dieci anni. È necessario che provi a chiederselo il docente come la famiglia e, se possibile, lo studente.

È necessario che se lo chieda anche la politica, al di là di bandiere e colori partitici. Sarà forse utopia quest’ultima, ma non c’è una via diversa per ricostruire un paese se non cercando un dialogo sul quello che vorremo essere, tutti insieme, nel 2030.

Investimento: nel corso degli anni l’investimento nella scuola è stato sempre minore: dalla crisi del 2008 al 2016 l’Italia ha investito in istruzione 5 miliardi in meno all’anno. Nel 2018 l’Italia ha speso circa 1500 dollari in meno a studente rispetto a Germania e Francia (dati forniti da Openpolis). Le strutture sono vecchie e pericolanti, le classi sono sovraffollate, i finanziamenti spesso vanno a progetti ‘bandiera’ che poco incidono sulla didattica, gli stipendi degli insegnanti sono molto al di sotto della media europea e non competitivi con il mercato del lavoro. Ma l’investimento va fatto anche in termini di stima, di formazione, di comunicazione: senza fondi la scuola non vive, ma richiede anche tempo, attenzione, conoscenza reale e seria.

Comunità: la scuola è una comunità di studenti e adulti che, a loro volta, vivono nella comunità civile. Communitas, in latino, indica ‘mettere insieme il proprio servizio e il proprio dono’ per motivi di riconoscenza; communitas deriva dalla radice mei, che indica lo scambio. Siamo parte di rapporti umani in cui c’è un continuo scambio: lo stesso accade a scuola, in cui un flusso continuo di ‘scambi’ procede tra i suoi protagonisti, uno ‘scambio’ mai a senso unico. Si dà e si riceve, tutti, sempre.

Tornare alla comunità, tornare a sentirci parte di un cammino comune: non ci salveremo da soli. Prendersi cura dell’altro, prendersi a cuore l’altro, ma non in modo generico. Il prossimo è sempre quello che mi sta più vicino, adulto o bambino che sia.

Dice il Talmud: “chi salva una vita salva il mondo intero”. Potremmo anche dire che chi ‘salva’ uno studente, salva il mondo intero.

Contributi alla scuola

Nel 2019 la nostra Scuola d’Infanzia “Sacro Cuore” ha ricevuto dal Comune di San Cesario (scuola, centro estivo, contributo straordinario per adeguamento strutture) contributi pari a euro 81.800,00
Dal Ministero ha ricevuto contributi pari a euro 30.747,13

Un ringraziamento va a queste amministrazioni per il sostegno alla nostra scuola, ai bambini e ai loro genitori.

Il Consiglio dell’Ente Gestore

della Scuola d’Infanzia “Sacro Cuore” di San Cesario s/P

Chi ama…

XIII domenica del Tempo Ordinario

Per pregare a casa in questa domenica potete scaricare il foglio cliccando qui

Disseppellire Dio

Dal Diario di Etty Hillesum (1941-1943)
Preghiera della domenica mattina.

Mio Dio, sono tempi tanto angosciosi. Stanotte per la prima volta ero sveglia al buio con gli occhi che mi bruciavano, davanti a me passavano immagini su immagini di dolore umano. Ti prometto una cosa, Dio, soltanto una piccola cosa: cercherò di non appesantire l’oggi con i pesi delle mie preoccupazioni per il domani – ma anche questo richiede una certa esperienza. Ogni giorno ha già la sua parte. Cercherò di aiutarti affinché tu non venga distrutto dentro di me, ma a priori non posso promettere nulla. Una cosa, però, diventa sempre più
evidente per me, e cioè che tu non puoi aiutare noi, ma che siamo noi a dover aiutare te, e in questo modo aiutiamo noi stessi. L’unica cosa che possiamo salvare di questi tempi, eanche l’unica che veramente conti, è un piccolo pezzo di te in noi stessi, mio Dio. E forse possiamo anche contribuire a disseppellirti dai cuori devastati di altri uomini. Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali ma anch’esse fanno parte di questa vita. Io non chiamo in causa la tua responsabilità, più tardi sarai tu a dichiarare responsabili noi. E quasi a ogni battito del mio cuore, cresce la mia certezza: tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te, difendere fino all’ultimo la tua casa in noi. Esistono persone che all’ultimo momento si preoccupano di mettere in salvo aspirapolveri, forchette e cucchiai d’argento – invece di salvare te, mio Dio. E altre persone, che sono ormai ridotte a semplici ricettacoli di innumerevoli paure e amarezze, vogliono a tutti i costi salvare il proprio corpo. Dicono: me non mi prenderanno. Dimenticano che non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia. Comincio a sentirmi un po’ più tranquilla, mio Dio, dopo questa conversazione con te.
Discorrerò con te molto spesso, d’ora innanzi, e in questo modo ti impedirò di abbandonarmi. Con me vivrai anche tempi magri, mio Dio, tempi scarsamente alimentati dalla mia povera fiducia; ma credimi, io continuerò a lavorare per te e a esserti fedele e non ti caccerò via dal mio territorio.

Che Dio sia venuto sulla terra per salvarci è una delle cose più risapute del cristianesimo.
Forse ci lascia più stupiti (e anche più perplessi) la preghiera di Etty Hillesum nel suo Diario: “tu non puoi aiutarci, ma tocca a noi aiutare te”. Come possiamo noi salvare Dio? La logica vuole il contrario: siamo noi quelli che hanno bisogno di essere salvati?
“Sì, mio Dio, sembra che tu non possa far molto per modificare le circostanze attuali”: sembra una frase blasfema, eppure come dare torto a una giovane donna ebrea che vede le persecuzioni attorno a sé, i suoi amici deportati e l’ombra minacciosa di Auschwitz crescere nel suo destino?
E cosa rispondere al grido di tanti nella malattia quando la guarigione a lungo invocata e attesa non arriva?
Etty Hillesum non domanda miracoli a Dio e nemmeno gli imputa responsabilità. Ma non per questo Dio è meno importante per lei: Dio abita in una parte nascosta del suo essere, in un luogo facilmente dimenticato e perduta. “Non si può essere nelle grinfie di nessuno se si è nelle tue braccia”:
anche se questo Dio è così piccolo da essere contenuto in un nascondiglio dentro di noi, la sua presenza è anche capace di far sentire Etty avvolta in un abbraccio.
Come dice il vangelo di questa domenica, “Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna”. Il Dio della nostra fede è venuto per salvarci, anche se sembra che le nostre vicende umane siano governate da altri, da colui che l’evangelista Giovanni chiama “il principe di questo mondo”, che per noi assume il volto di dittatori, uomini violenti e ingiusti, speculatori – e forse perfino i tratti di un piccolo virus che diventa improvvisamente l’essere più potente del nostro pianeta.
Dio è venuta a portarci una salvezza, ma sottile e discreta, talmente fragile che rischia di rimanere sepolta in fondo ai nostri cuori; è facile dimenticarsi di Dio, al punto che rischia di essere perduto per sempre. Tocca a noi salvare Dio, come tocca a noi salvare i segni di umanità che rischiano di affievolirsi sotto la pressione delle tante cose da fare o sotto le amarezze di una vita ingiusta o difficile.
La festa della Trinità ci ricorda proprio i molteplici volti del nostro Dio: il Padre creatore del mondo, eppure invisibile dietro la grandezza della sua creazione; il Figlio salvatore, che si è manifestato su questa terra e che è ugualmente morto su una croce; lo Spirito di santità che ha animato tanti uomini e tante donne nel corso dei secoli, ma di cui nessuno scienziato può fare una fotografia o somministrargli il test sierologico.
Un Dio presente, ma che bisogna “aiutare” a non scomparire. Un Dio che è
venuto per salvare e non per condannare: ma la condanna ce la possiamo
infliggere da soli quando smettiamo di curare quel “piccolo pezzo di lui” che abita in noi.

Amare è relazione

Mosaico di San Vitale (Ravenna)

La festa della “Trinità”

Il foglio per pregare a casa in questa festa della Trinità lo potete scaricare cliccando qui