Buoni samaritani di oggi:a Trieste le cure e l’assistenza a richiedenti asilo e “transitanti”

in www.vaticannews.va del 25 febbraio 2026

La città, capoluogo del Friuli-Venezia Giulia, che nella storia ha vissuto la realtà spesso drammatica dei confini fatta di violenza e divisioni, oggi è punto d’arrivo di tanti in fuga dai propri Paesi alla ricerca di nuove possibilità di vita. Trieste si trova a fare i conti con il fenomeno migratorio attraverso la rotta balcanica meno nota rispetto ai flussi di arrivo attraverso il Mediterraneo. Tra le varie realtà, qui operano la Caritas locale e “Linea d’Ombra”.

Linea d’Ombra è un’associazione di volontariato nata a Trieste nel 2019, per iniziativa di Lorena Fornasir e Gian Andrea Franchi, per sostenere i migranti provenienti dalla rotta balcanica definiti “transitanti” per i quali non esiste alcuna forma di accoglienza istituzionale. Sul sito dell’associazione si spiega l’impegno quotidiano: “I volontari sono presenti ogni pomeriggio in Piazza Libertà, davanti alla stazione centrale di Trieste, medicando le ferite e offrendo cibo, scarpe nuove, indumenti puliti e, nella stagione invernale, sacchi a pelo e giacche” a chi è riuscito ad attraversare il confine italo-sloveno dopo settimane di cammino. I “transitanti” hanno spesso bisogno di assistenza sanitaria dovuta alla vita in strada o nei rifugi provvisori come quello del silos, una struttura fatiscente accanto alla stazione ferroviaria di Trieste. All’attività su strada, si affianca la raccolta di fondi per sostenere le popolazioni migranti lungo la rotta balcanica in collaborazione con operatori umanitari presenti nei diversi Paesi.

Gian Andrea Franchi racconta a Vatican News: “Quando io e mia moglie Lorena da Pordenone siano arrivati a Trieste, ci siamo resi conto che qui arrivava un numero notevole di migranti che non volevano fare domanda per restare in Italia e quindi non volevano farsi rilevare dalla Questura e che, come quelli che già avevamo avvicinato a Pordenone e in molti viaggi in Bosnia, erano in condizioni psicofisiche in alcuni casi al limite ma di cui nessuno si occupava”. Da qui la decisione di andare a rintracciare queste persone nei dintorni della stazione, un luogo frequentato da chi cerca di prendere un treno per andare oltre. “Abbiamo cominciato a curare le loro ferite, gravi o meno gravi – prosegue nel racconto. Tutti avevano comunque le gambe, i piedi in condizioni molto pesanti, soprattutto per la presenza di ferite infette”.

Lorena e Gian Andrea non sono rimasti soli: ad un piccolo numero di attivisti che quotidianamente si recano davanti alla stazione, altre persone danno una mano più o meno regolarmente e si è formata una bella rete di persone solidali in Italia e all’estero che permettono all’associazione di continuare la sua attività. Nella piazza spesso arrivano scolaresche, gruppi scout, associazioni cattoliche, anche singole persone che portano cibo per i migranti mettendo in moto tutta una dinamica di solidarietà.

I migranti che arrivano a Trieste dalla rotta balcanica provengono da una vasta aerea che comprende il Medio Oriente, l’India, il Bangladesh, il Nepal, ma la maggioranza proviene dall’Afghanistan e dal Pakistan. L’anno scorso hanno raggiunto quasi le 13.000 persone, di cui il 70 per cento “transitanti”, tra loro anche minori e alcune famiglie prevalentemente curde.

Per Gian Andrea Franchi quello di Linea d’Ombra non è soltanto un impegno umanitario ma un impegno che ha una chiara connotazione politica perché non si limita a fornire assistenza a chi ne ha bisogno, ma vuole intervenire sulle cause che determinano la sofferenza e denunciare l’inadeguatezza delle misure adottate finora dall’Unione Europea nei confronti del fenomeno migratorio. “Certamente – conferma -, noi tutti abbiamo percepito l’estrema violenza dei confini di fronte a una tragedia come quella del Medioriente ma anche dell’Africa. I migranti si muovono anche per una questione ambientale. Vengono da Paesi che sono i più tormentati da quella che è una delle principali problematiche del nostro tempo e purtroppo trascurata, cioè la crisi climatica. E infatti i migranti ci parlano nei loro Paesi di agricoltura che fallisce, di persone che devono fare chilometri per andare a prendere l’acqua, di villaggi una volta rigogliosi per la presenza dell’acqua e che ora invece muoiono. Occuparsi dei migranti è occuparsi di una questione di fondo del nostro mondo, è quindi una questione politica e allora noi cerchiamo anche di comunicare la gravità di questa situazione e di creare una forma di solidarietà diffusa in un momento storico in cui purtroppo prevalgono l’individualismo e l’indifferenza”. Di fronte a chi si chiede perché queste persone non rimangano a casa loro, perchè mettano se stessi e le loro famiglie in pericolo nelle diverse rotte migratorie, Gian Andrea Franchi risponde: “Come dicevo, vengono da mondi devastati, da Paesi in cui oggi è impossibile vivere, per cui le persone più forti, più sane, lasciano la loro terra con il mandato di famiglie e di villaggi di trovare un lavoro per poterli aiutare. Naturalmente questa è una prospettiva molto labile, che spesso non si realizza. Allora il fenomeno migratorio è anche l’annuncio che dobbiamo cambiare tutti, che dobbiamo cambiare un sistema in cui il denaro è il valore supremo, mentre la vita non conta”.