Il racconto della passione secondo Marco è incorniciato dalla presenza delle donne. Al capitolo 14, poco prima della narrazione dell’ultima cena, una donna rompe un vaso di alabastro e disperde 300 denari di nardo (lo stipendio di un anno di lavoro) sul capo di Gesù.
Il primo giorno dopo il sabato le donne vanno al sepolcro per cospargere con oli aromatici il corpo di Gesù.
Donne.
E oli.
Due gesti di per sé inutili e sprecati. Senza senso.
Perché buttare via chili di nardo profumato quando sarebbe potuta bastare una piccola quantità?
Perché andare al sepolcro per ungere e profumare un cadavere?
Chiunque avrebbe scosso la testa.
Le donne! Solite emotive e fuori dagli schemi, avrebbero potuto pensare gli uomini. Non a caso alcuni discepoli, annota l’evangelista Marco, si indignano con la donna che cosparge il capo con il nardo. «Perché questo spreco?», si domandano.
Perché non vendere quell’unguento e dare il ricavato ai poveri?
Nei momenti drammatici, quando le tenebre si infittiscono, quando il male comincia a prendere il sopravvento e si apre un baratro che conduce alla morte, come il cammino di passione che dovrà affrontare Gesù; quando la morte è avvenuta e non c’è più nulla da fare se non piangere e disperarsi…, proprio in quei momenti c’è bisogno di tenerezza e gesti di cura “inutili” e “sprecati”.
Sono questi gesti che – nel silenzio e al di là di qualsiasi parola – raccontano quel “di più” di cui abbiamo bisogno.
Perché la vita non è fatta sono di scelte e gesti utili, efficaci, che portano un guadagno. Questa è la cultura efficientista ed economica in cui viviamo e di cui – purtroppo – è impregnata la nostra esistenza.
Alcuni anni fa sul web si scatenò la polemica perché una donna salvata dal naufragio aveva le unghie laccate di rosso e molti sostennero che non era una vera migrante; e anche quando si dimostrò che furono le volontarie della nave di soccorso ad applicarle lo smalto, lo sdegno si moltiplicò: “È questo il modo di soccorrere i naufraghi?”.
Eppure, quel gesto delle volontarie fu un atto di tenerezza e di una delicatezza estrema perché, proprio attraverso un gesto “inutile”, fecero percepire a quella donna il valore della sua dignità e della sua femminilità sfigurata e disprezzata dalla disperazione che l’avevano condotta a fuggire in cerca di una terra accogliente…
Sì, nei momenti dove la morte sembra prevalere, dove i discorsi si fanno cupi e il vocabolario dei nostri dialoghi è prevalentemente fatto di parole tristi e angosciate, proprio in quei momenti, un gesto di tenerezza sprecata e senza un senso apparente è capace di gettare un raggio di luce. È capace di cambiare il senso stesso delle cose.
È anche questo il motivo del nostro celebrare. Il triduo pasquale che ci accingiamo a vivere è celebrazione “eccedente”, smisurata ma non pomposa, “sprecata” ma non sciatta. C’è un fuoco acceso nella notte in un contesto di luci elettriche, c’è abbondanza di letture in un mondo fatto di slogan, c’è musica e canto nel tempo dei proclami…
Celebrare la Pasqua è riconoscere che c’è un eccesso che da vita, un “non senso apparente” capace di cambiare i nostri vissuti e permetterci di abitare il mondo con lo stile di Dio.
Il Dio senza mezze misure.