La valanga della Marmolada siamo noi che abbiamo smesso di pensare al futuro

di Antonio Scurati, “Corriere della sera” di mercoledì 6 luglio 2022

È una tragedia, quella della Marmolada, del tutto inedita: è la prima tragedia alpinistica imputabile senza ombra di dubbio alla crisi climatica, che dall’uomo è stata provocata. Questo innalzamento delle temperature, di cui da tanto tempo parliamo come di un problema in prospettiva, che ci toccava relativamente, ora ha fatto i suoi primi morti, qui in Italia: ecco, il dramma non è più nel 2100 o chissà quando, è qui e ora. Mi si chiede un commento e mi è difficile aggiungere qualcosa di sensato, ma forse posso raccontare un paio di cose per chi ancora non si rende conto di cosa sta succedendo nell’estate del 2022. Le notizie sono tante, ci sono la guerra, il Covid, la crisi economica, ed è possibile che qualcuno si sia perso gli aggiornamenti sul clima. Per cui lo dirò senza giri di parole: è un’estate, quella appena cominciata, che non si era mai vista nel Nord Italia, e non sappiamo niente di quello che succederà. Io la osservo dalla montagna dove abito, a quasi 2000 metri d’altezza. Forse la osservo meglio di chi sta in città perché la montagna è la frontiera del cambiamento climatico: due o tre gradi in più a Milano o Roma cambiano poco la vita delle persone, in montagna sconvolgono il paesaggio. Se in montagna si asciuga una fonte che ha sempre buttato acqua, lo vedi con i tuoi occhi e ti viene una gran paura. In città non te ne accorgi, vai avanti a vivere come sempre fino al giorno in cui, magari, aprirai il rubinetto e non scenderà più nulla: e allora scoppieranno le guerre per l’acqua. Ho fatto questo esempio perché abito in un posto che si chiama Fontane, nome dovuto proprio all’acqua che intorno a casa mia sgorga dappertutto. Anzi, sgorgava. Nell’estate del 2022, dovremmo cambiare il nome in “Fontane Perdute”. I torrenti sono asciutti e i fieni, che qui si sono sempre tagliati a metà luglio, erano già maturi un mese fa, e tra i muretti delle mulattiere sta fiorendo in questi giorni l’epilobio, che di solito annuncia l’arrivo di agosto. Se ai primi di luglio fiorisce un fiore di agosto, che cosa succederà tra un mese? Non ne abbiamo idea. Non lo sa né la scienza, né la saggezza degli anziani. L’acqua che bevo in casa, e che viene da una fonte a 2350 metri che ha sempre buttato acqua in estate e in inverno, ci sarà ancora in agosto? Nessuno sa rispondere.

La stessa situazione si verifica sui ghiacciai. Ho amici che gestiscono un rifugio sul Monte Rosa, a 3500 metri d’altezza. È da pochi anni che vedono piovere, lassù, in estate: per tutta la loro vita avevano visto soltanto nevicare (e se sembra un piccolo cambiamento, devo spiegare che l’acqua scioglie il ghiaccio molto prima del sole: mettete un cubetto di ghiaccio in un bicchiere d’acqua e un altro su un piatto, e fate la prova). In questo momento i ghiacciai del Rosa hanno l’aspetto che gli anni scorsi avevano a Ferragosto: la neve caduta in inverno, ha finito di sciogliersi all’inizio di giugno, con un mese e mezzo di anticipo sulle abitudini. Cosa succede quando il ghiaccio vivo viene sottoposto a un’estate così, e invece di prendere due o tre settimane di sole e di caldo ne prende due o tre mesi? La risposta è semplice, è come per la mia fonte: non lo sappiamo.

La tragedia della Marmolada giunge come una dolorosa terapia d’urto che è costata la vita a molte persone del tutto innocenti e che sottrae argomenti vacui ai negazionisti climatici e agli scettici, che oggi si ritrovano disarmati di fronte a una tragica evidenza. Ma mi chiedo: sapremo imparare la lezione? Troppi sono gli interessi in ballo e temo che non ci sia distacco di giacchiai, siccità diffusa, tropicalizzazione meteorologica in grado di distrarci dall’adorazione del dio denaro.

Adesso non vedere è divenuto impossibile. La tragedia della Marmolada riguarda evidentemente tutti noi non per una facile, spesso ipocrita, retorica umanitaria ma perché sotto quella valanga di ghiaccio tagliente sono state sepolte le nostre false illusioni secondo le quali il nostro pianeta sarebbe in piena salute. Peggio ancora: noi siamo i sepolti e i seppellitori. Nell’era dell’antropocene, la natura non c’entra più niente. Ora l’ambiente terrestre lo plasmiamo noi esseri umani. A staccare la valanga dal ghiacciaio – un tempo ritenuto perenne – sono stati i nostri appartamenti surriscaldati d’inverno e refrigerati con condizionatori d’estate, la nostra economia che non si preoccupa della sostenibilità ecologica, il nostro spreco, la nostra incapacità di riciclare, le nostre bistecche al sangue, la nostra pigrizia che ci spinge ad usare l’auto anche per andare a comprare il giornale sotto casa, la nostra miopia di fronte al futuro. La valanga, insomma, siamo noi. Siamo giunti a un punto di non ritorno. Adesso tutti noi vediamo i desolati greti dei fiumi riarsi, tutti noi fuggiamo un sole assassino. O reagiamo adesso e facciamo tutto quello che può esser fatto per invertire la deriva suicida del cambiamento climatico, o non lo faremo mai più. Se non riprendiamo adesso collettivamente la lotta per il futuro, soccomberemo presto allo sconforto, all’inerzia, a un malinconico abbandono. Il giorno del «si salvi chi può» è vicino. Quel giorno, però, va da sé, non si salverà nessuno.

Il crocifisso ligneo di San Cesario

Il crocifisso attualmente presente nella Basilica di San Cesario, è stato oggetto di lungo e approfondito restauro. Questa occasione ha permesso di avanzare qualche ipotesi sull’autore, o la bottega dalla quale potrebbe provenire.

Riportiamo le valutazioni del Dott. Garuti.

Si tratta di un’opera di qualità decisamente elevata, attribuibile ad un abile e tutt’ora ignoto maestro intagliatore operante all’inizio del XVIII secolo.
Alcuni possibili confronti con o p e r e s i m i l i i n d i o c e s i rimandano alla “Deposizione di Gesù dalla croce” della Chiesa parrocchiale di Castelnuovo Rangone, raffinata e pregevole composizione scultorea in legno che il dott. Alfonso Garuti ha assegnato alla cerchia degli scultori bergamaschi Fantoni, in particolare ad Andrea Fantoni (Rovetta BG 1659 – 1734). L’attribuzione è giustificabile, a giudizio del critico, “per la fluidità c h i a r o s c u r a l e e l u m i n o s a dell’insieme e per confronto con s i m i l e r i l i e v o p r e s e n t e n e l tabernacolo della parrocchia di Cremeno (LC), opera certa della bottega dell’artista, risalente agli anni 1700-1704”.

I Fantoni erano una famiglia di marangoni già a partire dal XV secolo, divenuti intagliatori del legno dal Quattrocento. In particolare Andrea risulta essere la personalità artistica di maggiore spicco, attivo non solo nella produzione di arredi
sacri ma anche come scultore e addirittura come architetto. La bottega era composta da un ampio gruppo lavorativo, composto sia da altri componenti della famiglia che da allievi e seguaci.
Non è da escludersi che il crocifisso di S. Cesario possa provenire in origine da un’altra chiesa, modenese o anche
bolognese, come era usuale soprattutto tra la fine del Settecento e la metà dell’Ottocento, a seguito delle soppressioni di congregazioni religiose ed enti ecclesiastici.

Commento all’opera

Il figlio prodigoGuercino – 1619

L’opera è una delle prime opere di Giovan Francesco Barbieri, meglio noto come “il Guercino” per via del suo strabismo.

Il dipinto, ispirato dall’omonima parabola biblica, rappresenta il momento del ritorno del figlio minore allontanatosi da casa paterna. La tela mette in scena tre personaggi: il figlio prodigo a sinistra, il padre al centro e il figlio maggiore all’estrema destra. La maestria del pittore sta nell’utilizzo della luce con cui mette in risalto le posture e gli atteggiamenti dei tre uomini. La luce, infatti, proviene da sinistra lasciando il viso del figlio appena tornato in ombra, indice della propria vergogna e pentimento, e illuminando il volto del fratello maggiore che risulta tratteggiato in un’espressione di fastidio. Al centro il padre, vero elemento di sintesi compositiva. È lui che sostiene con una mano il figlio ritrovato per non lasciarlo andare all’umiliazione e con l’altra si rivolge al maggiore per spronarlo ad avvicinarsi al fratello. L’uno e l’altro che sono tenuti insieme, uniti dalle braccia dell’anziano.

Il tema del figlio prodigo sarà molto caro a Guercino, lui lo riproporrà molteplici volte nel corso della sua vita. Forse ad animarlo era il desiderio di trovare risposta alle sue domande di fede. Anche noi come lui davanti a un’opera così possiamo chiederci: io che chiamo Dio “padre”, che immagine ho di Lui? L’immagine di un padre padrone? Di un padre giusto? O di un padre che ama senza porre condizioni?

Scorgere il vero volto di Dio nelle nostre relazioni fraterne è la vera sfida che Guercino ci propone. A ciascuno di noi il compito di trovare la risposta nel proprio cuore.

“Il pensatore” di Rodin

Commento all’opera a fianco

Il Pensatore di Rodin fu esposto per la prima volta nel 1886 con il titolo “Il Poeta” e solo a partire dal 1889 verrà indicato come “Il Pensatore”. Si tratta di una delle opere più celebri dello scultore Auguste Rodin.

L’opera fu concepita inizialmente come parte di una grande composizione detta “Porta dell’Inferno”, il portale in bronzo che Rodin doveva realizzare per il “Musée des arts décoratifs”.

Questa scultura sarebbe stata collocata proprio davanti alla porta per rappresentare Dante Alighieri nel momento di massima riflessione sul grande viaggio e sulla sua opera letteraria. La forza espressiva di questa scultura farà perdere ben presto ogni riferimento con l’idea originale dell’artista per renderla uno dei simboli più eloquenti dell’esistenza umana.

Il volto, appoggiato sul dorso della mano destra, si trova parzialmente nascosto alla vista dell’osservatore. In questo modo chi guarda non è in grado di capirne fino in fondo l’espressione. A seconda di ciò che si vivrà nel proprio cuore il volto del Pensatore lascerà trasparire preoccupazione o speranza, dolore o attesa. L’opera non si stanca di interpellarci con la sua enigmatica postura su come viviamo il tempo che ci è dato. Il tempo della nostra vita infatti non è infinito, esso si prolunga per permetterci di approfittarne, non per giustificare il rimando o l’indifferenza. Il tempo che Dio ci dona è decisivo, non perché breve, ma perché carico di occasioni da accogliere e far fruttare.

Possiamo anche guardare il video con la lettura del vangelo di questa domenica e un breve commento, cliccando qui

Ucraina. Kiev, la (non) leggenda dell’ambasciatore al pianoforte sotto le bombe

di Nello Scavo, inviato di Avvenire in Ucraina – 5 marzo 2022

Il rappresentante italiano Pier Francesco Zazo ha ospitato oltre 100 connazionali nella sua residenza. E tra mille emergenze, con la solidarietà e la musica si esorcizza la paura…

La leggenda dell’ambasciatore che suona sotto le bombe non è una leggenda. Erano suonate le sirene antiaeree. Di nuovo. Sarà stata la decima volta, quella sera. Giù di corsa nel piano interrato, a decine. Prima le donne coi bambini, poi gli uomini. Infine lui. L’elegante residenza del rappresentante italiano diventata un accampamento per sfollati. “Ambasciatore sta arrivando un’altra famiglia”, avvertiva il console Federico Nicolacci. E le guardie aprivano il cancello. “Ambasciatore, andiamo via?”, chiedeva qualcuno all’altro capo del telefono. “Non me ne vado se non sono tutti in salvo. E fino a quando a Kiev c’è un governo legittimo, l’ambasciatore italiano non se ne va”.

Pier Francesco Zazo è proprio come vorresti che fossero i diplomatici: polso di ferro e guanto di velluto. E anche spaghetti cotti come si deve, che nella residenza diventata fortino dei disperati se ne scolavano a quintali. Con il console e tutto il personale della Farnesina a districarsi tra relazioni internazionali e i biberon da scaldare. E i superman della sicurezza (si, superman, perché i supereroi esistono) che dopo le “estrazioni” di giornalisti finiti tra i due fuochi e il recupero di cibo e documenti sensibili schivando le smitragliate, prendono per mano i bambini e fanno sentire che con quei muscoli e quello sguardo non c’è niente da temere. È solo baccano, niente di più. Hanno figli a casa, ma oggi sono padri anche qua.

Intorno al magnifico pianoforte Petrof, posto in un angolo del grande salotto con i divani diventati letto e i tappeti materasso, i reporter scrivono e imprecano. Perché i missili piovono e le corse nel bunker fanno ritardare l’ora d’invio del pezzo in redazione. Sul leggìo, gli spartiti che Pier Francesco Zazo non ha il tempo di riordinare. C’è la guerra intorno e sopra di noi. Il suo telefono è sempre aperto. Relazioni internazionali e decisioni da prendere al volo. E intanto, in silenzio, organizza piani di evacuazione per gli oltre cento connazionali. Ma non si deve sapere.

Alcuni di noi, stufi del saliscendi e del gran frastuono degli ordigni e dei bagliori che ci costringono a interrarci come talpe spaventate, a un certo punto decidono di rinunciare al bunker. Le bombe cadono vicine. Vediamo la scia e sentiamo l’onda d’urto. Per strada ci sono scontri ravvicinati. E allora morire in un bunker che ci precipita addosso o distesi su un divano damascato “made in Italy”, fa poca differenza. “Ma è meglio il sofà”, ci diciamo con un paio di colleghi in preda alla spavalderia di chi a ogni sirena sente scattare un proprio intimo conto alla rovescia.

Ed è stato in uno di quei momenti, quando solo la poesia dei gesti e l’arte del coraggio sanno rimettere le cose a posto, che una volta esaurito l’ennesimo attacco dall’alto e mentre ne arriva un altro peggiore, Pier Francesco Zazo, in jeans e pullover, che di diplomatico hanno solo l’eleganza di chi l’indossa, si siede al pianoforte. E suona. “Libertango” di Astor Piazzolla, e poi alcuni passaggi senza tempo. Saranno stati un paio di minuti, forse meno. Tra una telefonata della Farnesina e una al governo di Kiev. Ma in quegli istanti di ritorno alla normalità, l’ambasciatore che suona sotto le bombe ci ha insegnato che la poesia e l’arte non hanno paura delle bombe.

Aveva chiesto di non essere ripreso in video, così come aveva chiesto di tenere riservate le operazioni – poi riuscite – per salvare gli oltre cento italiani con una ventina di neonati e una decina di bambini piccoli.

Non abbiamo mantenuto quella promessa. E Zazo ci ha già perdonati. Perché nella filigrana di certe vite c’è la spina dorsale di un uomo e di ciò che rappresenta.

“La diplomazia senza armi è come la musica senza strumenti”, diceva il re prussiano Federico il Grande. E per fortuna a Kiev non abbiamo sentito solo le bombe.

Per proseguire la riflessione…

In ogni tempo, per ciascuno di noi, per le nostre comunità, per la chiesa, la tentazione più seducente e pericolosa è, sotto varie forme, la stessa: essere abbagliati, attirati da una potenza che non è quella di Dio – svelata e narrata da Gesù Cristo – e rifiutare la debolezza quale spazio in cui Dio si manifesta e si consegna agli uomini, affinché essi lo cerchino e lo riconoscano.

  • Ho il coraggio di entrare nel deserto, per trovare la sorgente della vita che mi abita?
  • Quale aspetto della mia vita rifiuto perché segno di debolezza e che vorrei che Dio risolvesse?

Commento alla immagine a fianco

L’opera, di D.A.S.T. Arteam, è stata realizzata tra il 1995 e il 1997: 8.000 mq di sabbia, che sono stati spostati per creare un’installazione artistica che occupa 100.000 mq di deserto tra il Mar Rosso e una serie di antiche montagne vulcaniche nella regione del deserto orientale dell’Egitto. Si compone di una spirale di coni e buche disposti a spirale attorno ad un laghetto centrale pieno acqua. Come lo spettatore si avvicina al centro i coni gradualmente si fanno più piccoli facendo sentire il visitatore dell’istallazione sempre più grande.

Il team di artisti è composto da Danae Stratou, Alexandra Stratou e Stella Constantinides. Questa istallazione vuole lavorare su due livelli differenti in termini di punto di vista: dall’alto come una immagine visiva, e da terra, camminando lungo il percorso a spirale, compiendo il quale si vive un’esperienza fisica e spirituale. Spiega il team di artisti: ”Con gli occhi della mente il deserto è un luogo dove si sperimenta l’infinito“. Il deserto, infatti, non è solo luogo vuoto e disabitato. È luogo in cui l’uomo può compiere un cammino dentro e fuori di sé, un percorso che ci porta a incontrare la sorgente del nostro vivere e a ritrovare noi stessi e Dio.

Ritroveremo la primavera

Dalla “Lettera alla Città 2022” del Vescovo Erio Castellucci nella Solennità di San Geminiano

«Ci siamo persi la primavera», ha scritto nei giorni scorsi una ragazza diciassettenne, riflettendo sul lockdown di due anni fa. Poi ha proseguito, con una nota di amarezza: «ed è ancora inverno». Ancora nel tunnel della pandemia, stiamo per perderci la terza primavera. Ma una cosa è perdere delle primavere dopo averne vissute decine, come nel mio caso e in quello di altri adulti e anziani, un’altra è perderle nella giovinezza. Cos’è l’adolescenza senza le corse libere, le feste a casa degli amici, le attività di gruppo, lo sport, gli abbracci? Quali segni lascerà nell’animo dei giovani un tempo così lungo di limitazioni, incontri sospesi, relazioni monche? Ritroveremo la primavera?

Proprio i giovani, gli stessi dai quali si leva il grido silenzioso che denuncia la grave crisi in atto, ci aiuteranno a ritrovare la primavera. Non sono un sognatore e so quanti problemi, specialmente in questo tempo, affliggono gli adolescenti, affiorando in episodi di bullismo, violenza, autolesionismo, disimpegno. La dispersione scolastica, che già prima della pandemia riguardava più di centomila alunni ogni anno, nonostante l’intensa attività delle istituzioni, si è accentuata con la pandemia. E si potrebbe proseguire con la lista dei malesseri. Prudenza, però, nel dare giudizi sui giovani d’oggi, nel gridare allo sfacelo morale, culturale, affettivo e sociale, nell’addossare agli adolescenti le etichette di teppisti, violenti e sfaccendati.

Il biasimo nei confronti dei giovani ha radici antiche ed è legato alla tendenza degli adulti a leggere il presente in termini di decadenza, per far risplendere la superiorità del passato, cioè del presente di quando loro erano giovani. Sant’Agostino, in un discorso tenuto più di sedici secoli fa, affermava non senza ironia: Troverai degli uomini che si lamentano dei loro tempi, convinti che solo i tempi passati siano stati belli. Ma si può essere sicuri che se costoro potessero riportarsi all’epoca degli antenati, non mancherebbero di lamentarsi ugualmente. Se, infatti, tu trovi buoni quei tempi che furono, è appunto perché quei tempi non sono più i tuoi (Disc. Caillau-Saint-Yves 2).

Quando il mondo degli adulti rileva comportamenti inaccettabili nei giovani, è tenuto moralmente a premettere un esame di coscienza. Che mondo stiamo lasciando ai ragazzi di oggi? Quali valori abbiamo custodito per loro, quali ideali testimoniamo? Quale modello di vita adulta stiamo incarnando? Loro sono incerti e confusi, è vero: ma gli orizzonti futuri che si aprono, quegli orizzonti che noi adulti stiamo disegnando, che promesse contengono?  Ci scandalizziamo per gli atti di teppismo adolescenziale, ma non sempre risaliamo alle radici di una cultura adulta che sparge dovunque immagini violente e sbandiera l’aggressività come metodo normale nei dibattiti e nei confronti a tutti i livelli: familiare, sociale, politico e perfino ecclesiale… non a caso papa Francesco ha messo in moto in tutte le comunità cristiane uno “stile sinodale”, per educare i cattolici stessi ad ascoltarsi a vicenda e per seminare uno stile di ascolto reciproco in tutti gli ambienti.

È necessario allora uno sguardo nuovo degli adulti sui giovani: occhi che scrutano il bene prima di segnalare il male; occhi che guardano al futuro più che fissarsi sul passato. Scrisse San Giovanni Bosco, uno dei più grandi educatori della storia: «l’educazione è cosa di cuore» (Lettera del 29 gennaio 1883). Dal cuore, non dalle analisi, prende avvio uno sguardo nuovo sui giovani.

La sfida educativa si affronta non tanto biasimando nei giovani le sirene dell’istinto, dell’egoismo, della “vita facile”, quanto proponendo loro una “vita bella”, armoniosa, progettuale; e non tanto con le parole, ma soprattutto con la testimonianza della vita. I giovani sono disposti ad ascoltare gli adulti, anche i più anziani, se li vedono realizzati come adulti; se si sentono da loro amati, accompagnati, compresi; se avvertono da parte loro uno sguardo di fiducia. La trasmissione intergenerazionale di tradizioni e valori, oggi così ardua, passa attraverso questo sguardo fiducioso sui giovani.

Spesso ci domandiamo “come parlare ai giovani”; ma la prima e più importante domanda è: “come ascoltare i giovani”. Anche se avessimo l’impressione di sentire cose sgradevoli, provocatorie e ingiuste, dovremmo partire dal loro vissuto, accettare che essi stessi si confrontino con la vita, stare al loro fianco e non dettare regole dall’alto. Saranno loro stessi ad indicare le strade per trovare, insieme a noi adulti, delle piste e delle risposte plausibili per la loro vita. Non saranno sempre i sentieri che noi avevamo pensato “per loro”, ma saranno i “loro” sentieri.

San Geminiano, che secondo la cronologia tradizionale diventò vescovo di Modena ancora giovane, aiuti gli adulti a mettersi più decisamente in ascolto dei giovani, perché è ripartendo dall’ascolto dei giovani che possiamo ritrovare insieme la primavera.

“Padre nostro che sei nei mari…”

di Alessandro Bergonzoni, in “La Repubblica” del 31 dicembre 2021

Nella notte di Natale due naufragi davanti alle coste greche hanno causato la morte di 27 persone, tra cui diversi bambini. Riportiamo la “preghiera” di Alessandro Bergonzoni.

Padre nostro che sei nei mari, chiunque tu sia, non dimenticare più, tra gli altri i Bambin Gesù che sono affogati e non nati a Natale. Noi intanto faremo la nostra parte. La faremo con le forze che ci restano e ne abbiamo ancora tante: basta solo non piangerli ma arrivare in tempo, non sopportare ma fare.

Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro, venticinque, ventisei, ventisette… Contiamo fino a 27, a voce alta, adagio, pensando, un morto alla volta, almeno impareremo a sentirli in noi non a distanza, (soprattutto ora che non possiamo più nemmeno scendere in piazza uno accanto all’altro per dimostrare e raccontare).

Amare i bambini o a mare i bambini? Chiunque aveva un dubbio sul d’affarsi si ricreda, chiunque pensasse che le Ong non servono e che era finito l’esodo biblico ci ripensi, chiunque credesse che non potevamo accoglierne ancora si ravveda. Qualsiasi Europa sia o siamo, qualsiasi Italia o Grecia sia o siamo, soccorriamo, accorriamo, raccogliamo, occorriamo, non dubitiamo, non tergiversiamo, non rimandiamo, non dimentichiamo, non accettiamo. Altrimenti affonderemo anche noi nel mare dell’ineluttabile, dell’abitudine, della rassegnazione, e da lì nessuno ci potrà mai più aiutare a tornare a galla.

Allora usciamo dal non possiamo fare più di così, dal non possiamo esser dappertutto: possiamo, dobbiamo, vogliamo, son tutti verbi che finiscono per amo. Padre nostro che sei nei mari, chiunque tu sia, non farci più pensare o dire solo, ogni volta che c’è una strage: “Amen, così sia”.

Prima e dopo l’incendio del cielo i sussurri di luce di una lanterna

di Angelo Casati

in “Rocca” n. 24 del 15 dicembre 2021

Tu non ti scandalizzi, Signore,

se questa notte ti prego

non da chiese di incensi,

ma dal campo dei pastori.

Sto con loro mescolato,

pur se non li merito.

So che la luce verrà su di loro

e io mi farò in parte ladro,

la ruberò ai loro volti.

Sto con i pastori.

Era buio nel campo.

Come oggi è buio

in campi a non finire del mondo.

Dormivano o vegliavano i pastori?

Non dormono mai del tutto i pastori

ascoltano paure,

ascoltano i sogni delle pecore.

Ancora non sapevano

– e noi oggi lo scordiamo –

che tu sei un Dio che odi

il respiro leggero

delle pecore nel sonno.

Pure il belato

di un cucciolo di gregge.

Vegliavano – è scritto – i pastori.

E io a tendere orecchio

con loro al quasi non respiro

di donne e uomini

che non prendono sonno

nelle notti del mondo,

per fame, per viaggi

senza speranza,

per affogamenti,

per abusi su donne,

e non una carezza

che sfiori il viso

non una mano che stringa

la mano invocata dell’altro

nella notte del mondo.

Buio il cielo o di cobalto

le notti della terra.

Eppure qua e là nel campo

pulsare di lanterne,

quel grumo di luce

che ancora, Signore,

mi salva dal mio disperare.

So che tu aggiungeresti oggi

beatitudine

per chi tiene le lanterne del mondo.

Perché il buio – tu lo sai,

lo sai tu che hai creato la luce –

il buio senza stelle

e senza lanterne

genera sospetti,

crea fantasmi,

reclama distanziamenti,

porta con sé,

per miope sicurezza,

un chiudere ossessivo,

pesante, di porte.

Tu sai, Signore, che la nostra,

dall’in principio,

è storia di sospetti

Moltitudini, come i pastori,

marchiate

portano segno di sospetti,

non c’è posto per loro nella città

ancor meno nel tempio.

Sto con le lanterne dei pastori,

prima che d’un tratto si incendi

per volo d’angeli il cielo

e la luce si impigli alle nostre vesti

che odorano di pecore,

a squarciare il sospetto su Dio,

a cantare la fine del distanziamento:

il cielo si è chinato

sino ad abbracciare la terra,

e un Dio neonato,

non distanziato dai neonati dei pastori,

in fasce ruvide, coricato su paglia,

sarà segno per sempre

del cessato distanziamento.

È l’annuncio degli angeli nella notte

che chiameremo santa.

Luce impigliata ai visi,

da non crederci.

Un grumo il tempo della luce.

Ed è subito buio notturno.

Delle pecore svegliate dalla luce

ritorna il respiro trasognato.

Ritorna il tempo delle lanterne,

sotto un cielo di cobalto.

A noi, poveri pastori, rimane

il dondolare della luce nelle lanterne:

non abbiamo fedi sontuose

ma sfrigolio di fiamma

che sembra aver preso olio

dall’angelo

del campo dei pastori.

Con una fede da lanterna

veniamo a te così come siamo,

con l’odore delle pecore addosso.

Non ce lo scuotiamo.

Angeli ci hanno detto

che è nato per noi il Salvatore,

per noi sospettati

per noi che non siamo degni.

Arriviamo a te per via di lanterne.

E siamo qui a dirti

che è cosa buona e bella

che sopra il riparo

dove mettiamo in mangiatoie

cuccioli di pastori,

non si sia acceso il cielo,

niente distanziamento:

la donna, come una delle nostre,

dà latte al bambino che piange,

la lanterna dell’uomo fa luce,

i visi si avvivano a deboli chiarori.

Non una parola, Signore,

troppe ne abbiamo sprecate

parla il silenzio.

La lanterna è su un Dio

non distanziato,

il suo nome Emmanuele,

Dio con noi,

non distanziato.

Si ritorna a passi di lanterna.

A raccontare che Dio è in mangiatoie.

A illuminarlo

non sono cieli accesi

ma lanterne.

Va’ anche tu.

Non sprecare parole.

Va’ con lanterna.

Non venga meno per le strade

l’olio della notte santa,

forse basta questo sfrigolio di luce

per resuscitare un viso

dalla tomba del buio,

per dare un nome ai senza nome,

per strappare donne e uomini

alla dissacrazione della irrilevanza.

Nel tuo nome, Signore, di «non distanziato»,

più non può accadere

sequestro di salvezza

o di speranze o di gioia.

Daremo compimento a parole

universali dell’angelo del campo:

«Non temete. Vi annuncio una grande gioia

che sarà di tutto il popolo».

Dillo con la tua lanterna,

rischiarando per passione

ogni volto.

La luce della notte

si è fatta lanterna.

Un nuovo inizio

L’immagine è una delle opere più significative di Claude Monet. Esposta per la prima volta il 15 aprile 1874 presso lo studio del fotografo Felix Nadar, pur non essendo una delle opere più importanti dell’artista, è unanimemente considerato il quadro che consegnò alla storia la nuova corrente pittorica detta ‘impressionismo’ ed iniziò un rinnovamento artistico di assoluto valore.

La tela ritrae il porto di Le Havre immerso nella foschia dell’alba mattutina; nell’orizzonte che lentamente si apre alla luce, si rivelano – indefinite – le navi ormeggiate. I colori mescolano insieme il blu tenue di un cielo che comincia a schiarirsi e il grigio dei fumi che salgono dalle ciminiere delle fabbriche cittadine confondendosi con gli alberi maestri delle grandi imbarcazioni mercantili. Una foschia che al nascere del sole salirà e “chiarificherà” tutto.

La palla di fuoco del sole comincia a restituire colore e vivacità al paesaggio senza inasprirne i contorni.

Così, nel silenzio che sembra respirarsi in queste prime ore del giorno, alcune piccole barche cominciano a prendere il largo, o probabilmente stanno tornando al porto dopo una notte di pesca.

Monet rappresenta pertanto uno scorcio di vita quotidiana volendolo fissare come fosse una istantanea nel momento dell’aurora, quando ancora c’è una sorta di mescolanza tra la notte che sta passando e il giorno che sta nascendo. È segno di una vita nuova che non intende rinnegare la notte, la paura, la non comprensione, ma si apre in attesa del nuovo che sorge; una novità che spesso si affaccia nel silenzio, che non ha bisogno di ostentare forza perché ha forza in sé. Questo tempo inedito che stiamo vendo rappresenta l’invito ad un tempo nuovo per la chiesa, come un giorno nuovo che comincia a schiudersi alle prime luci del mattino. Come la chiesa, così anche la nostra comunità desidera prendere il largo per aprirsi al mondo tanto quanto le piccole barche raffigurate. È l’invito, per noi a stare nuovamente a stretto contatto con il mondo per “inventare” un modo di vivere le relazioni e di portare l’annuncio del vangelo.