Fratelli tutti. Adesso più che mai.

“Come cantare i canti di Sion in terra straniera?”

È la domanda, profonda e struggente che il popolo di Israele si pone ripetutamente mentre vive l’esperienza dell’esilio e che trova espressione nel salmo 137.

Come rimanere fiduciosi e disponibili alla vita – si domanda il popolo – quando siamo costretti ad abitare un paese che non è il nostro, in una condizione di oppressione e di estraneità? La situazione di pandemia che purtroppo continua a colpire il mondo e vive in queste settimane una recrudescenza, ci fa sentire spaesati. Quasi abitassimo un paese, un territorio e una realtà totalmente diversi da quelli abituali che avevamo frequentato fino a febbraio scorso. Come Israele, appunto, che si trova ad abitare in un paese inospitale senza sapere che futuro potrà esserci per lui.

È possibile cantare, celebrare, radunarsi in questo tempo dove le fatiche e le preoccupazioni aumentano, dove le certezze hanno corto respiro e il tempo è scandito dai Decreti del governo che allargano o restringono le possibilità di movimento e di azione?

In pochi mesi sono venuti meno tanti punti di riferimento, tante abitudini anche parrocchiali e comunitarie. Pazientemente e faticosamente desideriamo in queste settimane fare ripartire alcuni cammini bruscamente interrotti, coi genitori e i loro figli, coi ragazzi, con la comunità intera. Comprendiamo bene che non possiamo riprendere i ritmi e le attività di un tempo, e non possiamo nemmeno guardare al passato con nostalgia. Se vengono meno gli appuntamenti – o sono fortemente ridimensionati – resta nelle nostre mani una grande possibilità, ancora più urgente: quella di rafforzare o rinnovare i legami, le relazioni, anche gli affetti. Non è un caso che in queste settimane così particolari e faticose sia uscita l’enciclica di Papa Francesco «Fratelli tutti». Un testo che – a più riprese – approfondisce e rilancia il tema della fraternità. Una fraternità che oggi non possiamo più sottovalutare, ma occorre recuperare e rinnovare. Se ci fermiamo un attimo a riflettere dobbiamo riconoscere che oggi si respira forte il pericolo di chiudersi nel proprio individualismo, di limitarsi a lottare per rivendicare singoli e personali diritti, senza uno sguardo ampio che sappia vedere oltre noi stessi. Il rischio più grande di questo tempo, oltre il pericolo sulla salute, è quello di rinchiuderci, di spegnere la speranza e la nostra capacità di amare. Nel documento Papa Francesco ricorda che:

            «La statura spirituale di un’esistenza umana è definita dall’amore, che in ultima analisi è «il criterio per la decisione definitiva sul valore o il disvalore di una vita umana».

(…) Tutti noi credenti dobbiamo riconoscere questo: al primo posto c’è l’amore, ciò che mai dev’essere messo a rischio è l’amore, il pericolo più grande è non amare (cfr 1 Cor 13,1-13). (92)

È estremamente vero che occorre prima di tutto vigilare su noi stessi e sulla nostra capacità di amare. Il rischio di impoverire o addirittura avvelenare il cuore è forte. Probabilmente la chiesa stessa, prima ancora di rivendicare un proprio posto, è chiamata in questo tempo ad assumersi il compito, molto sfidante ma estremamente evangelico, di vigilare, rinnovare e nutrire le capacità individuali e le esperienze collettive di benevolenza e cura. Si tratta di una autentica «operazione spirituale» che la pandemia ci domanda di assumere consapevolmente. La nostra stessa creatività deve essere prima di tutto una creatività affettiva ed effettiva. Anche le nostre iniziative saranno l’esito di quella cura relazionale, quella compassione che sapremo coltivare gli uni verso gli altri, soprattutto per chi è più fragile, sia economicamente che emotivamente.

I gesti di gratuità, le attenzioni silenziose, le parole di conforto e di sostegno, possano rappresentare il vocabolario del nostro vivere questi giorni. Allora anche il nostro celebrare, il nostro pregare e lodare, invocare ed intercedere, saranno occasioni per sentire e rinsaldare l’affetto e la compassione grata e gratuita per i fratelli e le sorelle che sono accanto a noi.

E anche la nostra quotidianità, con le sue fatiche, ritroverà un gusto nuovo. Un gusto che sa di resurrezione.

Willy e don Roberto: perché ci servono modelli come loro

di Viola Ardone in “La Stampa” dell’8 ottobre 2020

La medaglia è un distintivo, la appunti sul petto e vedi che è lì che batte il riflesso del sole, lì c’è lo splendore, è lì che deve rivolgersi lo sguardo. Non mi sono mai piaciute molto, le medaglie, per quel loro alone militaresco, per quella pretesa di indicare l’eccellenza di un uomo sugli altri uomini, come se il valore di un individuo non brillasse già di luce propria. Ma la medaglia è anche uno stigma: ci racconta di qualcosa che è accaduto e che non deve essere perso. È una piccola impronta di memoria che ci ricorda che una persona si è distinta tra le tante perché dentro di lei qualcosa ha luccicato in un dato momento e quel chiarore resta per sempre. E per questo le medaglie, a volte, mi piacciono. Mi piace molto la medaglia al valore civile che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha voluto conferire a Willy Monteiro Duarte e don Roberto Malgesini. A ben guardarle, le loro facce sono già due medaglie: i loro sorrisi, gli occhi, la dolcezza dello sguardo.

Il ventunenne di Colleferro finito nel sangue per aver difeso un amico la notte del 6 settembre, e il prete di Como amico degli ultimi e dei diseredati, brutalmente assassinatoil 15 settembre proprio da uno di questi, mentre si dedicava alla sua missione. Gesti, parole, volti che rimarranno nel cuore di coloro che li hanno conosciuti personalmente o solo tramite il racconto che ne è stato fatto.Verrebbe allora da chiedersi: a che serve una medaglia? Ha ancora senso un’onorificenza così anticae forse di minore risonanza rispetto a quella mediatica?Serve, si potrebbe rispondere, come servono gli altari nelle chiese. Serve come servono i princìpi fondamentali della Costituzione, serve come serve avere nel portafogli la fotografia dei propri cari. Non perché corriamo il rischio di dimenticarli ma per tenerli sempre con noi. In un periodo di graveindeterminatezza in cui le certezze ci scricchiolano ogni giorno sotto i piedi, abbiamo bisogno, di tanto in tanto, di guardare in alto in cerca di indizi, di segnali, come navigatori in mare aperto che sivoltano verso la stella polare. Il presidente Mattarella ha saputo fermarne due in mezzo al cielo e ha voluto indicarle con un gesto simbolico, come a dire: vedete, questi sono esempi “luminosi”, modelli da seguire. Questi sono i nostri santi (laici e no), è su questi valori che si fonda ancora la nostra Repubblica, sono queste persone che fanno arretrare passo dopo passo la linea dell’ingiustiziae della violenza. Le medaglie del Capo dello Stato non sono solo una semplice onorificenza ma un gesto politico chesegna una linea di confine tra ciò che è umano e ciò che non lo è, e rimette in fila, nel giusto ordine, quelle che devono essere le nostre priorità: solidarietà, generosità, altruismo, pacifismo, coraggio, come sottolineano le parole che compaiono nella motivazione ufficiale del Quirinale.

La medaglia non è solo un dischetto dorato, è anche una luce che illumina vite che non ci sono più ma che non smettono di orientarci. Vite che non sono le nostre e che pure, in qualche modo, lo sono.

Se l’invidia uccide a sangue freddo

di Michela Marzano, in “La Stampa” del 30 settembre 2020

«La miglior vendetta? La felicità. Non c’è niente che faccia più impazzire la gente che vederti felice», scriveva Alda Merini. Senza forse immaginare che, alcuni anni dopo, un ragazzo di 21 anni,Antonio Giovanni De Marco, avrebbe utilizzato l’argomento della felicità per spiegare il proprio gesto omicida. Eppure è proprio quello che è successo un paio di giorni fa, quando il giovane studente di Scienze infermieristiche di Casarano, che lo scorso 21 settembre aveva ucciso a coltellate due fidanzati di Lecce, ha confessato davanti al pubblico ministero di essere stato lui ad ammazzare Eleonora Manta e Daniele De Santis: «Li ho uccisi perché erano troppo felici e per questo mi è montata la rabbia». Peccato che il delitto, De Marco, lo abbia pianificato nei minimi dettagli, agendo a freddo con «spietatezza e totale assenza di ogni sentimento di compassione e pietà verso il prossimo», come scrive il pm nelle pagine che lo inchiodano. E che l’invidia, la rabbia, la frustrazione e l’impotenza non solo non giustifichino nulla, ma non spieghino nemmeno l’efferatezza del delitto. Che ognuno di noi desideri la felicità è scontato: è persino banale scriverlo. La voglia o il bisogno di ottenere ciò che non si ha (o di diventare ciò che non si è), sono il motore stesso dell’agire umano. Senza desideri si resterebbe paralizzati, non si farebbero sforzi, non ci si avvicinerebbe nemmeno agli altri. Cercare di migliorare la propria situazione, talvolta anche se stessi, è ciò che ci spinge a fare compromessi, a modificare le nostre traiettorie di vita, a batterci perraggiungere determinate mete. Spesso l’esempio o la presenza altrui ci stimolano a fare meglio, diversamente, di più. Qualche volta può anche accadere di provare invidia o gelosia. Ma l’invidia o la gelosia diventano assassine solo quando ci si illude che, privando gli altri di ciò che sono o di ciò che hanno, si possa poi essere sereni. Senza capire che l’equilibrio interiore lo si ottiene solo quandola si smette di paragonarsi agli altri, e ci si concentra su se stessi e i propri obiettivi. Aristotele, nellaRetorica, lo aveva già spiegato molto bene, definendo l’invidia come «un dolore causato da una buona fortuna (…) che appare presso persone simili a noi». Non sto infatti dicendo che non sia umano invidiare qualcuno o essere geloso della sua felicità. Sto solo dicendo che è assurdo pensare che distruggere una persona possa calmare le proprie ansie o colmare i propri vuoti. Anzi. Quando ce la si prende con qualcuno, si entra solo nel circolo vizioso della violenza che demolisce e annienta anche noi stessi. Il vero problema di questo terribile delitto, d’altronde, non è solo la barbarie del gesto – nonostante la prima reazione che si provi quando si apprende la lucidità con la quale De Marco ha programmato il massacro sia l’orrore – ma soprattutto l’assurdità dei motivi invocati: quell’invidia della felicità altrui che oggi avvelena l’esistenza di tanti giovani, come se non fosse ammissibile che qualcuno possa vivere una bella storia d’amore (o trovare un lavoro che gli piace) e debba per questo pagare con la vita il prezzo della sua felicità.Talvolta la vita è ingiusta, certo. Lungi da me l’idea che le cose che si vivono siano sempre e solo meritate: ci sono la fortuna, il fato, il destino, la chance, essere al momento giusto al posto giusto oppure anche nel posto sbagliato al momento sbagliato. Ma questo, appunto, fa parte dell’esistenza; e delle gioie o delle frustrazioni eventuali con le quali ognuno di noi è chiamato a fare i conti. Mentre oggi viviamo in una società che pesa, misura e calcola qualunque cosa, alimentando l’invidia, la gelosia e l’odio. Anche semplicemente suggerendo l’idea che ciò che non si ottiene vada strappato, e che chiunque raggiunga un obiettivo è un maledetto privilegiato che, prima o poi, dovràper forza pagarla. «Perché io no?» «Perché tu sì?» Domande vane, inutili, pericolose. Soprattutto quando portano un giovane a pensare che sia legittimo punire o eliminare qualcuno solo perché felice, invece di provare a costruire la propria personale felicità.

Sette parole per il nuovo anno scolastico

di Sergio di Benedetto in www.vinonuovo.it del 7 settembre 2020

Comincia il nuovo anno scolastico, forse il più difficile dell’Italia repubblicana. Quello che mi sento di condividere è una manciata di parole: sette parole che mi piacerebbe potessero esserci da guida nei prossimi mesi, sette parole che ciascuno di noi può provare a custodire, al di là di protocolli, regole, misure.

Ascolto: il mondo della scuola ha bisogno di ascolto. Ne hanno bisogno gli studenti, hanno bisogno di sapere che qualcuno raccoglierà le loro parole, i loro timori, le loro speranze, le loro fatiche, il loro disorientamento. Hanno bisogno di ascolto i docenti, spesso sfiduciati e demotivati. Hanno bisogno, gli insegnanti, che famiglie e istituzioni ascoltino le loro frustrazioni, le loro idee, i loro desideri, cercando di ridare legittimità a un mestiere importante, che non è un hobby, ma non è nemmeno una missione fatta di abnegazione totale. È un lavoro, e come tale va salvaguardato e considerato. Hanno bisogno di ascolto le famiglie, che si sono trovate a ‘curare’ e ‘gestire’ i figli in mesi di grandi cambiamenti: hanno bisogno di vedere che istituzioni e docenti accolgono paure, malessere, desideri, difficoltà, anche molto pratiche. C’è un’alleanza tra studenti, docenti e famiglie che va assolutamente messa in atto, perché troppo spesso è stata solo sulla carta.

Responsabilità: il tempo che verrà, nel tentativo di limitare il contagio, sarà un tempo di responsabilità. Nessun protocollo, nessuna norma potrà salvare il più debole dal virus, se non ci sarà una dose di responsabilità che è cura degli altri. Una responsabilità che è questione di piccoli gesti: mettere bene la mascherina, tenere la distanza fisica, disinfettare le mani, evitare comportamenti a rischio. Saranno chiamati a responsabilità i docenti, che dovranno lavorare con impegno e competenza. Saranno chiamati a responsabilità i genitori, che dovranno attuare quei comportamenti privati utili al contenimento del virus, senza delegare tutto alla scuola. Saranno chiamati a responsabilità gli studenti: prendersi cura dell’altro, non approfittare della situazione per piccole fughe, rispettare l’adulto e i suoi consigli. Saranno chiamate a responsabilità le istituzioni, ricordando che la scuola non può essere mero strumento per guadagnare un pugno di voti né un luogo che vive di improvvisazioni.

Pazienza: è molto probabile che non tutto andrà bene, che non tutto procederà con linearità. Ma invece che far esplodere subito la critica e la polemica sterile saremo chiamati tutti a portare pazienza. Portare pazienza con lo studente distratto o poco responsabile, portare pazienza con il docente in difficoltà o demotivato, portare pazienza con i genitori esigenti e battaglieri. Siamo tutti esseri umani, con il nostro bagaglio di qualità, difetti, pigrizie, pretese sugli altri.

Fiducia: non avremo un anno scolastico vivibile se mancheremo di fiducia. Fidarsi è rischioso, perché ci rende vulnerabili, ma non può reggere un gruppo umano che si basa sul sospetto. Docenti, studenti, genitori: dovranno tutti fidarsi gli uni degli altri, accettando anche di non capire tutto subito, ammettendo che l’altro non per forza stia agendo per provocarci un danno. Ma la fiducia sarà necessaria anche verso i comitati di esperti e le istituzioni, pur nei limiti emersi nel corso dei mesi.

Visione: la scuola italiana ha bisogno di una visione, che può maturare solo dal confronto, dal dialogo, dalla conoscenza della sua realtà. È necessario che ogni singola scuola si interroghi su cosa vuole essere nei prossimi dieci anni. È necessario che provi a chiederselo il docente come la famiglia e, se possibile, lo studente.

È necessario che se lo chieda anche la politica, al di là di bandiere e colori partitici. Sarà forse utopia quest’ultima, ma non c’è una via diversa per ricostruire un paese se non cercando un dialogo sul quello che vorremo essere, tutti insieme, nel 2030.

Investimento: nel corso degli anni l’investimento nella scuola è stato sempre minore: dalla crisi del 2008 al 2016 l’Italia ha investito in istruzione 5 miliardi in meno all’anno. Nel 2018 l’Italia ha speso circa 1500 dollari in meno a studente rispetto a Germania e Francia (dati forniti da Openpolis). Le strutture sono vecchie e pericolanti, le classi sono sovraffollate, i finanziamenti spesso vanno a progetti ‘bandiera’ che poco incidono sulla didattica, gli stipendi degli insegnanti sono molto al di sotto della media europea e non competitivi con il mercato del lavoro. Ma l’investimento va fatto anche in termini di stima, di formazione, di comunicazione: senza fondi la scuola non vive, ma richiede anche tempo, attenzione, conoscenza reale e seria.

Comunità: la scuola è una comunità di studenti e adulti che, a loro volta, vivono nella comunità civile. Communitas, in latino, indica ‘mettere insieme il proprio servizio e il proprio dono’ per motivi di riconoscenza; communitas deriva dalla radice mei, che indica lo scambio. Siamo parte di rapporti umani in cui c’è un continuo scambio: lo stesso accade a scuola, in cui un flusso continuo di ‘scambi’ procede tra i suoi protagonisti, uno ‘scambio’ mai a senso unico. Si dà e si riceve, tutti, sempre.

Tornare alla comunità, tornare a sentirci parte di un cammino comune: non ci salveremo da soli. Prendersi cura dell’altro, prendersi a cuore l’altro, ma non in modo generico. Il prossimo è sempre quello che mi sta più vicino, adulto o bambino che sia.

Dice il Talmud: “chi salva una vita salva il mondo intero”. Potremmo anche dire che chi ‘salva’ uno studente, salva il mondo intero.

Omelia di Pentecoste

Papa Francesco

«Vi sono diversi carismi, ma uno solo è lo Spirito» (1 Cor 12,4). Così scrive ai Corinzi l’apostolo Paolo. E prosegue: «Vi sono diversi ministeri, ma uno solo è il Signore; vi sono diverse attività, ma uno solo è Dio» (vv. 5-6). Diversi e uno: San Paolo insiste a mettere insieme due parole che sembrano opporsi. Vuole dirci che lo Spirito Santo è quell’uno che mette insieme i diversi; e che la Chiesa è nata così: noi, diversi, uniti dallo Spirito Santo.

Andiamo dunque all’inizio della Chiesa, al giorno di Pentecoste. Guardiamo gli Apostoli: tra di loro c’è gente semplice, abituata a vivere del lavoro delle proprie mani, come i pescatori, e c’è Matteo, che era stato un istruito esattore delle tasse. Ci sono provenienze e contesti sociali diversi, nomi ebraici e nomi greci, caratteri miti e altri focosi, visioni e sensibilità differenti. Tutti erano differenti. Gesù non li aveva cambiati, non li aveva uniformati facendone dei modellini in serie. No. Aveva lasciato le loro diversità e ora li unisce ungendoli di Spirito Santo. L’unione – l’unione di loro diversi – arriva con l’unzione. A Pentecoste gli Apostoli comprendono la forza unificatrice dello Spirito. La vedono coi loro occhi quando tutti, pur parlando lingue diverse, formano un solo popolo: il popolo di Dio, plasmato dallo Spirito, che tesse l’unità con le nostre diversità, che dà armonia perché nello Spirito c’è armonia. Lui è l’armonia.

Veniamo a noi, Chiesa di oggi. Possiamo chiederci: “Che cosa ci unisce, su che cosa si fonda la nostra unità?”. Anche tra noi ci sono diversità, ad esempio di opinioni, di scelte, di sensibilità. Ma la tentazione è sempre quella di difendere a spada tratta le proprie idee, credendole buone per tutti, e andando d’accordo solo con chi la pensa come noi. E questa è una brutta tentazione che divide. Ma questa è una fede a nostra immagine, non è quello che vuole lo Spirito. Allora si potrebbe pensare che a unirci siano le stesse cose che crediamo e gli stessi comportamenti che pratichiamo. Ma c’è molto di più: il nostro principio di unità è lo Spirito Santo. Lui ci ricorda che anzitutto siamo figli amati di Dio; tutti uguali, in questo, e tutti diversi. Lo Spirito viene a noi, con tutte le nostre diversità e miserie, per dirci che abbiamo un solo Signore, Gesù, un solo Padre, e che per questo siamo fratelli e sorelle! Ripartiamo da qui, guardiamo la Chiesa come fa lo Spirito, non come fa il mondo. Il mondo ci vede di destra e di sinistra, con questa ideologia, con quell’altra; lo Spirito ci vede del Padre e di Gesù. Il mondo vede conservatori e progressisti; lo Spirito vede figli di Dio. Lo sguardo mondano vede strutture da rendere più efficienti; lo sguardo spirituale vede fratelli e sorelle mendicanti di misericordia. Lo Spirito ci ama e conosce il posto di ognuno nel tutto: per Lui non siamo coriandoli portati dal vento, ma tessere insostituibili del suo mosaico.

Torniamo al giorno di Pentecoste e scopriamo la prima opera della Chiesa: l’annuncio. Eppure vediamo che gli Apostoli non preparano una strategia; quando erano chiusi lì, nel Cenacolo, non facevano la strategia, no, non preparano un piano pastorale. Avrebbero potuto suddividere la gente in gruppi secondo i vari popoli, parlare prima ai vicini e poi ai lontani, tutto ordinato… Avrebbero anche potuto aspettare un po’ ad annunciare e intanto approfondire gli insegnamenti di Gesù, per evitare rischi… No. Lo Spirito non vuole che il ricordo del Maestro sia coltivato in gruppi chiusi, in cenacoli dove si prende gusto a “fare il nido”. E questa è una brutta malattia che può venire alla Chiesa: la Chiesa non comunità, non famiglia, non madre, ma nido. Egli apre, rilancia, spinge al di là del già detto e del già fatto, Lui spinge oltre i recinti di una fede timida e guardinga. Nel mondo, senza un assetto compatto e una strategia calcolata si va a rotoli. Nella Chiesa, invece, lo Spirito garantisce l’unità a chi annuncia. E gli Apostoli vanno: impreparati, si mettono in gioco, escono. Un solo desiderio li anima: donare quello che hanno ricevuto. È bello quell’inizio della Prima Lettera di Giovanni: “Quello che noi abbiamo ricevuto e abbiamo visto, diamo a voi” (cfr 1,3).

Giungiamo finalmente a capire qual è il segreto dell’unità, il segreto dello Spirito. Il segreto dell’unità nella Chiesa, il segreto dello Spirito è il dono. Perché Egli è dono, vive donandosi e in questo modo ci tiene insieme, facendoci partecipi dello stesso dono. È importante credere che Dio è dono, che non si comporta prendendo, ma donando. Perché è importante? Perché da come intendiamo Dio dipende il nostro modo di essere credenti. Se abbiamo in mente un Dio che prende, che si impone, anche noi vorremo prendere e imporci: occupare spazi, reclamare rilevanza, cercare potere. Ma se abbiamo nel cuore Dio che è dono, tutto cambia. Se ci rendiamo conto che quello che siamo è dono suo, dono gratuito e immeritato, allora anche noi vorremo fare della stessa vita un dono. E amando umilmente, servendo gratuitamente e con gioia, offriremo al mondo la vera immagine di Dio. Lo Spirito, memoria vivente della Chiesa, ci ricorda che siamo nati da un dono e che cresciamo donandoci; non conservandoci, ma donandoci.

Cari fratelli e sorelle, guardiamoci dentro e chiediamoci che cosa ci ostacola nel donarci. Ci sono, diciamo, tre nemici del dono, i principali: tre, sempre accovacciati alla porta del cuore: il narcisismo, il vittimismo e il pessimismo. Il narcisismo fa idolatrare sé stessi, fa compiacere solo dei propri tornaconti. Il narcisista pensa: “La vita è bella se io ci guadagno”. E così arriva a dire: “Perché dovrei donarmi agli altri?”. In questa pandemia, quanto fa male il narcisismo, il ripiegarsi sui propri bisogni, indifferenti a quelli altrui, il non ammettere le proprie fragilità e i propri sbagli. Ma anche il secondo nemico, il vittimismo, è pericoloso. Il vittimista si lamenta ogni giorno del prossimo: “Nessuno mi capisce, nessuno mi aiuta, nessuno mi vuol bene, ce l’hanno tutti con me!”. Quante volte abbiamo sentito queste lamentele! E il suo cuore si chiude, mentre si domanda: “Perché gli altri non si donano a me?”. Nel dramma che viviamo, quant’è brutto il vittimismo! Pensare che nessuno ci comprenda e provi quello che proviamo noi. Questo è il vittimismo. Infine c’è il pessimismo. Qui la litania quotidiana è: “Non va bene nulla, la società, la politica, la Chiesa…”. Il pessimista se la prende col mondo, ma resta inerte e pensa: “Intanto a che serve donare? È inutile”. Ora, nel grande sforzo di ricominciare, quanto è dannoso il pessimismo, il vedere tutto nero, il ripetere che nulla tornerà più come prima! Pensando così, quello che sicuramente non torna è la speranza. In questi tre – l’idolo narcisista dello specchio, il dio-specchio; il dio-lamentela: “io mi sento persona nelle lamentele”; e il dio-negatività: “tutto è nero, tutto è scuro” – ci troviamo nella carestia della speranza e abbiamo bisogno di apprezzare il dono della vita, il dono che ciascuno di noi è. Perciò abbiamo bisogno dello Spirito Santo, dono di Dio che ci guarisce dal narcisismo, dal vittimismo e dal pessimismo, ci guarisce dallo specchio, dalle lamentele e dal buio.

Fratelli e sorelle, preghiamolo: Spirito Santo, memoria di Dio, ravviva in noi il ricordo del dono ricevuto. Liberaci dalle paralisi dell’egoismo e accendi in noi il desiderio di servire, di fare del bene. Perché peggio di questa crisi, c’è solo il dramma di sprecarla, chiudendoci in noi stessi. Vieni, Spirito Santo: Tu che sei armonia, rendici costruttori di unità; Tu che sempre ti doni, dacci il coraggio di uscire da noi stessi, di amarci e aiutarci, per diventare un’unica famiglia. Amen.

“Voi non abbiate paura”

Omelia di Papa Francesco nella Veglia di Pasqua 2020

«Dopo il sabato» (Mt 28,1) le donne andarono alla tomba. È iniziato così il Vangelo di questa Veglia santa, con il sabato. È il giorno del Triduo pasquale che più trascuriamo, presi dalla fremente attesa di passare dalla croce del venerdì all’alleluia della domenica. Quest’anno, però, avvertiamo più che mai il sabato santo, il giorno del grande silenzio. Possiamo specchiarci nei sentimenti delle donne in quel giorno. Come noi, avevano negli occhi il dramma della sofferenza, di una tragedia inattesa accaduta troppo in fretta. Avevano visto la morte e avevano la morte nel cuore. Al dolore si accompagnava la paura: avrebbero fatto anche loro la stessa fine del Maestro? E poi i timori per il futuro, tutto da ricostruire. La memoria ferita, la speranza soffocata. Per loro era l’ora più buia, come per noi.

Ma in questa situazione le donne non si lasciano paralizzare. Non cedono alle forze oscure del lamento e del rimpianto, non si rinchiudono nel pessimismo, non fuggono dalla realtà. Compiono qualcosa di semplice e straordinario: nelle loro case preparano i profumi per il corpo di Gesù. Non rinunciano all’amore: nel buio del cuore accendono la misericordia. La Madonna, di sabato, nel giorno che verrà a lei dedicato, prega e spera. Nella sfida del dolore, confida nel Signore. Queste donne, senza saperlo, preparavano nel buio di quel sabato «l’alba del primo giorno della settimana», il giorno che avrebbe cambiato la storia. Gesù, come seme nella terra, stava per far germogliare nel mondo una vita nuova; e le donne, con la preghiera e l’amore, aiutavano la speranza a sbocciare. Quante persone, nei giorni tristi che viviamo, hanno fatto e fanno come quelle donne, seminando germogli di speranza! Con piccoli gesti di cura, di affetto, di preghiera.

All’alba le donne vanno al sepolcro. Lì l’angelo dice loro: «Voi non abbiate paura. Non è qui, è risorto» (vv. 5-6). Davanti a una tomba sentono parole di vita… E poi incontrano Gesù, l’autore della speranza, che conferma l’annuncio e dice: «Non temete» (v. 10). Non abbiate paura, non temete: ecco l’annuncio di speranza. È per noi, oggi. Oggi. Sono le parole che Dio ci ripete nella notte che stiamo attraversando.

Stanotte conquistiamo un diritto fondamentale, che non ci sarà tolto: il diritto alla speranza. È una speranza nuova, viva, che viene da Dio. Non è mero ottimismo, non è una pacca sulle spalle o un incoraggiamento di circostanza, co un sorriso di passaggio. No. È un dono del Cielo, che non potevamo procurarci da soli. Tutto andrà bene, diciamo con tenacia in queste settimane, aggrappandoci alla bellezza della nostra umanità e facendo salire dal cuore parole di incoraggiamento. Ma, con l’andare dei giorni e il crescere dei timori, anche la speranza più audace può evaporare. La speranza di Gesù è diversa. Immette nel cuore la certezza che Dio sa volgere tutto al bene, perché persino dalla tomba fa uscire la vita.

La tomba è il luogo dove chi entra non esce. Ma Gesù è uscito per noi, è risorto per noi, per portare vita dove c’era morte, per avviare una storia nuova dove era stata messa una pietra sopra. Lui, che ha ribaltato il masso all’ingresso della tomba, può rimuovere i macigni che sigillano il cuore. Perciò non cediamo alla rassegnazione, non mettiamo una pietra sopra la speranza. Possiamo e dobbiamo sperare, perché Dio è fedele. Non ci ha lasciati soli, ci ha visitati: è venuto in ogni nostra situazione, nel dolore, nell’angoscia, nella morte. La sua luce ha illuminato l’oscurità del sepolcro: oggi vuole raggiungere gli angoli più bui della vita. Sorella, fratello, anche se nel cuore hai seppellito la speranza, non arrenderti: Dio è più grande. Il buio e la morte non hanno l’ultima parola. Coraggio, con Dio niente è perduto!

Coraggio: è una parola che nei Vangeli esce sempre dalla bocca di Gesù. Una sola volta la pronunciano altri, per dire a un bisognoso: «Coraggio! Alzati, [Gesù] ti chiama!» (Mc 10,49). È Lui, il Risorto, che rialza noi bisognosi. Se sei debole e fragile nel cammino, se cadi, non temere, Dio ti tende la mano e ti dice: “Coraggio!”. Ma tu potresti dire, come don Abbondio: «Il coraggio, uno non se lo può dare» (I Promessi Sposi, XXV). Non te lo puoi dare, ma lo puoi ricevere, come un dono. Basta aprire il cuore nella preghiera, basta sollevare un poco quella pietra posta all’imboccatura del cuore per lasciare entrare la luce di Gesù. Basta invitarlo: “Vieni, Gesù, nelle mie paure e di’ anche a me: Coraggio!”. Con Te, Signore, saremo provati, ma non turbati. E, qualunque tristezza abiti in noi, sentiremo di dover sperare, perché con Te la croce sfocia in risurrezione, perché Tu sei con noi nel buio delle nostre notti: sei certezza nelle nostre incertezze, Parola nei nostri silenzi, e niente potrà mai rubarci l’amore che nutri per noi.

Ecco l’annuncio pasquale, annuncio di speranza. Esso contiene una seconda parte, l’invio. «Andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea» (Mt 28,10), dice Gesù. «Vi precede in Galilea» (v. 7), dice l’angelo. Il Signore ci precede, ci precede sempre. È bello sapere che cammina davanti a noi, che ha visitato la nostra vita e la nostra morte per precederci in Galilea, nel luogo, cioè, che per Lui e per i suoi discepoli richiamava la vita quotidiana, la famiglia, il lavoro. Gesù desidera che portiamo la speranza lì, nella vita di ogni giorno. Ma la Galilea per i discepoli era pure il luogo dei ricordi, soprattutto della prima chiamata. Ritornare in Galilea è ricordarsi di essere stati amati e chiamati da Dio. Ognuno di noi ha la propria Galilea. Abbiamo bisogno di riprendere il cammino, ricordandoci che nasciamo e rinasciamo da una chiamata gratuita d’amore, là, nella mia Galilea. Questo è il punto da cui ripartire sempre, soprattutto nelle crisi, nei tempi di prova. Nella memoria della mia Galilea.

Ma c’è di più. La Galilea era la regione più lontana da dove si trovavano, da Gerusalemme. E non solo geograficamente: la Galilea era il luogo più distante dalla sacralità della Città santa. Era una zona popolata da genti diverse che praticavano vari culti: era la «Galilea delle genti» (Mt 4,15). Gesù invia lì, chiede di ripartire da lì. Che cosa ci dice questo? Che l’annuncio di speranza non va confinato nei nostri recinti sacri, ma va portato a tutti. Perché tutti hanno bisogno di essere rincuorati e, se non lo facciamo noi, che abbiamo toccato con mano «il Verbo della vita» (1 Gv 1,1), chi lo farà? Che bello essere cristiani che consolano, che portano i pesi degli altri, che incoraggiano: annunciatori di vita in tempo di morte! In ogni Galilea, in ogni regione di quell’umanità a cui apparteniamo e che ci appartiene, perché tutti siamo fratelli e sorelle, portiamo il canto della vita! Mettiamo a tacere le grida di morte, basta guerre! Si fermino la produzione e il commercio delle armi, perché di pane e non di fucili abbiamo bisogno. Cessino gli aborti, che uccidono la vita innocente. Si aprano i cuori di chi ha, per riempire le mani vuote di chi è privo del necessario.

Le donne, alla fine, «abbracciarono i piedi» di Gesù (Mt 28,9), quei piedi che per venirci incontro avevano fatto un lungo cammino, fino ad entrare e uscire dalla tomba. Abbracciarono i piedi che avevano calpestato la morte e aperto la via della speranza. Noi, pellegrini in cerca di speranza, oggi ci stringiamo a Te, Gesù Risorto. Voltiamo le spalle alla morte e apriamo i cuori a Te, che sei la Vita.

Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca

Meditazione di papa Francesco in occasione della preghiera per la fine della pandemia di venerdì 27 marzo 2020

«Venuta la sera» (Mc 4,35). Così inizia il Vangelo che abbiamo ascoltato. Da settimane sembra che sia scesa la sera. Fitte tenebre si sono addensate sulle nostre piazze, strade e città; si sono impadronite delle nostre vite riempiendo tutto di un silenzio assordante e di un vuoto desolante, che paralizza ogni cosa al suo passaggio: si sente nell’aria, si avverte nei gesti, lo dicono gli sguardi. Ci siamo trovati impauriti e smarriti. Come i discepoli del Vangelo siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo resi conto di trovarci sulla stessa barca, tutti fragili e disorientati, ma nello stesso tempo importanti e necessari, tutti
chiamati a remare insieme, tutti bisognosi di confortarci a vicenda. Su questa barca… ci siamo tutti. Come quei discepoli, che parlano a una sola voce e nell’angoscia dicono: «Siamo perduti» (v. 38), così anche noi ci
siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo, ma solo insieme.
È facile ritrovarci in questo racconto. Quello che risulta difficile è capire l’atteggiamento di Gesù. Mentre i discepoli sono naturalmente allarmati e disperati, Egli sta a poppa, proprio nella parte della barca che per
prima va a fondo. E che cosa fa? Nonostante il trambusto, dorme sereno, fiducioso nel Padre – è l’unica volta in cui nel Vangelo vediamo Gesù che dorme –. Quando poi viene svegliato, dopo aver calmato il vento e le
acque, si rivolge ai discepoli in tono di rimprovero: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?» (v. 40).

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#andràtuttobene?

“Andrà tutto bene” scrivono i bambini sui balconi.

E’ giusto e anche bello, perché è un messaggio che ti fa spuntare un sorriso, quell’arcobaleno comunica fiducia e speranza.

Ti fa pensare agli abbracci che potremo darci quando sarà tutto finito.

Non c’è immagine più eloquente dell’arcobaleno, perché questa striscia di colori spunta in cielo proprio quando il cattivo tempo sta per finire, segna l’ora in cui riappare il sole.

Ma poi penso: “Bello, sì, ma sarà poi vero?”

Se l’arcobaleno annuncia la fine del maltempo, oggi però – per restare nella metafora – siamo ancora in mezzo alla tempesta. Cupi nuvoloni ricoprono ancora il cielo e il livello dell’acqua sale. Ci vien detto di restare al primo piano, di non scendere nei piani allagati, perché andrà tutto bene…

E’ solo un messaggio ingenuo e consolatorio, suggerito dal desiderio di vivere con meno angoscia questi giorni di quarantena o dice qualcosa di vero?

Insomma ce la stiamo raccontando oppure questo hastag racconta la verità?

Ci ho riflettuto e ora ne sono convinto: sì, è proprio così!

Non ho la sfera di cristallo, non seguo le curve statistiche, neanche ritengo lecite le affermazioni che gli effetti delle epidemie sono sempre stati così, perché questo virus non è come i precedenti e si comporta diversamente.

Rifiuto anche l’atteggiamento fideistico di chi si sente immune dai virus per una speciale protezione celeste. Il coronavirus segue le leggi della natura, fissate dal Creatore. Dio fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti (Mt 5,45). Se il livello dell’acqua sale, sale per tutti. E malattie o eventi naturali non sono punizioni divine: quando raccontano a Gesù di alcune disgrazie avvenute, lui risponde che, se ha qualcuno è crollato addosso qualcosa, non è più colpevole degli altri (cfr. Lc 13,1-5).

Allora perché possiamo dire che andrà tutto bene?

Innanzitutto perché questo messaggio, nel momento stesso in cui invita a pensare agli altri (ai piccoli chiusi in casa, alle persone che rischiano il posto di lavoro, ai nonni che rischiano la vita, ai medici e agli infermieri che stanno al fronte), può già cambiare qualcosa, perché ci rende più responsabili verso gli altri.

I gesti irrazionali dettati dall’ansia e i comportamenti incoscienti generati dalla dabbenaggine o dal menefreghiamo ignorano #andràtuttobene. Chi, invece di infondere senso civico, vuol suscitare allarmismi isterici, fa speculazioni politiche o economiche.

#andràtuttobene, quindi, non per fatalismo, ma per coscienza e responsabilità civile, per quella fede autentica che si trasforma in carità fraterna.

#andràtuttobene davvero se, chi lo scrive sui balconi (fosse anche ingenuo come un bambino), lo fa perché sa che non deve uscire di casa; e, al tempo stesso, pensa a chi sta correndo per occuparsi della vita di altri o per salvarla.

#andràtuttobene è vero, se è la consapevolezza che posso rinunciare a qualcosa di buono, come abbracciare i nonni, o di bello, come una passeggiata, a una cosa utile, come la scuola, o che riempie di senso e di forza interiore, come la messa… per il bene degli altri.

#andràtuttobene è la speranza che nasce dalla fede e porta ad amare il prossimo.

#andràtuttobene può ben tradurre un bellissimo testo di San Paolo: Chi ci separerà dall’amore di Cristo? Forse la tribolazione, l’angoscia, il pericolo…? Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori grazie a colui che ci ha amati (Rm 8,35.37).

Dio ci è vicino anche nelle tribolazioni, nelle angosce, nei pericoli. Li possiamo affrontare perché Dio ci ama, non ha ritirato il suo braccio, non ha smesso di pensare a noi. E continua ad aprire il nostro sguardo alle necessità degli altri, a darci la forza di fare il bene.

#andràtuttobene veramente perché Dio è fedele. L’immagine dell’arcobaleno è quella che, meglio di ogni altra icona, rappresenta la fedeltà di Dio. E’ Dio stesso che, quando il diluvio è finito e le acque si sono ritirate dalla faccia della terra, pone il suo arco sulle nubi come segno della sua fedeltà all’alleanza.

Dio disse: “Io stabilisco la mia alleanza con voi:

non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio,

né il diluvio devasterà più la terra.
Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi
e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future.
Pongo il mio arco sulle nubi,
perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra.
Quando ammasserò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi,
ricorderò la mia alleanza che è tra me e voi
e ogni essere che vive in ogni carne,
e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne.
L’arco sarà sulle nubi, e io lo guarderò per ricordare l’alleanza eterna
tra Dio e ogni essere che vive in ogni carne che è sulla terra”.

Dio guarda gli arcobaleni dei bambini appesi alle finestre e sui balconi, e sorride.

I nostri bambini ci ricordano che Dio è fedele.

Anche le acque di questo diluvio si ritireranno.

“… Entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il padre tuo nel segreto” (Mt 6, 6)

di don Ivo Seghedoni

La parola del Vangelo ha sempre la capacità di illuminare i giorni bui e sa svelare i segreti nascosti nelle nostre giornate confuse. E’ portatrice di speranza nei tempi nei quali noi sappiamo solo vedere problemi e siamo vinti dalle nostre paure.

A decostruire le nostre certezze è bastato un minuscolo virus, che pensavamo – nella nostra ingenuità e, forse, non senza una piccola dose di svalutazione – destinato a rimanere confinato all’interno della Cina…, un paese troppo lontano, abituato ad essere colpito da altri virus (la Sars nel 2003-2003) “incapaci” di raggiungere il nostro mondo.

Non ci sono volute molte settimane per riscoprirci ad essere la Wuhan d’Europa e la paura, la confusione, lo smarrimento si sono impadroniti di noi.

Pensiamo all’ansia per chi si è trovato, non si sa come, coinvolto nel contagio, soprattutto alle persone fragili e anziane che sono le più vulnerabili; pensiamo alla lotta che ingaggiano gli operatori della sanità, pensiamo allo sconcerto per le famiglie, che si trovano a gestire i bambini a casa per la chiusura delle attività scolastiche, pensiamo alla paura del mondo produttivo che viene immediatamente colpito e che sta già risentendo di forti perdite. Pensiamo a tutti noi, colti di sorpresa dalle restrizioni che prima la Regione e ora il Governo impongono per limitare la diffusione del contagio.

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Dio non punisce…

Un cristiano sa che attribuire ad una punizione divina la diffusione del coronavirus fa male alla fede perché la declassa a una pratica superstiziosa con un dio più simile alle capricciose divinità pagane che al Dio dei cristiani. Quando gli apostoli incontrano un cieco chiedono a Gesù: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?» e il Signore risponde «Né lui ha peccato né i suoi genitori» (Gv 9, 1-3). Il vangelo insegna costantemente che Dio Padre “fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti” (Mt 5,45). È possibile morire disidrati in un deserto sia se si è buoni sia se si è cattivi, è possibile essere vittime del terremoto sia se si è buoni sia se si è cattivi, è possibile essere vittime del coronavirus sia se si è buoni sia se si è cattivi, questo è il cristianesimo.

Pensare che malattia e morte siano strumenti di punizione o premio è semplicemente un paganesimo che ricrea caste di salvati ed esclusi dalla salvezza. Ma Gesù è venuto a curare questa esclusione. È venuto a dire, con scandalo dei contemporanei, che lebbrosi, ciechi e paralitici dovevano essere riammessi di nuovo in quella società che li aveva considerati macchiati da una tara. 

Nessun virus è uno strumento della punizione di Dio e, mentre speriamo che la scienza trovi un vaccino contro il virus, altrettanto auspichiamo di sviluppare anticorpi contro il fideismo, la superstizione e atteggiamenti che nulla hanno a che fare con la fede dei figli di Dio Padre. 

La storia delle religioni ci dice che la fede che è superstizione impedisce la fraternità perché spinge a vedere nella fragilità del prossimo non un motivo di aiuto, di vicinanza e di fraternità ma un motivo di giudizio, di sospetto e di divisione. E questo è il peggior frutto velenoso che possa produrre l’ assurda associazione tra l’azione di Dio e la diffusione di una malattia.