Il Natale per frate Francesco

tratto da: Merlo Grado Giovanni. Frate Francesco. Il Mulino, 2017

Era il Natale del 1223 e frate Francesco d’Assisi vuole «far memoria del Bambino che è nato a Betlemme, e vedere con gli occhi del corpo i disagi per la mancanza delle cose necessarie a un neonato, come fu adagiato in una greppia e come fu posto sul fieno tra il bue e l’asino». Questa intenzione e la successiva realizzazione sono ricordate dall’agiografo frate Tommaso da Celano, nella Vita prima. La «notte santa» arrivano numerosi frati, uomini e donne. Ceri e fiaccole illuminano la notte. Viene preparata la greppia e sono introdotti il bue e l’asinello. Un sacerdote celebra la Messa e frate Francesco, indossati i paramenti diaconali, «predica al popolo circostante e proferisce parole dolcissime sulla nascita del re povero e su Betlemme città piccolina». Gesù Cristo era allora per lui il «Bambino di Betlemme», pronunciando Bethlehem «al modo di un belato di pecora». L’emozione era totale: «Quando diceva “Bambino di Betlemme” o “Gesù”, quasi passava la lingua sulle labbra, gustando con felice palato e inghiottendo la dolcezza di quelle parole». La descrizione dell’agiografo non necessita di molti commenti. Essa consente di capire la centralità dell’incarnazione divina nella fede del Poverello.

La teologia di frate Francesco è molto concreta e, addirittura, corporea. Il «fare misericordia» con i lebbrosi trasforma i sentimenti di amarezza in «dolcezza dell’animo e del corpo». L’eucaristia è davvero «il santissimo corpo e il santissimo sangue» del Figlio di Dio che si offre «corporalmente» alla visione degli uomini. L’incarnazione fa sì che il Natale si rinnovi a ogni celebrazione eucaristica: «Ogni giorno discende dal seno del Padre sopra l’altare nelle mani del sacerdote; e come [si era mostrato] agli apostoli in vera carne, così anche ora a noi si mostra nel sacro pane»: nel segno dunque della povertà e dell’umiltà si incarna Colui che è nostro Signore.

Imparare ad attendere

di Lidia Maggi, in “Riforma” del 28 novembre 2008

Fermiamoci un attimo. Prendiamoci un po’ di spazio per riflettere sul tempo. Come viviamo il
tempo?
La domanda può sembrare un po’ astratta, una questione da filosofi. Ma è davvero così? Come
raccontare le nostre storie senza fare i conti con il tempo, con la memoria del passato, col nostro
presente, con le ansie e le attese future?
Parlare del tempo è parlare di noi, delle nostre vite. E riflettere su di esso significa interrogarsi sulla
qualità della nostra esistenza. Come stiamo vivendo? Come scorrono i nostri giorni, i nostri anni?
Immediatamente ci assale un dolore. Ci sentiamo lacerati perché vorremmo vivere i nostri giorni
nella piena consapevolezza, dando priorità alle cose e alle relazioni che contano. E invece ci
ritroviamo a correre, a non avere mai abbastanza tempo per le persone che amiamo. Riflettere sul
tempo è prima di tutto un atto doloroso che scatena sensi di colpa, sentimenti di inadeguatezza. Il
primo istinto è la rimozione che si manifesta qualche volta con la cinica rassegnazione C’est la vie.
Bisogna correre, agire, produrre: essere all’altezza degli standard sociali. Non siamo felici di questo
modo di vivere, ma è la realtà. Abitiamo questo tempo, siamo figli di questa epoca. Non si può
vivere fuori dalla storia. E così il tempo che dovrebbe dischiudere le promesse si presenta come
minaccia, se non come aguzzino che ci tiene in ostaggio. Un ritmo che non ci appartiene, imposto
da una società che valuta le persone per le loro performance, per la capacità di saper sfruttare al
meglio il proprio tempo. Il tempo è denaro. E dunque affrettati, il tempo scade. Non puoi
permetterti di perdere tempo, cogli al volo l’oggi, l’attimo fuggente.
Attendere, prego
La nostra società negli ultimi decenni ha subito tante trasformazioni, ma sul tempo ha mantenuto
dei punti fermi: massimalizzazione dei profitti. La tecnologia ha quasi totalmente annullato i tempi
morti. Le distanze si fanno sempre più brevi grazie alla rete, ai mezzi di trasporto sempre più veloci.
Spendiamo i nostri giorni in una società che promette tempo e invece il tempo lo consuma. Le
nostre biografie, così spremute, risultano accelerate, se non schiacciate sul presente. Non c’è tempo
per la memoria, per ricordare, per rielaborare il vissuto.
Noi siamo l’oggi che incalza e ci toglie il fiato. Probabilmente è anche perché siamo così sbilanciati
sull’immediato che fatichiamo a ritrovare una progettualità, a guardare al domani con sentimenti di
speranza e attesa.
Il tempo corre tiranno in una società dove tutto viene vissuto con ritmi accelerati e attendere
significa perdere tempo. È forse per questo che proviamo un senso di fastidio bloccati nel traffico,
nelle file alla posta o quando veniamo lasciati in attesa al telefono: «attendere prego!».
Viviamo i tempi di attesa come un insopportabile ostacolo alla corsa della vita. Che il movimento
sia interrotto dalla sosta, che le parole siano minacciate dal silenzio, che il fare sia costretto a
lasciare il posto al pensare: tutto questo ci sembra un’inutile perdita di tempo.
Tutto e subito
Perché del resto attendere quando possiamo avere tutto e subito? Perché attendere per comperare
una casa, avere una macchina o più banalmente per goderci una bella vacanza? Basta un mutuo, un
prestito, comode rate… Non si vuole banalizzare la fatica di chi non avendo una casa e non
riuscendo a trovare un affitto, è costretto ad accedere all’abitazione solo attraverso il mutuo. Ma non
possiamo tacere i rischi racchiusi in una cultura che valorizza il presente a scapito del futuro, di un
mercato che ti affascina con l’offerta di un prestito e ti convince che tu puoi comperare qualsiasi
cosa anche se non hai i mezzi. I desideri si riducono così a bisogni da soddisfare nell’immediato.
Non c’è più capacità di attesa, né tantomeno discernimento di priorità. È una nuova schiavitù quella
che vincola tutti coloro che accedono a prestiti e sono costretti a vendere il proprio tempo futuro per
pagare ciò che hanno consumato nel presente. È poi così diversa la nostra condizione da quella di
quegli ebrei che, nella Bibbia, non potendo saldare il proprio debito, erano costretti a consegnarsi
come schiavi ai loro creditori? Non più di sette anni però poteva durare tale servizio. I nostri mutui,
generalmente, durano quattro volte di più.
Insegnaci a contare i nostri giorni
Come stiamo vivendo? Siamo così immersi in ciò che facciamo che la prospettiva di fermarci, di
interrompere il flusso delle tante attività ci mette panico.
Che valore diamo al nostro tempo? Quali attese ci abitano? «Insegnaci a contare i nostri giorni»
prega il salmista. Perché noi siamo fatti di giorni, quelli che abbiamo già abitato, il tempo dell’oggi
e quello dell’attesa futura. Meravigliose creature, tessute di continuità e cambiamento. Fragili come
clessidre di cristallo. E così facile che le nostre vite si crepino nella corsa e la sabbia si disperda
trasformando in deserto i nostri giorni.
Le chiese che frequentiamo? Sono il nostro specchio. Quante attività proponiamo alla città, alla
comunità senza davvero interrogarci sul senso del progetto. Preoccupati di fare, di riempire
l’agenda.
Si può vivere anche un’intera vita di fede all’insegna delle tante cose da fare.
E non ci viene in aiuto una certa teologia che ha insistito troppo sul compimento delle promesse (in
Gesù è finita ogni attesa), dimenticando l’invito di Gesù a vegliare ad attendere la sua venuta, i
nuovi cieli e la nuova terra… Riscoprire nella fede una tensione tra promessa e compimento ci aiuta
a curare un po’ della nostra miopia, ci strappa dall’immediato per ampliare il nostro orizzonte.
Una spiritualità dell’attesa
La sfida è dunque quella di imparare di nuovo la «grammatica dell’attesa», svuotandoci un po’ della
nostra fretta e delle nostre sicurezze e lasciando spazio a quel Dio che vuole sorprenderci. Potrebbe
essere un itinerario per il tempo di Avvento, un modo per prepararci al Natale e, un po’ più in là un
aiuto per riconciliarci con i ritmi delle nostre vite, ridefinendo le priorità e ritrovare il respiro della
vita.

Semi di Pace e di speranza

Dal Messaggio di Papa Leone per la X giornata mondiale di preghiera per la cura del creato

Cari fratelli e sorelle!

Il tema di questa Giornata Mondiale di Preghiera per la Cura del Creato, scelto dal nostro amato Papa Francesco, è “Semi di Pace e di Speranza”. Nel 10° anniversario dell’istituzione della Giornata, avvenuta in concomitanza con la pubblicazione dell’Enciclica Laudato si’, ci troviamo nel vivo del Giubileo, “pellegrini di Speranza”. E proprio in questo contesto il tema acquista il suo pieno significato.

Molte volte Gesù, nella sua predicazione, usa l’immagine del seme per parlare del Regno di Dio, e alla vigilia della Passione la applica a sé stesso, paragonandosi al chicco di grano, che per dare frutto deve morire (cfr Gv 12,24).

Il seme si consegna interamente alla terra e lì, con la forza dirompente del suo dono, la vita germoglia, anche nei luoghi più impensati, in una sorprendente capacità di generare futuro.

Dunque, in Cristo siamo semi. Non solo, ma “semi di Pace e di Speranza”. Come dice il profeta Isaia, lo Spirito di Dio è in grado di trasformare il deserto, arido e riarso, in un giardino, luogo di riposo e serenità: «In noi sarà infuso uno spirito dall’alto; allora il deserto diventerà un giardino e il giardino sarà considerato una selva. Nel deserto prenderà dimora il diritto e la giustizia regnerà nel giardino. Praticare la giustizia darà pace, onorare la giustizia darà tranquillità e sicurezza per sempre. Il mio popolo abiterà in una dimora di pace, in abitazioni tranquille, in luoghi sicuri» (Is 32,15-18).

Queste parole profetiche, che dal 1° settembre al 4 ottobre accompagneranno l’iniziativa ecumenica del “Tempo del Creato”, affermano con forza che, insieme alla preghiera, sono necessarie la volontà e le azioni concrete che rendono percepibile questa “carezza di Dio” sul mondo. La giustizia e il diritto, infatti, sembrano rimediare all’inospitalità del deserto. Si tratta di un annuncio di straordinaria attualità. In diverse parti del mondo è ormai evidente che la nostra terra sta cadendo in rovina. Ovunque l’ingiustizia, la violazione del diritto internazionale e dei diritti dei popoli, le diseguaglianze e l’avidità da cui scaturiscono producono deforestazione, inquinamento, perdita di biodiversità. Aumentano in intensità e frequenza fenomeni naturali estremi causati dal cambiamento climatico indotto da attività antropiche, senza considerare gli effetti a medio e lungo termine della devastazione umana ed ecologica portata dai conflitti armati.

Sembra che manchi ancora la consapevolezza che distruggere la natura non colpisce tutti nello stesso modo: calpestare la giustizia e la pace significa colpire maggiormente i più poveri, gli emarginati, gli esclusi.

E non basta: la natura stessa talvolta diventa strumento di scambio, un bene da negoziare per ottenere vantaggi economici o politici. In queste dinamiche, il creato viene trasformato in un campo di battaglia per il controllo delle risorse vitali, come testimoniano le zone agricole e le foreste divenute pericolose a causa delle mine, la politica della “terra bruciata”, i conflitti che scoppiano attorno alle fonti d’acqua, la distribuzione iniqua delle materie prime, penalizzando le popolazioni più deboli e minando la stessa stabilità sociale.

Queste diverse ferite sono dovute al peccato. Di certo non è questo ciò che aveva in mente Dio quando affidò la Terra all’uomo creato a sua immagine (Gen 1,24-29). La Bibbia non promuove «il dominio dispotico dell’essere umano sul creato» Anzi, è «importante leggere i testi biblici nel loro contesto, con una giusta ermeneutica, e ricordare che essi ci invitano a “coltivare e custodire” il giardino del mondo (cfr Gen 2,15). Mentre “coltivare” significa arare o lavorare un terreno, “custodire” vuol dire proteggere, curare, preservare, conservare, vigilare.

La giustizia ambientale – implicitamente annunciata dai profeti – non può più essere considerata un concetto astratto o un obiettivo lontano. Essa rappresenta una necessità urgente, che va oltre la semplice tutela dell’ambiente. Si tratta, in realtà, di una questione di giustizia sociale, economica e antropologica. Per i credenti, in più, è un’esigenza teologica, che per i cristiani ha il volto di Gesù Cristo, nel quale tutto è stato creato e redento. In un mondo dove i più fragili sono i primi a subire gli effetti devastanti del cambiamento climatico, della deforestazione, e dell’inquinamento, la cura del creato diventa una questione di fede e di umanità.

È ormai davvero il tempo di far seguire alle parole i fatti. «Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana». Lavorando con dedizione e con tenerezza si possono far germogliare molti semi di giustizia, contribuendo così alla pace e alla speranza. Ci vogliono talvolta anni prima che l’albero dia i suoi primi frutti, anni che coinvolgono un intero ecosistema nella continuità, nella fedeltà, nella collaborazione e nell’amore, soprattutto se quest’amore diventa specchio dell’Amore oblativo di Dio.

L’Enciclica Laudato si’  ha accompagnato la Chiesa Cattolica e molte persone di buona volontà per dieci anni: essa continui ad ispirarci e l’ecologia integrale sia sempre più scelta e condivisa come rotta da seguire. Così si moltiplicheranno i semi di speranza, da “custodire e coltivare” con la grazia della nostra grande e indefettibile Speranza, Cristo Risorto.

La responsabilità comune per la pace a Gaza

Si leva dalla diocesi di Bologna l’appello di cattolici ed ebrei perché tacciano le armi nell’enclave palestinese, siano liberati gli ostaggi e restituiti i corpi. Nella dichiarazione congiunta del cardinale Zuppi e del presidente della comunità ebraica di Bologna, Daniele De Paz l’appello alle autorità italiane e internazionali. Di seguito il testo della dichiarazione:

«Noi, rappresentanti delle comunità cristiana ed ebraica a Bologna, figli dell’Unico Dio pacifico e misericordioso, riconoscendoci Fratelli tutti, uniamo la nostra voce consapevoli della gravità dell’ora presente e della responsabilità morale che ci unisce come credenti e come cittadini.

Di fronte alla devastazione della guerra nella Striscia di Gaza diciamo con una sola voce: fermi tutti. Tacciano le armi, le operazioni militari in Gaza e il lancio di missili verso Israele. Siano liberati gli ostaggi e restituiti i corpi. Si sfamino gli affamati e siano garantite cure ai feriti. Si permettano corridoi umanitari. Si cessi l’occupazione di terre destinate ad altri. Si torni alla via del dialogo, unica alternativa alla distruzione. Si condanni la violenza.

Ci uniamo al grido dell’umanità ferita che non vuole e non può abituarsi all’orrore della violenza: basta guerra. È il grido dei palestinesi e degli israeliani e di quanti continuano a credere nella pace, coscienti che questa può arrivare solo nell’incontro e nella fiducia, che il diritto può garantire nonostante tutto. Come ricorda il Salmo: «Cercate la pace e perseguitela» (Sal 34,15). E come insegna la sapienza antica: «Chi salva una vita, salva il mondo intero». Ma è tragicamente vero il contrario: chi uccide un uomo uccide il mondo intero.

Condanniamo ogni atto terroristico che colpisce civili inermi. Nessuna causa può giustificare il massacro di innocenti. Troppi bambini sono morti. Nessuna sicurezza sarà mai costruita sull’odio. La giustizia per il popolo palestinese, come la sicurezza per il popolo israeliano, passano solo per il riconoscimento reciproco, il rispetto dei diritti fondamentali e la volontà di parlarsi.

Rigettiamo ogni forma di antisemitismo, islamofobia o cristianofobia che strumentalizza il dolore e semina solo ulteriore odio. Chiediamo alle istituzioni italiane e internazionali coraggio e lucidità perché aprano spazi di incontro e aiutino in tutti i modi vie coraggiose di pace. Il dolore unisca, non divida. Il dolore non provochi altro dolore. Dialogo non è debolezza, ma forza. La pace è sempre possibile. E comincia da qui, da noi. Fermi tutti!»

Matteo Maria Zuppi, Arcivescovo di Bologna

Daniele De Paz, Presidente della Comunità Ebraica di Bologna

Abbiamo sempre saputo tutto

di Francesca Mannocchi, La Stampa, 27 maggio

Quand’è che il troppo è troppo? Quando il disprezzo del diritto internazionale diventa intollerabile? Dopo quanti bambini massacrati, uccisi, bruciati vivi, mutilati? Dopo quante denunce tacciate di antisemitismo si può alzare la testa e dire che no, non è antisemitismo affatto, è ostinazione a credere nel diritto. È non rassegnarsi alla realtà manipolata. Erano già troppi dieci bambini uccisi. Ora sono 20mila. Erano già troppi cento civili uccisi. Ora sono 54mila. Eppure, si dirà, il vento sta cambiando. Cambiano i titoli dei giornali, l’indignazione è diffusa, la condanna ai crimini di guerra è sentimento comune.

Eppure rischia di essere tardi. Tardi perché a Gaza si sta consumando la crisi della nostra umanità e l’Occidente sta perdendo se stesso. È tardi perché per 19 mesi abbiamo sempre saputo tutto. Tardi perché anche 18 mesi fa e poi 15 e poi 12 e così via, si poteva discutere della sospensione degli accordi di associazione Ue-Israele, o si potevano interrompere le esportazioni di armi che invece si continuano ad autorizzare. Si potevano negare i diritti di sorvolo agli aerei di Netanyahu, sotto inchiesta della Corte penale internazionale. E invece.

Abbiamo sempre saputo tutto. Le Nazioni Unite presentano ogni settimana i dati aggiornati sulla situazione nella Striscia di Gaza. Per 11 settimane, tra il 2 marzo e il 18 maggio, nessun aiuto umanitario è entrato nella Striscia di Gaza per l’assedio imposto dalle autorità israeliane. Tradotto significa che non c’era cibo, né carburante per far funzionare i generatori di corrente necessari ai pochi ospedali rimasti attivi, che non sono entrati aiuti medici, né anestesie, né antidolorifici. Che aumentano i bambini malnutriti. Poi il 19 maggio, anche a Tel Aviv qualcuno si è reso conto che sta cambiando un po’ il vento, e Netanyahu ha dichiarato che avrebbe fatto entrare degli aiuti. Dieci camion, il primo giorno, in un luogo in cui prima dell’inizio dell’offensiva militare ne servivano quotidianamente 500. E cosa succede se dopo 80 giorni, che non entra un grammo di farina, dieci camion raggiungono Gaza? Che i camion vengono assaltati. È inevitabile. Si chiama fame. Far entrare dieci camion in un luogo dove ne servirebbero centinaia è l’ennesimo oltraggio a una popolazione in ginocchio, una provocazione, un disordine voluto per dire: vedete? Dobbiamo militarizzare gli aiuti umanitari.

Abbiamo sempre saputo tutto, abbiamo avuto dati aggiornati sulle malattie e la fame, sulla conta dei morti e dei feriti, abbiamo visto amputazioni in diretta, e in diretta il recupero dei cadaveri. Abbiamo saputo sempre tutti che le cifre di morti e feriti fossero stime al ribasso e non gonfiate. E prima che sia troppo tardi, prima che i 20mila bambini morti diventino 30mila, dobbiamo mantenere tutta la razionale fermezza di cui siamo capaci per dire che sapevamo tutto, abbiamo sempre saputo tutto e dobbiamo fermare questo massacro.

“Stabat mater”: Il dolore e la speranza delle madri

Messaggio per la Pasqua di Mons. Erio Castellucci

Stabat Mater dolorosa”… la famosa sequenza, attribuita a Jacopone da Todi (XIII sec.), messa in musica tra gli altri da Pierluigi da Palestrina (XVI sec.), riecheggia la scena del Vangelo di Giovanni che inizia proprio così: “Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre, Maria di Cleofa e Maria di Magdala” (Giovanni 19,25). Non erano fuggite, come quasi tutti i discepoli, ma stavano lì, nel momento del dolore supremo; e non si erano accasciate, ma rimanevano in piedi: l’evangelista usa un verbo che indica proprio questa dignitosa posizione. La sofferenza delle madri, nei millenni, è smisurata. Un simbolo eloquente è la Plaza de Mayo, a Buenos Aires in Argentina, che tra il 1976 e il 1983 ha visto centinaia di madri dei desaparecidos sfidare coraggiosamente la dittatura militare, per chiedere la liberazione dei loro figli arrestati e torturati. Ma quanti milioni di madri, nell’arco della storia umana, restano in piedi sotto la croce dei loro figli! Le madri dei bimbi morti per fame, sete o malattia; le madri degli adolescenti e dei giovani che si tolgono la vita o sono vittime di incidenti; le madri dei soldati di tutte le guerre, che li vedono partire senza poterli riabbracciare. E le madri che salutano i figli affidandoli al mare, senza sapere se saranno vittime di naufragio o giungeranno al sicuro. Una lista davvero dolorosa e drammatica, che non finirebbe più.

Ciascuna di loro è racchiusa in Maria, la “mater dolorosa”.

La Pasqua non è però solo il buio del venerdì santo; è anche e soprattutto l’alba della domenica. Per preparare discepoli alla sua morte e risurrezione, Gesù ha offerto proprio un’immagine materna: “la donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo” (Giovanni 16,21). L’esperienza del parto è passione e gioia assieme, sofferenza e speranza nello stesso evento. Solo le madri lo sanno: per questo la morte del figlio è per loro quanto di più innaturale si possa vivere, quasi un parto alla rovescia. Ma le madri sanno inserire dei punti di luce nel dolore. Poco dopo l’inizio dell’invasione dell’Ucraina da parte della Federazione russa, il web diffuse un breve video che scosse milioni di persone: un giovane soldato russo in lacrime, fatto prigioniero ed evidentemente traumatizzato, è attorniato da ucraini che gli porgono un the caldo; alla sua destra una donna tiene un cellulare davanti alla bocca del giovane, che così può rassicurare sua madre facendole sapere che è vivo. La donna ucraina ha lo sguardo della madre, che vede in quel soldato non un nemico, ma un figlio.

Donna, ecco tuo figlio”: Gesù consegna a sua madre un altro figlio, il discepolo amato, che la prende nella sua casa: “ecco la tua madre” (cf. Giovanni 19,26-27). Solo il Signore può trasformare una croce in una culla, un sepolcro in una casa, un luogo di morte in un luogo di vita nuova. Dalla distruzione di una famiglia, nasce nella Pasqua una nuova famiglia. È l’indomabile speranza cristiana, che non annulla il dolore, non cerca (inutilmente) di aggirarlo, ma lo abita mantenendo accesa una luce: la certezza che l’amore, alla fine, vince. Sotto la croce di Gesù, Maria è come se vivesse una seconda volta le doglie del parto, in attesa della risurrezione, vita che vince. E sarà, oltre che la madre di Gesù, anche la madre del discepolo amato, cioè di chiunque di noi la prende nella sua casa.

La speranza delle madri è più forte di ogni violenza e si annida dentro ad ogni croce. La sequenza di Jacopone, iniziata con il dolore della madre, si conclude con l’espressione “paradisi gloria”. È la prospettiva della gloria, il lato domenicale della Pasqua, che sostiene la nostra speranza il venerdì e il sabato, mentre camminiamo nella storia. E ci sostiene con la testimonianza e la forza delle madri.

“Ordo amoris”

C’è un’ideologia perversa che pretende di trovare un sostegno teologico alle politiche discriminatorie e suprematiste messe in atto dall’attuale amministrazione Usa. Il concetto è stato espresso molto chiaramente da J. D. Vance, il vicepresidente Usa che dice di essere cattolico. “C’è un concetto cristiano che dice di amare la propria famiglia, – ha detto Vance – poi i propri vicini, poi la propria comunità, poi i propri concittadini e infine di dare la priorità al resto del mondo”.

Per sostenere questa tesi, il vicepresidente è andato a scomodare Sant’Agostino, di cui dice di essere un grande ammiratore, che parla di “ordo amoris”, ovvero di un ordine (gerarchico?) nell’amore.

In maniera pressoché diretta Papa Francesco ha risposto nella lettera indirizzata ai vescovi Usa scrivendo che “l’amore cristiano non è un’espansione concentrica di interessi che a poco a poco si estendono ad altre persone e gruppi”. Rifacendosi alla parabola del Buon Samaritano, ha poi affermato che il “vero ordo amoris” si basa sull’“amore che costruisce una fratellanza aperta a tutti, senza eccezioni”.

Senza dubbio, se fosse come dice Vance, personalmente non esiterei ad abbandonare la religione cristiana, ma per grazia di Dio credo che il Papa interpreti bene il pensiero di Agostino che intendeva dire tutt’altra cosa e che sicuramente non ha mai affermato che bisogna amare alcuni maltrattando altri.

Se fosse come dice Vance, Francesco d’Assisi e tutti i santi del calendario starebbero all’inferno.

ATTESA

L’installazione artistica sulla lunetta dell’ingresso della Basilica di San Cesario D.M.

Titolo: Attesa

Artista: Federico Manicardi

Materiali: coperte termiche; plastica; polistirolo

Anno: 2025

Non è facile alzare lo sguardo, soprattutto oggi. Il tempo che stiamo vivendo è un tempo frenetico, incerto, caotico. Spesso per non perderci o per non lasciarci travolgere dagli eventi stiamo attenti a dove mettiamo i piedi, a chi ci sta accanto e a quello che abbiamo davanti. Per essere pronti, efficienti, flessibili, veloci, i nostri occhi restano incollati alla terra, ma così facendo perdiamo di vista il fine delle nostre vite.
Non dalla terra, ma dal cielo arriverà la nostra speranza; non per nostri meriti, ma per un suo dono potremo contemplare il volto di Dio.

Gesù nel Vangelo lo rivela:
“Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina” (Lc 21,25-28).

Non è facile alzare lo sguardo, ma è possibile.
È l’unico modo per poter accogliere il ritorno del Figlio dell’uomo e la liberazione che lui ci offre.

L’installazione per questo tempo giubilare vuole aiutarci proprio a fare questo: alzare lo sguardo. La calda luce dorata delle coperte termiche ci invita ad alzare lo sguardo prima di varcare la porta della chiesa. Lo sconvolgimento degli astri, del cielo, delle nubi, evocati dalle forme morbide e vorticose non annunciano la fine di tutto, ma l’inizio di qualcosa di nuovo. Il segno della croce, il luogo in cui si è pienamente rivelato il Figlio dell’uomo, è lì per annunciarci che la nostra liberazione è vicina: non perdiamo la speranza!

Col Natale Dio ha cambiato indirizzo

Nel dicembre 2022, in contesto ancora pandemico, usciva “Don’t look up” (“Non guardate in su”), un film che narra la scoperta da parte di due scienziati astronomi di una cometa che si rivela – ben presto – diretta verso la terra e destinata a distruggerla. Nel tentativo di comunicare al mondo l’imminente catastrofe si palesano ben presto due schieramenti: chi si lascia interpellare da questo evento e chi, invece, come la politica, preferisce negarlo, ignorarlo, fingere che non sia un problema, o tutt’al più sfruttarlo per i propri interessi economici. Da qui lo slogan che la politica e i media rimandano costantemente: “Don’t look up” – “Non guardate in alto” – non lasciatevi interrogare, preoccupare o distrarre dai segni nel cielo, ma tenete lo sguardo ben fisso a terra, alla vita ordinaria e frenetica.

Questo invito, purtroppo, non eviterà l’impatto.

Il film ha fatto molto discutere per i molteplici significati e tematiche che lo attraversano. Qualcuno ha voluto leggerci anche le conseguenze della superficialità umana che non accetta di lasciarsi interrogare dai temi della vita, come la morte, il senso dell’esistenza, la responsabilità verso gli altri e verso se stessi. Si preferisce evitare di scrutare il cielo, di interrogarsi sui segni che la realtà ci manda. Si preferisce “fare finta” che non stia accadendo nulla di tragico nel mondo.

2000 anni fa, invece, qualcuno ha accettato la sfida di alzare lo sguardo e lasciarsi interrogare dall’apparire improvviso di una cometa.

Il Natale, infatti, non è invito a guardare il cielo per distogliere l’attenzione dalla terra, dai suoi drammi e dalle persone che ci vivono. Non è nemmeno ripiegarsi su se stessi, sul consumo sfrenato delle cose di oggi per trovare sollievo, anche solo per pochi giorni. Entrambe le strade sono “evasioni” dalla vita, in un modo o nell’altro.

Il Natale è invito a scrutare il cielo coi piedi per terra, come i Magi, che si sono lasciati interrogare dai segni senza fuggire in un mondo immaginario.

E se allora i pastori furono invitati a farsi affascinare dal coro degli angeli, dallo scintillare quasi accecante di una luce avvolgente, era solo perché il loro sguardo si posasse, presto, su un bambino.

La gioia e le luci natalizie, che avvolgono il nostro paese, ci invitano a “fare luce” sulle tenebre che oscurano tante realtà che sono accanto a noi e quelle che – purtroppo – affliggono tanti nel mondo.

La luce di un bambino, la verità di una umanità semplice e aderente alla terra, ci dicono che sono le persone in carne ed ossa a chiedere salvezza. Sono queste persone, come siamo noi, e le loro storie ordinarie a domandare pace e solidarietà.

Davanti ai potenti che preferiscono ignorare i “piccoli” e i fragili, che guardano ai numeri per confermare il loro potere, o che usano violenza per non perderlo, la carne fragile di un bambino ci ricorda che Dio non si accomoda tra i salotti dei dominatori, ma tra terra umida e polverosa dei diseredati.

Il Natale ci ricorda che Dio non è nel potere o tra i potenti. Se alziamo lo sguardo per cercare i “piani alti”, se lo cerchiamo lì, per il nostro senso di sicurezza o di tranquillità…, non lo troveremo. È tempo di guardare altrove. Perché da quella notte, Dio ha cambiato definitivamente indirizzo.

La speranza del Giubileo

di Luigi Sandri in “L’Adige” del 13 maggio 2024

«Possa il Giubileo essere occasione di rianimare la speranza». È questo l’auspicio che percorre l’intera bolla «Spes non confundit» con la quale papa Francesco ha indetto ufficialmente il Giubileo del 2025, che inizierà il 24 dicembre con l’apertura della «porta santa» della basilica vaticana e si concluderà il 6 gennaio 2026. Il Giubileo ha origine dalla tradizione ebraica che lo fissava ogni 50 anni e aveva precisi obiettivi:

–  la terra doveva essere lasciata riposare (con lo scopo pratico di rendere più forti le successive coltivazioni),

–  la remissione dei debiti,

–  gli schiavi dovevano riacquistare la libertà e tornare alle proprie case.

L’annuncio del Giubileo veniva dato nel tempio di Gerusalemme dal suono dello shofar, cioè un corno di ariete, in ebraico yobel, da cui deriva il termine Giubileo. Le indicazioni sono tratte dal libro del Levitico al capitolo 25: “Conterai sette volte sette anni; queste sette settimane di anni faranno un periodo di quarantanove anni. Al decimo giorno del settimo mese, farai squillare la tromba dell’acclamazione; nel giorno dell’espiazione farete squillare il corno per tutto il paese. Dichiarerete santo il cinquantesimo anno e proclamerete la liberazione nel paese per tutti i suoi abitanti. Il cinquantesimo anno sarà per voi un giubileo; non farete né semina, né mietitura di quanto i campi produrranno da sé, né farete la vendemmia delle vigne non potate. Poiché è il giubileo; esso vi sarà sacro; potrete però mangiare il prodotto che daranno i campi. In quest’anno del giubileo, ciascuno tornerà in possesso del suo”. (Lv 25, 8-13)

Non è ben chiaro se e come gli ebrei abbiano celebrato il Giubileo; è certo, comunque, che le Chiese cristiane per oltre un millennio dimenticarono l’idea. Fu papa Bonifacio VIII, nel 1300, a indire il primo Giubileo. Esso, però, scordato quello biblico, aveva come scopo principale il pellegrinaggio per venire a Roma a pregare sulle tombe degli apostoli Pietro e Paolo, e «acquistare» così le indulgenze. L’Europa fu percorsa da un enorme fremito: pellegrini da tutti i paesi si misero in cammino (chi a cavallo e chi a piedi) per raggiungere la Città eterna: lo stesso Dante Alighieri vi partecipò, e ne parlò nella Divina Commedia. Ma, se per Bonifacio la «Grande perdonanza» doveva avere una scadenza centenaria, poi altri papi la fissarono ogni venticinque anni. I Giubilei, lungo i secoli, si svolsero con questa scadenza, salvo in caso di guerra.

L’Anno Santo è tempo di grazia, momento per risvegliare la fede e le coscienze. È l’anno della remissione dei peccati e delle pene, è l’anno della riconciliazione tra avversari, è l’anno della conversione e della penitenza, è l’anno della solidarietà, della speranza, della giustizia, dell’impegno per servire Dio nella gioia e nella pace con i fratelli. Bergoglio, nella sua bolla, invita tutti ad essere pellegrini-portatori di speranza, soprattutto verso i giovani e i carcerati, i profughi e i poveri. Ma ricorda anche i grandi drammi del mondo, in particolare le guerre: «è troppo sognare che le armi tacciano e smettano di portare distruzione e morte? E che le Nazioni più benestanti stabiliscano di condonare i debiti di Paesi che mai potrebbero ripagarli?».

A conclusione della bolla di indizione del Giubileo papa Francesco scrive: «Il prossimo Giubileo, dunque, sarà un Anno Santo caratterizzato dalla speranza che non tramonta, quella in Dio. Ci aiuti pure a ritrovare la fiducia necessaria, nella Chiesa come nella società, nelle relazioni interpersonali, nei rapporti internazionali, nella promozione della dignità di ogni persona e nel rispetto del creato. La testimonianza credente possa essere nel mondo lievito di genuina speranza, annuncio di cieli nuovi e terra nuova (cfr. 2Pt 3,13), dove abitare nella giustizia e nella concordia tra i popoli, protesi verso il compimento della promessa del Signore».