Ucraina. Kiev, la (non) leggenda dell’ambasciatore al pianoforte sotto le bombe

di Nello Scavo, inviato di Avvenire in Ucraina – 5 marzo 2022

Il rappresentante italiano Pier Francesco Zazo ha ospitato oltre 100 connazionali nella sua residenza. E tra mille emergenze, con la solidarietà e la musica si esorcizza la paura…

La leggenda dell’ambasciatore che suona sotto le bombe non è una leggenda. Erano suonate le sirene antiaeree. Di nuovo. Sarà stata la decima volta, quella sera. Giù di corsa nel piano interrato, a decine. Prima le donne coi bambini, poi gli uomini. Infine lui. L’elegante residenza del rappresentante italiano diventata un accampamento per sfollati. “Ambasciatore sta arrivando un’altra famiglia”, avvertiva il console Federico Nicolacci. E le guardie aprivano il cancello. “Ambasciatore, andiamo via?”, chiedeva qualcuno all’altro capo del telefono. “Non me ne vado se non sono tutti in salvo. E fino a quando a Kiev c’è un governo legittimo, l’ambasciatore italiano non se ne va”.

Pier Francesco Zazo è proprio come vorresti che fossero i diplomatici: polso di ferro e guanto di velluto. E anche spaghetti cotti come si deve, che nella residenza diventata fortino dei disperati se ne scolavano a quintali. Con il console e tutto il personale della Farnesina a districarsi tra relazioni internazionali e i biberon da scaldare. E i superman della sicurezza (si, superman, perché i supereroi esistono) che dopo le “estrazioni” di giornalisti finiti tra i due fuochi e il recupero di cibo e documenti sensibili schivando le smitragliate, prendono per mano i bambini e fanno sentire che con quei muscoli e quello sguardo non c’è niente da temere. È solo baccano, niente di più. Hanno figli a casa, ma oggi sono padri anche qua.

Intorno al magnifico pianoforte Petrof, posto in un angolo del grande salotto con i divani diventati letto e i tappeti materasso, i reporter scrivono e imprecano. Perché i missili piovono e le corse nel bunker fanno ritardare l’ora d’invio del pezzo in redazione. Sul leggìo, gli spartiti che Pier Francesco Zazo non ha il tempo di riordinare. C’è la guerra intorno e sopra di noi. Il suo telefono è sempre aperto. Relazioni internazionali e decisioni da prendere al volo. E intanto, in silenzio, organizza piani di evacuazione per gli oltre cento connazionali. Ma non si deve sapere.

Alcuni di noi, stufi del saliscendi e del gran frastuono degli ordigni e dei bagliori che ci costringono a interrarci come talpe spaventate, a un certo punto decidono di rinunciare al bunker. Le bombe cadono vicine. Vediamo la scia e sentiamo l’onda d’urto. Per strada ci sono scontri ravvicinati. E allora morire in un bunker che ci precipita addosso o distesi su un divano damascato “made in Italy”, fa poca differenza. “Ma è meglio il sofà”, ci diciamo con un paio di colleghi in preda alla spavalderia di chi a ogni sirena sente scattare un proprio intimo conto alla rovescia.

Ed è stato in uno di quei momenti, quando solo la poesia dei gesti e l’arte del coraggio sanno rimettere le cose a posto, che una volta esaurito l’ennesimo attacco dall’alto e mentre ne arriva un altro peggiore, Pier Francesco Zazo, in jeans e pullover, che di diplomatico hanno solo l’eleganza di chi l’indossa, si siede al pianoforte. E suona. “Libertango” di Astor Piazzolla, e poi alcuni passaggi senza tempo. Saranno stati un paio di minuti, forse meno. Tra una telefonata della Farnesina e una al governo di Kiev. Ma in quegli istanti di ritorno alla normalità, l’ambasciatore che suona sotto le bombe ci ha insegnato che la poesia e l’arte non hanno paura delle bombe.

Aveva chiesto di non essere ripreso in video, così come aveva chiesto di tenere riservate le operazioni – poi riuscite – per salvare gli oltre cento italiani con una ventina di neonati e una decina di bambini piccoli.

Non abbiamo mantenuto quella promessa. E Zazo ci ha già perdonati. Perché nella filigrana di certe vite c’è la spina dorsale di un uomo e di ciò che rappresenta.

“La diplomazia senza armi è come la musica senza strumenti”, diceva il re prussiano Federico il Grande. E per fortuna a Kiev non abbiamo sentito solo le bombe.

Per proseguire la riflessione…

In ogni tempo, per ciascuno di noi, per le nostre comunità, per la chiesa, la tentazione più seducente e pericolosa è, sotto varie forme, la stessa: essere abbagliati, attirati da una potenza che non è quella di Dio – svelata e narrata da Gesù Cristo – e rifiutare la debolezza quale spazio in cui Dio si manifesta e si consegna agli uomini, affinché essi lo cerchino e lo riconoscano.

  • Ho il coraggio di entrare nel deserto, per trovare la sorgente della vita che mi abita?
  • Quale aspetto della mia vita rifiuto perché segno di debolezza e che vorrei che Dio risolvesse?

Commento alla immagine a fianco

L’opera, di D.A.S.T. Arteam, è stata realizzata tra il 1995 e il 1997: 8.000 mq di sabbia, che sono stati spostati per creare un’installazione artistica che occupa 100.000 mq di deserto tra il Mar Rosso e una serie di antiche montagne vulcaniche nella regione del deserto orientale dell’Egitto. Si compone di una spirale di coni e buche disposti a spirale attorno ad un laghetto centrale pieno acqua. Come lo spettatore si avvicina al centro i coni gradualmente si fanno più piccoli facendo sentire il visitatore dell’istallazione sempre più grande.

Il team di artisti è composto da Danae Stratou, Alexandra Stratou e Stella Constantinides. Questa istallazione vuole lavorare su due livelli differenti in termini di punto di vista: dall’alto come una immagine visiva, e da terra, camminando lungo il percorso a spirale, compiendo il quale si vive un’esperienza fisica e spirituale. Spiega il team di artisti: ”Con gli occhi della mente il deserto è un luogo dove si sperimenta l’infinito“. Il deserto, infatti, non è solo luogo vuoto e disabitato. È luogo in cui l’uomo può compiere un cammino dentro e fuori di sé, un percorso che ci porta a incontrare la sorgente del nostro vivere e a ritrovare noi stessi e Dio.

Ritroveremo la primavera

Dalla “Lettera alla Città 2022” del Vescovo Erio Castellucci nella Solennità di San Geminiano

«Ci siamo persi la primavera», ha scritto nei giorni scorsi una ragazza diciassettenne, riflettendo sul lockdown di due anni fa. Poi ha proseguito, con una nota di amarezza: «ed è ancora inverno». Ancora nel tunnel della pandemia, stiamo per perderci la terza primavera. Ma una cosa è perdere delle primavere dopo averne vissute decine, come nel mio caso e in quello di altri adulti e anziani, un’altra è perderle nella giovinezza. Cos’è l’adolescenza senza le corse libere, le feste a casa degli amici, le attività di gruppo, lo sport, gli abbracci? Quali segni lascerà nell’animo dei giovani un tempo così lungo di limitazioni, incontri sospesi, relazioni monche? Ritroveremo la primavera?

Proprio i giovani, gli stessi dai quali si leva il grido silenzioso che denuncia la grave crisi in atto, ci aiuteranno a ritrovare la primavera. Non sono un sognatore e so quanti problemi, specialmente in questo tempo, affliggono gli adolescenti, affiorando in episodi di bullismo, violenza, autolesionismo, disimpegno. La dispersione scolastica, che già prima della pandemia riguardava più di centomila alunni ogni anno, nonostante l’intensa attività delle istituzioni, si è accentuata con la pandemia. E si potrebbe proseguire con la lista dei malesseri. Prudenza, però, nel dare giudizi sui giovani d’oggi, nel gridare allo sfacelo morale, culturale, affettivo e sociale, nell’addossare agli adolescenti le etichette di teppisti, violenti e sfaccendati.

Il biasimo nei confronti dei giovani ha radici antiche ed è legato alla tendenza degli adulti a leggere il presente in termini di decadenza, per far risplendere la superiorità del passato, cioè del presente di quando loro erano giovani. Sant’Agostino, in un discorso tenuto più di sedici secoli fa, affermava non senza ironia: Troverai degli uomini che si lamentano dei loro tempi, convinti che solo i tempi passati siano stati belli. Ma si può essere sicuri che se costoro potessero riportarsi all’epoca degli antenati, non mancherebbero di lamentarsi ugualmente. Se, infatti, tu trovi buoni quei tempi che furono, è appunto perché quei tempi non sono più i tuoi (Disc. Caillau-Saint-Yves 2).

Quando il mondo degli adulti rileva comportamenti inaccettabili nei giovani, è tenuto moralmente a premettere un esame di coscienza. Che mondo stiamo lasciando ai ragazzi di oggi? Quali valori abbiamo custodito per loro, quali ideali testimoniamo? Quale modello di vita adulta stiamo incarnando? Loro sono incerti e confusi, è vero: ma gli orizzonti futuri che si aprono, quegli orizzonti che noi adulti stiamo disegnando, che promesse contengono?  Ci scandalizziamo per gli atti di teppismo adolescenziale, ma non sempre risaliamo alle radici di una cultura adulta che sparge dovunque immagini violente e sbandiera l’aggressività come metodo normale nei dibattiti e nei confronti a tutti i livelli: familiare, sociale, politico e perfino ecclesiale… non a caso papa Francesco ha messo in moto in tutte le comunità cristiane uno “stile sinodale”, per educare i cattolici stessi ad ascoltarsi a vicenda e per seminare uno stile di ascolto reciproco in tutti gli ambienti.

È necessario allora uno sguardo nuovo degli adulti sui giovani: occhi che scrutano il bene prima di segnalare il male; occhi che guardano al futuro più che fissarsi sul passato. Scrisse San Giovanni Bosco, uno dei più grandi educatori della storia: «l’educazione è cosa di cuore» (Lettera del 29 gennaio 1883). Dal cuore, non dalle analisi, prende avvio uno sguardo nuovo sui giovani.

La sfida educativa si affronta non tanto biasimando nei giovani le sirene dell’istinto, dell’egoismo, della “vita facile”, quanto proponendo loro una “vita bella”, armoniosa, progettuale; e non tanto con le parole, ma soprattutto con la testimonianza della vita. I giovani sono disposti ad ascoltare gli adulti, anche i più anziani, se li vedono realizzati come adulti; se si sentono da loro amati, accompagnati, compresi; se avvertono da parte loro uno sguardo di fiducia. La trasmissione intergenerazionale di tradizioni e valori, oggi così ardua, passa attraverso questo sguardo fiducioso sui giovani.

Spesso ci domandiamo “come parlare ai giovani”; ma la prima e più importante domanda è: “come ascoltare i giovani”. Anche se avessimo l’impressione di sentire cose sgradevoli, provocatorie e ingiuste, dovremmo partire dal loro vissuto, accettare che essi stessi si confrontino con la vita, stare al loro fianco e non dettare regole dall’alto. Saranno loro stessi ad indicare le strade per trovare, insieme a noi adulti, delle piste e delle risposte plausibili per la loro vita. Non saranno sempre i sentieri che noi avevamo pensato “per loro”, ma saranno i “loro” sentieri.

San Geminiano, che secondo la cronologia tradizionale diventò vescovo di Modena ancora giovane, aiuti gli adulti a mettersi più decisamente in ascolto dei giovani, perché è ripartendo dall’ascolto dei giovani che possiamo ritrovare insieme la primavera.

“Padre nostro che sei nei mari…”

di Alessandro Bergonzoni, in “La Repubblica” del 31 dicembre 2021

Nella notte di Natale due naufragi davanti alle coste greche hanno causato la morte di 27 persone, tra cui diversi bambini. Riportiamo la “preghiera” di Alessandro Bergonzoni.

Padre nostro che sei nei mari, chiunque tu sia, non dimenticare più, tra gli altri i Bambin Gesù che sono affogati e non nati a Natale. Noi intanto faremo la nostra parte. La faremo con le forze che ci restano e ne abbiamo ancora tante: basta solo non piangerli ma arrivare in tempo, non sopportare ma fare.

Uno, due, tre, quattro, cinque, sei, sette, otto, nove, dieci, undici, dodici, tredici, quattordici, quindici, sedici, diciassette, diciotto, diciannove, venti, ventuno, ventidue, ventitré, ventiquattro, venticinque, ventisei, ventisette… Contiamo fino a 27, a voce alta, adagio, pensando, un morto alla volta, almeno impareremo a sentirli in noi non a distanza, (soprattutto ora che non possiamo più nemmeno scendere in piazza uno accanto all’altro per dimostrare e raccontare).

Amare i bambini o a mare i bambini? Chiunque aveva un dubbio sul d’affarsi si ricreda, chiunque pensasse che le Ong non servono e che era finito l’esodo biblico ci ripensi, chiunque credesse che non potevamo accoglierne ancora si ravveda. Qualsiasi Europa sia o siamo, qualsiasi Italia o Grecia sia o siamo, soccorriamo, accorriamo, raccogliamo, occorriamo, non dubitiamo, non tergiversiamo, non rimandiamo, non dimentichiamo, non accettiamo. Altrimenti affonderemo anche noi nel mare dell’ineluttabile, dell’abitudine, della rassegnazione, e da lì nessuno ci potrà mai più aiutare a tornare a galla.

Allora usciamo dal non possiamo fare più di così, dal non possiamo esser dappertutto: possiamo, dobbiamo, vogliamo, son tutti verbi che finiscono per amo. Padre nostro che sei nei mari, chiunque tu sia, non farci più pensare o dire solo, ogni volta che c’è una strage: “Amen, così sia”.

Prima e dopo l’incendio del cielo i sussurri di luce di una lanterna

di Angelo Casati

in “Rocca” n. 24 del 15 dicembre 2021

Tu non ti scandalizzi, Signore,

se questa notte ti prego

non da chiese di incensi,

ma dal campo dei pastori.

Sto con loro mescolato,

pur se non li merito.

So che la luce verrà su di loro

e io mi farò in parte ladro,

la ruberò ai loro volti.

Sto con i pastori.

Era buio nel campo.

Come oggi è buio

in campi a non finire del mondo.

Dormivano o vegliavano i pastori?

Non dormono mai del tutto i pastori

ascoltano paure,

ascoltano i sogni delle pecore.

Ancora non sapevano

– e noi oggi lo scordiamo –

che tu sei un Dio che odi

il respiro leggero

delle pecore nel sonno.

Pure il belato

di un cucciolo di gregge.

Vegliavano – è scritto – i pastori.

E io a tendere orecchio

con loro al quasi non respiro

di donne e uomini

che non prendono sonno

nelle notti del mondo,

per fame, per viaggi

senza speranza,

per affogamenti,

per abusi su donne,

e non una carezza

che sfiori il viso

non una mano che stringa

la mano invocata dell’altro

nella notte del mondo.

Buio il cielo o di cobalto

le notti della terra.

Eppure qua e là nel campo

pulsare di lanterne,

quel grumo di luce

che ancora, Signore,

mi salva dal mio disperare.

So che tu aggiungeresti oggi

beatitudine

per chi tiene le lanterne del mondo.

Perché il buio – tu lo sai,

lo sai tu che hai creato la luce –

il buio senza stelle

e senza lanterne

genera sospetti,

crea fantasmi,

reclama distanziamenti,

porta con sé,

per miope sicurezza,

un chiudere ossessivo,

pesante, di porte.

Tu sai, Signore, che la nostra,

dall’in principio,

è storia di sospetti

Moltitudini, come i pastori,

marchiate

portano segno di sospetti,

non c’è posto per loro nella città

ancor meno nel tempio.

Sto con le lanterne dei pastori,

prima che d’un tratto si incendi

per volo d’angeli il cielo

e la luce si impigli alle nostre vesti

che odorano di pecore,

a squarciare il sospetto su Dio,

a cantare la fine del distanziamento:

il cielo si è chinato

sino ad abbracciare la terra,

e un Dio neonato,

non distanziato dai neonati dei pastori,

in fasce ruvide, coricato su paglia,

sarà segno per sempre

del cessato distanziamento.

È l’annuncio degli angeli nella notte

che chiameremo santa.

Luce impigliata ai visi,

da non crederci.

Un grumo il tempo della luce.

Ed è subito buio notturno.

Delle pecore svegliate dalla luce

ritorna il respiro trasognato.

Ritorna il tempo delle lanterne,

sotto un cielo di cobalto.

A noi, poveri pastori, rimane

il dondolare della luce nelle lanterne:

non abbiamo fedi sontuose

ma sfrigolio di fiamma

che sembra aver preso olio

dall’angelo

del campo dei pastori.

Con una fede da lanterna

veniamo a te così come siamo,

con l’odore delle pecore addosso.

Non ce lo scuotiamo.

Angeli ci hanno detto

che è nato per noi il Salvatore,

per noi sospettati

per noi che non siamo degni.

Arriviamo a te per via di lanterne.

E siamo qui a dirti

che è cosa buona e bella

che sopra il riparo

dove mettiamo in mangiatoie

cuccioli di pastori,

non si sia acceso il cielo,

niente distanziamento:

la donna, come una delle nostre,

dà latte al bambino che piange,

la lanterna dell’uomo fa luce,

i visi si avvivano a deboli chiarori.

Non una parola, Signore,

troppe ne abbiamo sprecate

parla il silenzio.

La lanterna è su un Dio

non distanziato,

il suo nome Emmanuele,

Dio con noi,

non distanziato.

Si ritorna a passi di lanterna.

A raccontare che Dio è in mangiatoie.

A illuminarlo

non sono cieli accesi

ma lanterne.

Va’ anche tu.

Non sprecare parole.

Va’ con lanterna.

Non venga meno per le strade

l’olio della notte santa,

forse basta questo sfrigolio di luce

per resuscitare un viso

dalla tomba del buio,

per dare un nome ai senza nome,

per strappare donne e uomini

alla dissacrazione della irrilevanza.

Nel tuo nome, Signore, di «non distanziato»,

più non può accadere

sequestro di salvezza

o di speranze o di gioia.

Daremo compimento a parole

universali dell’angelo del campo:

«Non temete. Vi annuncio una grande gioia

che sarà di tutto il popolo».

Dillo con la tua lanterna,

rischiarando per passione

ogni volto.

La luce della notte

si è fatta lanterna.

Un nuovo inizio

L’immagine è una delle opere più significative di Claude Monet. Esposta per la prima volta il 15 aprile 1874 presso lo studio del fotografo Felix Nadar, pur non essendo una delle opere più importanti dell’artista, è unanimemente considerato il quadro che consegnò alla storia la nuova corrente pittorica detta ‘impressionismo’ ed iniziò un rinnovamento artistico di assoluto valore.

La tela ritrae il porto di Le Havre immerso nella foschia dell’alba mattutina; nell’orizzonte che lentamente si apre alla luce, si rivelano – indefinite – le navi ormeggiate. I colori mescolano insieme il blu tenue di un cielo che comincia a schiarirsi e il grigio dei fumi che salgono dalle ciminiere delle fabbriche cittadine confondendosi con gli alberi maestri delle grandi imbarcazioni mercantili. Una foschia che al nascere del sole salirà e “chiarificherà” tutto.

La palla di fuoco del sole comincia a restituire colore e vivacità al paesaggio senza inasprirne i contorni.

Così, nel silenzio che sembra respirarsi in queste prime ore del giorno, alcune piccole barche cominciano a prendere il largo, o probabilmente stanno tornando al porto dopo una notte di pesca.

Monet rappresenta pertanto uno scorcio di vita quotidiana volendolo fissare come fosse una istantanea nel momento dell’aurora, quando ancora c’è una sorta di mescolanza tra la notte che sta passando e il giorno che sta nascendo. È segno di una vita nuova che non intende rinnegare la notte, la paura, la non comprensione, ma si apre in attesa del nuovo che sorge; una novità che spesso si affaccia nel silenzio, che non ha bisogno di ostentare forza perché ha forza in sé. Questo tempo inedito che stiamo vendo rappresenta l’invito ad un tempo nuovo per la chiesa, come un giorno nuovo che comincia a schiudersi alle prime luci del mattino. Come la chiesa, così anche la nostra comunità desidera prendere il largo per aprirsi al mondo tanto quanto le piccole barche raffigurate. È l’invito, per noi a stare nuovamente a stretto contatto con il mondo per “inventare” un modo di vivere le relazioni e di portare l’annuncio del vangelo.

La messa in 30 parole

E’ appena uscito un piccolo volumetto, costruito con 30 disegni, 30 parole, 30 testi più semplici per adolescenti e 30 testi più complessi per adulti. Offre una presentazione della messa. Un abbecedario per imparare a starci dentro.

I disegni che accompagnano le 30 parole sono di don Luca Palazzi.

Riportiamo qui la Introduzione.

Impariamo a veder nuovamente il mondo attorno a noi da cui ci eravamo distolti nella convinzione che i nostri sensi non potessero insegnarci nulla di valido e che solo un sapere rigorosamente oggettivo meritasse di esser preso in considerazione. […] In un mondo così trasformato non siamo soli, e non siamo soltanto tra uomini. Questo mondo si offre anche agli animali, ai bambini, ai primitivi, ai pazzi, che lo abitano a modo loro e che coesistono con esso (M. Merleau-Ponty)

Una Nuova Edizione del Messale Italiano porta nuovo interesse e nuova attenzione verso il centro della liturgia cristiana: la celebrazione eucaristica. Come nella tradizione più recente della storia della Chiesa, anche questo Messale è composto di due parti. Una prima, l’ “ordinamento generale”, e una seconda, che propone le “sequenze rituali”. La prima è integralmente verbale – un grande discorso dottrinale e disciplinare sulla messa – mentre la seconda usa inchiostro nero e inchiostro rosso: il nero propone “parole da dire” mentre il rosso suggerisce “linguaggi da fare”. Le rubriche sono, perciò, rimandi al corpo, allo spazio, al tempo, alla azione. In questo piccolo libro cerchiamo di unificare i tre livelli del discorso del Messale: cerchiamo di offrire una “iniziazione” alla messa, alla celebrazione eucaristica, al sacramento dell’eucaristia, rispettandone la natura di “atto complesso”. Infatti dobbiamo riconoscere che nella esperienza spirituale della comunione con Dio, per Cristo e nello Spirito, operano tre esperienze elementari. Azioni di parola, azioni di pasto e azioni di preghiera sono all’opera nella sequenza rituale. Per questo il rito è la traduzione del Messale – dell’ordo – in questi diversi atti, mescolati, intrecciati e armonizzati. Messa è agire parlando, agire mangiando e bevendo, agire pregando, come comunità e come singoli. Ed esige, perciò, di essere compresa con un atto di intelligenza rituale.

Per questo vorremmo parlarne, a nostra volta, con una pluralità di linguaggi. Come la messa è una pluralità di codici, così anche in questo libro useremo tre registri. Il primo registro sarà quello di una ricostruzione dei linguaggi implicati in ogni “soglia rituale”. Il “glossario” è infatti disposto secondo l’ordine della sequenza rituale. Ogni “voce” si colloca in un dato momento della sequenza e ne illumina il senso, la portata e la ricchezza. Il secondo registro sarà quello destinato al lettore “in formazione”. Diciamo per ragazzi, ma forse potremmo dire per “catecumeni” e per “competenti”, nel senso classico di “coloro che cercano Cristo”: perciò utilizza esempi ed immagini più semplici e più immediate. Il terzo registro sarà puramente iconico, una immagine disegnata, che inaugurerà e segnerà ogni voce, aprendo ad essa come in un lampo di intuizione. La composizione di questi tre registri vorrebbe assicurare una introduzione alla messa che possa essere “iniziazione ai suoi linguaggi elementari”, perché possiamo averne una “intelligenza rituale”. In effetti, per gustare la liturgia eucaristica, per entrare nella sua teologia, per assaporarne la potenza umana e spirituale, occorre recuperare gli strati nascosti, ma efficaci, della nostra umanità. Il disegno di riforma della eucaristia voluto dal Concilio Vaticano II, perché la Chiesa uscisse dai vicoli ciechi della riduzione clericale, del parallelismo devoto, dell’inamidatura formalistica o dello sfiguramento informale, ha introdotto una profonda rielaborazione della esperienza di fede, chiedendo una nuova esperienza della azione rituale, che prevedesse la “partecipazione attiva” come regola. La liturgia è linguaggio comune, al quale partecipiamo in comunità.

Perché questo sia vero, e perché noi diventiamo comunità sacerdotale, dobbiamo riconoscere di celebrare come uomini adulti e donne adulte, ma tutti e tutte capaci di riscoprire l’animale, il bambino, il primitivo e il pazzo che abita in noi e del quale viviamo. Senza questa riscoperta, profonda ed elementare, nessuno può davvero celebrare. Può al massimo irrigidirsi in una cerimonia, o ritirarsi in una meditazione o concentrarsi su una idea. Ma questo non è celebrare. Perciò abbiamo tentato di scrivere, in 30 parole, un “piccolo abbecedario”, destinato ad un fedele-Pinocchio che non ha soltanto il problema di crescere, ma anche quello di non crescere troppo. Solo mediante queste attenzioni – che hanno forma di “resistenze”, ma anche di “rese” – la messa potrà permetterci di “diventare ciò che siamo” (Agostino).

Andrea Grillo – Daniela Conti – Luca Palazzi

Il filo d’oro della rigenerazione

Messaggio dell’Arcivescovo Erio per la Pasqua 2021

Le parole non hanno sempre lo stesso suono nel corso della vita. È vero che le lettere e le sillabe sono uguali e la pronuncia è la stessa; ma dire “salute” quando tutto va bene, o dirlo durante una grave malattia, ha un peso ben diverso; parlare di “morte” durante una lezione di filosofia, oppure di fronte a un grave lutto, produce stati d’animo differenti. Esteriormente non cambia nulla, ma nel cuore cambia tutto. Più andiamo avanti negli anni e maggiore importanza diamo alle parole; e quelle che da ragazzi pronunciavamo con tanta facilità e leggerezza, come “amicizia”, “amore”, “affetto” – per fermarci alle più importanti – si caricano a poco a poco di risonanze, delusioni e richiami; perché nel trascorrere del tempo si caricano di volti e si riempiono di esperienze.

Chissà che suono avrà quest’anno la parola “speranza”, la promessa racchiusa nella Pasqua, che per i credenti è la vittoria della vita sulla morte, lo squarcio di luce riaperto sulle tenebre; e per tutti è il rifiorire della natura, la rivincita del giorno sulla notte. Tempo di speranza, dunque: ma come distinguerla dall’illusione? Un anno fa si stava indebolendo un hashtag lanciato in Italia all’inizio della pandemia: #andràtuttobene; slogan apparso sempre meno credibile, di fronte all’aumento continuo dei morti a causa del covid-19, che già a Pasqua 2020 erano circa 20.000; ora, che sono quasi 100.000 in più, nessuno osa ripetere quell’auspicio: suonerebbe beffardo e quasi offensivo verso i defunti e i loro cari e verso i milioni di contagiati. Si è dimostrata una speranza illusoria, vana e campata per aria.

Che suono può avere, allora, in questa nuova Pasqua, la parola “speranza”? Come evitare un’altra illusione? Possiamo abbinarla semplicemente all’auspicio della guarigione e della “immunità di gregge”? Certo, tutti speriamo – e lo speriamo davvero – che nei prossimi mesi la pandemia si arresti e la vita sociale riparta; tutti speriamo che le profonde ferite di chi è stato colpito dal lutto e dalla malattia, dall’angoscia e dalla povertà, si possano a poco a poco curare e rimarginare; tutti speriamo che questa esperienza ci insegni ad essere più attenti all’essenziale e meno al superfluo, più appassionati alle relazioni e meno alle polemiche. Ma la speranza pasquale non è solo “ottimismo”; non è solo “rilancio” e nemmeno solo “progetto”: è “rigenerazione”, cioè “nuova nascita”. Dobbiamo prendere atto che qualcosa è morto. Gesù non ha aggirato il sepolcro, ma vi ha dimorato. Noi non possiamo fondare la nostra speranza sulla circonvallazione della tomba; è un passaggio inevitabile. La speranza pasquale non può avere il suono dell’illusione, tanto più oggi che siamo tutti disincantati e provati. Deve avere il suono realistico della rigenerazione: insieme a molte persone, sono morti anche i deliri di onnipotenza e i miraggi di facile e duraturo benessere.

Dalle ceneri deve rinascere qualcosa, prendendo atto di ciò che è morto; dobbiamo ripartire, certo, ma non continuando a vivere come prima – con tante ingiustizie, superficialità e risentimenti – ma lasciandoci purificare dall’esperienza del sepolcro. Per i cristiani, l’ultima parola non è morte, ma vita. Una vita che durerà per sempre e sarà piena nella misura dell’amore che avremo vissuto nell’esistenza terrena. È diffusa l’immagine del kintsugi, la tecnica giapponese della riparazione con l’oro. Quando si rompe un vaso di ceramica, invece di gettare via i cocci, c’è chi li incolla insieme con un filo di oro liquido, ottenendo un oggetto artistico, un pezzo unico a motivo dell’irregolarità dei frammenti e prezioso in ragione dell’oro.

Il filo d’oro che dà senso alle nostre giornate, che mette insieme artisticamente i pezzi della nostra vita e raccoglie le ferite, impreziosendole, è l’amore donato e ricevuto. È l’amore che tiene insieme i pezzi della nostra vita, che cuce le nostre ferite. Solo l’amore rigenera: se sapremo testimoniare con la vita la capacità rigenerante dell’amore, se sapremo raccogliere i cocci delle nostre fragilità e legarli insieme con il filo d’oro dell’amore, accenderemo anche in questa Pasqua una luce che perfora il buio della morte, un riflesso di quell’oro prezioso che è l’amore di Cristo, uscito rigenerato dal sepolcro.

“Ecco, noi saliamo a Gerusalemme…”

Quaresima: tempo per rinnovare fede, speranza e carità

Lettera di Papa Francesco per la Quaresima 2021

Cari fratelli e sorelle,

annunciando ai suoi discepoli la sua passione, morte e risurrezione, a compimento della volontà del Padre, Gesù svela loro il senso profondo della sua missione e li chiama ad associarsi ad essa, per la salvezza del mondo. Nel percorrere il cammino quaresimale, che ci conduce verso le celebrazioni pasquali, ricordiamo Colui che «umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce» (Fil 2,8). In questo tempo di conversione rinnoviamo la nostra fede, attingiamo l’“acqua viva” della speranza e riceviamo a cuore aperto l’amore di Dio che ci trasforma in fratelli e sorelle in Cristo. Nella notte di Pasqua rinnoveremo le promesse del nostro Battesimo, per rinascere uomini e donne nuovi, grazie all’opera dello Spirito Santo.

Ma già l’itinerario della Quaresima, come l’intero cammino cristiano, sta tutto sotto la luce della Risurrezione, che anima i sentimenti, gli atteggiamenti e le scelte di chi vuole seguire Cristo.

Il digiuno, la preghiera e l’elemosina, come vengono presentati da Gesù nella sua predicazione (cfr Mt 6,1-18), sono le condizioni e l’espressione della nostra conversione. La via della povertà e della privazione (il digiuno), lo sguardo e i gesti d’amore per l’uomo ferito (l’elemosina) e il dialogo filiale con il Padre (la preghiera) ci permettono di incarnare una fede sincera, una speranza viva e una carità operosa.

1. La fede ci chiama ad accogliere la Verità e a diventarne testimoni, davanti a Dio e davanti a tutti i nostri fratelli e sorelle. In questo tempo di Quaresima, accogliere e vivere la Verità manifestatasi in Cristo significa prima di tutto lasciarci raggiungere dalla Parola di Dio, che ci viene trasmessa, di generazione in generazione, dalla Chiesa. Questa Verità non è una costruzione dell’intelletto, riservata a poche menti elette, superiori o distinte, ma è un messaggio che riceviamo e possiamo comprendere grazie all’intelligenza del cuore, aperto alla grandezza di Dio che ci ama prima che noi stessi ne prendiamo coscienza. Questa Verità è Cristo stesso, che assumendo fino in fondo la nostra umanità si è fatto Via – esigente ma aperta a tutti – che conduce alla pienezza della Vita.

Il digiuno vissuto come esperienza di privazione porta quanti lo vivono in semplicità di cuore a riscoprire il dono di Dio e a comprendere la nostra realtà di creature a sua immagine e somiglianza, che in Lui trovano compimento. Facendo esperienza di una povertà accettata, chi digiuna si fa povero con i poveri e “accumula” la ricchezza dell’amore ricevuto e condiviso. Così inteso e praticato, il digiuno aiuta ad amare Dio e il prossimo in quanto, come insegna San Tommaso d’Aquino, l’amore è un movimento che pone l’attenzione sull’altro considerandolo come un’unica cosa con sé stessi (cfr Enc. Fratelli tutti, 93).

La Quaresima è un tempo per credere, ovvero per ricevere Dio nella nostra vita e consentirgli di “prendere dimora” presso di noi (cfr Gv 14,23). Digiunare vuol dire liberare la nostra esistenza da quanto la ingombra, anche dalla saturazione di informazioni – vere o false – e prodotti di consumo, per aprire le porte del nostro cuore a Colui che viene a noi povero di tutto, ma «pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14).

2. La speranza come “acqua viva” che ci consente di continuare il nostro cammino. La samaritana, alla quale Gesù chiede da bere presso il pozzo, non comprende quando Lui le dice che potrebbe offrirle un’“acqua viva” (Gv 4,10). All’inizio lei pensa naturalmente all’acqua materiale, Gesù invece intende lo Spirito Santo, quello che Lui darà in abbondanza nel Mistero pasquale e che infonde in noi la speranza che non delude. Già nell’annunciare la sua passione e morte Gesù annuncia la speranza, quando dice: «e il terzo giorno risorgerà» (Mt 20,19). Gesù ci parla del futuro spalancato dalla misericordia del Padre. Sperare con Lui e grazie a Lui vuol dire credere che la storia non si chiude sui nostri errori, sulle nostre violenze e ingiustizie e sul peccato che crocifigge l’Amore. Significa attingere dal suo Cuore aperto il perdono del Padre.

Nell’attuale contesto di preoccupazione in cui viviamo e in cui tutto sembra fragile e incerto, parlare di speranza potrebbe sembrare una provocazione. Il tempo di Quaresima è fatto per sperare, per tornare a rivolgere lo sguardo alla pazienza di Dio, che continua a prendersi cura della sua Creazione, mentre noi l’abbiamo spesso maltrattata (cfr Enc. Laudato si’, 32-33.43-44). È speranza nella riconciliazione, alla quale ci esorta con passione San Paolo: «Lasciatevi riconciliare con Dio» (2 Cor 5,20). Ricevendo il perdono, nel Sacramento che è al cuore del nostro processo di conversione, diventiamo a nostra volta diffusori del perdono: avendolo noi stessi ricevuto, possiamo offrirlo attraverso la capacità di vivere un dialogo premuroso e adottando un comportamento che conforta chi è ferito. Il perdono di Dio, anche attraverso le nostre parole e i nostri gesti, permette di vivere una Pasqua di fraternità. Nella Quaresima, stiamo più attenti a «dire parole di incoraggiamento, che confortano, che danno forza, che consolano, che stimolano, invece di parole che umiliano, che rattristano, che irritano, che disprezzano» (Enc. Fratelli tutti[FT], 223). A volte, per dare speranza, basta essere «una persona gentile, che mette da parte le sue preoccupazioni e le sue urgenze per prestare attenzione, per regalare un sorriso, per dire una parola di stimolo, per rendere possibile uno spazio di ascolto in mezzo a tanta indifferenza» (FT, 224).

Nel raccoglimento e nella preghiera silenziosa, la speranza ci viene donata come ispirazione e luce interiore, che illumina sfide e scelte della nostra missione: ecco perché è fondamentale raccogliersi per pregare (cfr Mt 6,6) e incontrare, nel segreto, il Padre della tenerezza.

Vivere una Quaresima con speranza vuol dire sentire di essere, in Gesù Cristo, testimoni del tempo nuovo, in cui Dio “fa nuove tutte le cose” (cfr Ap 21,1-6). Significa ricevere la speranza di Cristo che dà la sua vita sulla croce e che Dio risuscita il terzo giorno, «pronti sempre a rispondere a chiunque [ci] domandi ragione della speranza che è in [noi]» (1Pt 3,15).

3. La carità, vissuta sulle orme di Cristo, nell’attenzione e nella compassione verso ciascuno, è la più alta espressione della nostra fede e della nostra speranza. La carità si rallegra nel veder crescere l’altro. Ecco perché soffre quando l’altro si trova nell’angoscia: solo, malato, senzatetto, disprezzato, nel bisogno… La carità è lo slancio del cuore che ci fa uscire da noi stessi e che genera il vincolo della condivisione e della comunione.

«A partire dall’amore sociale è possibile progredire verso una civiltà dell’amore alla quale tutti possiamo sentirci chiamati. La carità, col suo dinamismo universale, può costruire un mondo nuovo, perché non è un sentimento sterile, bensì il modo migliore di raggiungere strade efficaci di sviluppo per tutti» (FT, 183).

La carità è dono che dà senso alla nostra vita e grazie al quale consideriamo chi versa nella privazione quale membro della nostra stessa famiglia, amico, fratello. Il poco, se condiviso con amore, non finisce mai, ma si trasforma in riserva di vita e di felicità. Così avvenne per la farina e l’olio della vedova di Sarepta, che offre la focaccia al profeta Elia (cfr 1 Re 17,7-16); e per i pani che Gesù benedice, spezza e dà ai discepoli da distribuire alla folla (cfr Mc 6,30-44). Così avviene per la nostra elemosina, piccola o grande che sia, offerta con gioia e semplicità.

Vivere una Quaresima di carità vuol dire prendersi cura di chi si trova in condizioni di sofferenza, abbandono o angoscia a causa della pandemia di Covid-19. Nel contesto di grande incertezza sul domani, ricordandoci della parola rivolta da Dio al suo Servo: «Non temere, perché ti ho riscattato» (Is 43,1), offriamo con la nostra carità una parola di fiducia, e facciamo sentire all’altro che Dio lo ama come un figlio.

«Solo con uno sguardo il cui orizzonte sia trasformato dalla carità, che lo porta a cogliere la dignità dell’altro, i poveri sono riconosciuti e apprezzati nella loro immensa dignità, rispettati nel loro stile proprio e nella loro cultura, e pertanto veramente integrati nella società» (FT, 187).

Cari fratelli e sorelle,ogni tappa della vita è un tempo per credere, sperare e amare. Questo appello a vivere la Quaresima come percorso di conversione, preghiera e condivisione dei nostri beni, ci aiuti a rivisitare, nella nostra memoria comunitaria e personale, la fede che viene da Cristo vivo, la speranza animata dal soffio dello Spirito e l’amore la cui fonte inesauribile è il cuore misericordioso del Padre. Maria, Madre del Salvatore, fedele ai piedi della croce e nel cuore della Chiesa, ci sostenga con la sua premurosa presenza, e la benedizione del Risorto ci accompagni nel cammino verso la luce pasquale.

Fratelli tutti. Adesso più che mai.

“Come cantare i canti di Sion in terra straniera?”

È la domanda, profonda e struggente che il popolo di Israele si pone ripetutamente mentre vive l’esperienza dell’esilio e che trova espressione nel salmo 137.

Come rimanere fiduciosi e disponibili alla vita – si domanda il popolo – quando siamo costretti ad abitare un paese che non è il nostro, in una condizione di oppressione e di estraneità? La situazione di pandemia che purtroppo continua a colpire il mondo e vive in queste settimane una recrudescenza, ci fa sentire spaesati. Quasi abitassimo un paese, un territorio e una realtà totalmente diversi da quelli abituali che avevamo frequentato fino a febbraio scorso. Come Israele, appunto, che si trova ad abitare in un paese inospitale senza sapere che futuro potrà esserci per lui.

È possibile cantare, celebrare, radunarsi in questo tempo dove le fatiche e le preoccupazioni aumentano, dove le certezze hanno corto respiro e il tempo è scandito dai Decreti del governo che allargano o restringono le possibilità di movimento e di azione?

In pochi mesi sono venuti meno tanti punti di riferimento, tante abitudini anche parrocchiali e comunitarie. Pazientemente e faticosamente desideriamo in queste settimane fare ripartire alcuni cammini bruscamente interrotti, coi genitori e i loro figli, coi ragazzi, con la comunità intera. Comprendiamo bene che non possiamo riprendere i ritmi e le attività di un tempo, e non possiamo nemmeno guardare al passato con nostalgia. Se vengono meno gli appuntamenti – o sono fortemente ridimensionati – resta nelle nostre mani una grande possibilità, ancora più urgente: quella di rafforzare o rinnovare i legami, le relazioni, anche gli affetti. Non è un caso che in queste settimane così particolari e faticose sia uscita l’enciclica di Papa Francesco «Fratelli tutti». Un testo che – a più riprese – approfondisce e rilancia il tema della fraternità. Una fraternità che oggi non possiamo più sottovalutare, ma occorre recuperare e rinnovare. Se ci fermiamo un attimo a riflettere dobbiamo riconoscere che oggi si respira forte il pericolo di chiudersi nel proprio individualismo, di limitarsi a lottare per rivendicare singoli e personali diritti, senza uno sguardo ampio che sappia vedere oltre noi stessi. Il rischio più grande di questo tempo, oltre il pericolo sulla salute, è quello di rinchiuderci, di spegnere la speranza e la nostra capacità di amare. Nel documento Papa Francesco ricorda che:

            «La statura spirituale di un’esistenza umana è definita dall’amore, che in ultima analisi è «il criterio per la decisione definitiva sul valore o il disvalore di una vita umana».

(…) Tutti noi credenti dobbiamo riconoscere questo: al primo posto c’è l’amore, ciò che mai dev’essere messo a rischio è l’amore, il pericolo più grande è non amare (cfr 1 Cor 13,1-13). (92)

È estremamente vero che occorre prima di tutto vigilare su noi stessi e sulla nostra capacità di amare. Il rischio di impoverire o addirittura avvelenare il cuore è forte. Probabilmente la chiesa stessa, prima ancora di rivendicare un proprio posto, è chiamata in questo tempo ad assumersi il compito, molto sfidante ma estremamente evangelico, di vigilare, rinnovare e nutrire le capacità individuali e le esperienze collettive di benevolenza e cura. Si tratta di una autentica «operazione spirituale» che la pandemia ci domanda di assumere consapevolmente. La nostra stessa creatività deve essere prima di tutto una creatività affettiva ed effettiva. Anche le nostre iniziative saranno l’esito di quella cura relazionale, quella compassione che sapremo coltivare gli uni verso gli altri, soprattutto per chi è più fragile, sia economicamente che emotivamente.

I gesti di gratuità, le attenzioni silenziose, le parole di conforto e di sostegno, possano rappresentare il vocabolario del nostro vivere questi giorni. Allora anche il nostro celebrare, il nostro pregare e lodare, invocare ed intercedere, saranno occasioni per sentire e rinsaldare l’affetto e la compassione grata e gratuita per i fratelli e le sorelle che sono accanto a noi.

E anche la nostra quotidianità, con le sue fatiche, ritroverà un gusto nuovo. Un gusto che sa di resurrezione.