di Karima Moual in “La Stampa” del 26 luglio 2023
Si chiamava Dosso Fati, mentre la sua bambina, di poco più di sei anni, si chiamava Marie.
Sono i nomi di mamma e figlia morte abbracciate nel deserto al confine tra Libia e Tunisia. La loro morte è il simbolo dell’orrore di cui si è macchiata la Tunisia con la deportazione forzata dei subsahariani nel deserto verso la Libia. Un’iniziativa disumana di cui l’Europa non può dirsi estranea, per la credibilità, la legittimità e l’accreditamento che è stato dato al presidente tunisino Kaies Saied. Lui ringrazia – in barba a tutti i trattati internazionali in difesa dei diritti umani – continuando le deportazioni dei migranti subsahariani, lasciati in mezzo al deserto con più di 50 gradi senza acqua né cibo. Dietro promesse di denaro e agevolazioni, Tunisi allontana migranti e profughi abbandonandoli nell’inferno arido. L’importante è che non provino a raggiungere le coste europee. Respinti e scartati, senza neanche una via d’uscita.
Dosso Fati e Marie dalla Costa D’Avorio sono finite in Tunisia come tanti migranti speranzosi di potersi avvicinare a un sogno, quello della sopravvivenza, la chimera Europa. Gli scatti e i video dell’orrore provenienti dal deserto al confine tra Libia e Tunisia raccontano di un fronte di una guerra senza bombe: è sufficiente la violenza dell’indifferenza, l’abbandono in mezzo al nulla, il deserto che diventa una fossa comune uguale al mare Mediterraneo. Sono immagini di donne, uomini, bambini e neonati che si trascinano con il dolore, le lacrime e le grida soffocate. Hanno le bocche spalancate in cerca di qualche goccio d’acqua che gli viene portata con delle bottigliette dalle guardie libiche. Si buttano letteralmente per terra, in ginocchio, inchinati ai loro piedi, chiedendo pietà. Sono immagini raccapriccianti e inaccettabili. I migranti provengono dalla Nigeria, dalla Costa d’Avorio e dal Congo: dal giorno alla notte sono stati cacciati dalla Tunisia e allontanati nel deserto.
Sono storie dolorose. C’è una verità indicibile: la solidarietà e l’empatia verso l’altro sono anch’esse razziste. Perché altrimenti non si spiega il silenzio, il disinteresse verso una tragedia umana che riguarda i migranti africani per cui non valgono gli stessi diritti e le stesse tutele che abbiamo fatto valere per altri disgraziati, che in altri casi erano bianchi.