Vite donate a Dio e all’Algeria
A Tibhirine nel monastero dei sette trappisti rapiti e uccisi nel 1996 tutto è come allora. Così l’estremo sacrificio li ha resi testimoni profetici della forza disarmata del dialogo.
Diciannove, tra cui un vescovo e sei suore, i religiosi che sono stati beatificati sabato 8 dicembre. Tutti uccisi in odio alla fede tra il 1994 e il 1996. Nel testamento spirituale di padre de Chergé il senso più vero della convivenza: l’altro è sempre un fratello.
È una mattina gelida e nebbiosa sulle alture di Medea. E il monastero di Tibhirine, nonostante la sua mole imponente, si cela tra queste brume autunnali, gonfie di vapori. Sfumano i contorni delle montagne dell’Atlas e le nebbie rendono questo luogo come sospeso nel tempo. Sembra di essere nella scena finale di “Uomini di Dio”, il film di Xavier Beauvois, che ha portato sullo schermo con straordinaria efficacia la vicenda drammatica dei sette monaci trappisti di Notre Dame de l’Atlas rapiti e uccisi nel 1996, durante il decennio funesto del terrorismo in Algeria. In silenzio, scortati dai loro rapitori erano spariti nella nebbia che avvolge un sentiero di montagna innevato. La loro fine la si lascia solo intuire. È un “ad-Dio”, come scrive il priore Christian de Chergé, il compimento di una «vita donata – in anticipo – a Dio e questo Paese» e per questo poche settimane prima del suo rapimento nel diario aveva anticipato: «La nostra morte è inclusa nel dono, non ci appartiene». Dei sette martiri furono recuperate solo le teste mozzate dai carnefici. I loro cippi bianchi tra i cipressi giacciono oggi qui in tutta la loro nudità nel giardino del monastero accanto alla sorgente d’acqua el Margouma, che continua a irrigare e a rendere fertile quest’angolo di terra e alle tombe dei loro confratelli che qui vissero e morirono durante i sessant’anni anni di presenza trappista su queste alture, a un centinaio di chilometri a sud della capitale Algeri. Proprio i sette monaci trappisti dell’Atlas, portati via dal monastero arrampicato sul monte, che era diventato luogo spirituale per eccellenza non solo per i cristiani (qui si tenevano gli incontri del Ribât es-Salâm, esperienza di dialogo e amicizia con i musulmani), rappresentano l’emblema di quel martirio d’Algeria che oggi si avvia agli altari. Perché a Tibhirine è una testimonianza collettiva a vocazione universale che gli assassini hanno voluto mettere a tacere. Per questo, dopo il ritrovamento dei resti dei monaci sul ciglio della strada verso Notre Dame de l’Atlas, quando il testamento di fratel Christian si trasforma in una delle pagine spirituali più alte del XX secolo, il priore di Tibhirine diventa il portavoce non solo dei compagni massacrati con lui – i fratelli Christophe Lebreton, Luc Dochier, l’anziano medico del corpo e dell’anima che aveva curato qui quasi seicentomila algerini, Michel Fleury, Bruno Lemarchand, Célestin Ringeard e Paul Favre-Miville ma anche di tutti gli altri martiri d’Algeria. Le porte azzurre delle loro celle disadorne sono rimaste come allora. I mantelli bianchi per la preghiera appesi davanti all’entrata della cappella. Il chiostro con l’albero d’arance piantato da fratel Luc. La pagina in arabo aperta sul passo del Vangelo delle Beatitudini su cui hanno informato alla lettera tutta la loro vita per divenire riconosciuti Ibn al bald “figli di questa terra” nella “casa dell’islam”. A condurci nel monastero è Felicité Moizard, una dei quattro consacrati della comunità “Chemin de neuf”, la comunità francese a vocazione ecumenica ispirata dal rinnovamento carismatico ed impregnata dalla spiritualità ignaziana, che da due anni abita qui. «I monaci hanno vissuto con semplicità la convivenza con l’altro nella vita di tutti i giorni. Nella perseveranza dell’amore si diventa come pozzi che irrigano il deserto, si diventa costruttori di ponti. Vogliamo così continuare a vivere la loro eredità». Nella sala del capitolo ci riuniamo per un frugale pasto con i frati ospiti davanti alle finestre che si spalancano sulle terrazze di meli della valle dell’Atlas. «Proprio qui – ci dice padre Eugenie Lehemabre – nell’incalzare del clima di violenza i monaci avevano preso la decisione comune di restare. La scelta di solidarietà fino alla fine in nome del Vangelo e nella ricerca di quell’umanità plurale in cui riconoscere l’altro come fratello è la testimonianza che rende possibile l’amicizia fraterna e rispettosa di uomini e donne diversi». «Cacciati da un luogo, andremo in un altro » – si spiegava il beato Christian de Chergé. Ecco perché Tibhirine non si tratta proprio di un luogo, ma di un luogo possibile. Luogo possibile persino tra stranieri, dove ci conduce quella sete che non si spegne, forse mai, in nessun luogo, appunto, e che ci fa sfiorare il tetto dell’esistenza, il suo senso.
È questa la Tibhirine oggi da ricordare, da abitare.
Stefania Falasca – Avvenire, 8 dicembre 2018
Difensori del presepe
di A. Grillo
Ci sono, nelle tradizioni, logiche profonde e complesse, che vanno rispettate proprio nella loro complessità. Anche la tradizione cristiana, e in particolare quella cattolico-romana, non sfugge a queste logiche. Quasi 70 anni fa un parroco diede fuoco a Babbo Natale, sul sagrato della Chiesa, per “difendere” Gesù bambino dai “culti pagani”. Questo episodio diede lo spunto, a C. Lévi-Strauss per scrivere un bell’opuscolo, dal titolo “Babbo Natale giustiziato” nel quale metteva in luce la profonda continuità tra culto pagano e culto cristiano, sulla base della antica festa del Sol invictus, dove i temi della luce, delle piante sempreverdi e dei “vecchi/morti” e dei “bambini/neonati” si intrecciano strutturalmente.
Ora, in questo contesto, quando la polemica diventa vuota e formale, possiamo trovare il paradosso per cui politici senza vero retroterra di fede, la cui sensibilità verso lo straniero è proverbiale, diventino i “difensori del presepe” (e del Crocifisso), pretendendo di far passare pastori e cristiani come “nemici del popolo”.
La questione decisiva, in tutto questo, è ciò che da tempo chiamo “effetto presepe”. Vorrei provare a spiegarlo brevemente. In tutte le grandi tradizioni, infatti, i passaggi decisivi – nel nostro caso cattolico, il Natale e la Pasqua – diventano “luoghi di riconoscimento”, non solo religioso, ma culturale e sociale. “Fare il presepe” a Natale, e “visitare i sepolcri” a Pasqua diventano luoghi di identità. Ma, proprio in questo passaggio, le tradizioni si mettono a rischio, perché concentrano in un punto tutti i “messaggi” e proprio per questo “sovraccarico” rischiano di perderne il senso. Il presepe e il Crocifisso diventano, così, meri simboli di identità, in cui la comunità si identifica “contro qualcuno”, contraddicendo in modo vergognoso il significato del simbolo stesso.
Il presepe, in modo esemplare, costituisce un caso tipico di questa “tentazione”. Presepe dice, in latino, “mangiatoia” e costituisce la “versione di Luca” del mostrarsi del Salvatore. Che si rivela ai pastori irregolari e non ai buoni credenti regolari del tempo. La tensione, in quel testo di Luca, è tra la grandezza del Signore e la piccolezza umana che può riconoscerlo solo nella irregolarità dei pastori. Nella versione di Matteo, invece, la dose è ancora rincarata: la tensione è tra la stella e i magi che la seguono, nella loro condizione di stranieri, e la ostilità viscerale dei residenti. Il “presepe”, mescolando tutti questi messaggi, rischia di non aumentare, ma di diminuire la forza della tradizione, riducendola a un “soprammobile” borghese. Il presepe significa che ultimi, stranieri e irregolari riconoscono Gesù, mentre Governatori, Ministri e residenti regolari cercano di ucciderlo. Esattamente come, a Pasqua, sanno riconoscere Gesù una donna dai molti mariti, un disabile grave come il cieco nato e un cadavere come Lazzaro, mentre i potenti lo uccidono senza pietà. Queste sono le categorie privilegiate dalla Chiesa!
Ciò che il mondo cattolico deve chiedere, con parole pacate, è un passo avanti nell’assumere il significato autentico del Presepe e del Crocifisso, chiedendo ai politici di fare un “passo indietro” su temi che non si possono fare entrare nella bieca speculazione politica. Ecco come lo aveva detto, alcuni anni fa, il Vescovo di Padova: «Fare un passo indietro non significa creare il vuoto o assecondare intransigenze laiciste, ma trovare nelle tradizioni, che ci appartengono e alimentano la nostra fede, germi di dialogo. Il Natale, in questo senso, è un esempio straordinario, un’occasione di incontro con i musulmani, che riconoscono in Gesù un profeta e venerano Maria». Solo con un piccolo passo indietro si fa un grande passo avanti. Nella pura tradizione cristiana. E non è un caso che i politici dell’odio e della indifferenza oppongano a questo una resistenza viscerale.
Vogliono cacciare gli stranieri e i crocifissi dall’Italia e avere in ogni ufficio crocifissi e presepi come soprammobili? Questo è semplicemente disgustoso. Delle due l’una: o riempiamo di simboli natalizi e pasquali una terra che sappia dimostrarsi accogliente e non indifferente. O scegliamo di cacciare chi è senza casa e tutti i crocifissi della terra, ma, almeno per un minimo di pudore, cerchiamo di arrossire davanti ai simboli di ciò che non accettiamo e vogliamo soltanto combattere. E’ ovvio che, per chi gioca solo su odio e disprezzo, anche il presepe e il crocifisso possono diventare non strumenti simbolici di comunione, ma strumenti diabolici di disprezzo. A questo uso distorto e perverso dei grandi simboli cristiani ci opporremo sempre con assoluta determinazione.
(in www.cittadellaeditrice.com/munera)
3 dicembre 2018
Avvento: il tempo dell’invocazione e dell’attesa
Entriamo nel tempo dell’avvento, il tempo della memoria, dell’invocazione e dell’attesa della venuta del Signore. Per molti cristiani l’Avvento è stato ridotto ad una semplice preparazione al Natale, quasi che si attendesse ancora la venuta di Gesù nella carne della nostra umanità e nella povertà di Betlemme. Si tratta di “un’ingenua regressione devota che depaupera la speranza cristiana”, riducendo così l’avvento ad un tempo dolciastro e svuotato della dimensione di attesa, tensione, vigilanza e responsabilità. Nell’avvento certamente ricordiamo che il Signore è venuto duemila anni fa’, ma l’avvento ci spinge oltre: non solo il Signore è venuto, ma soprattutto il Signore verrà alla fine dei tempi (noi stiamo camminando verso una buona meta, non verso il nulla) e il Signore viene anche oggi nella nostra storia invitandoci a renderla storia di salvezza per ogni uomo! Il tempo dell’Avvento vuole risvegliare in noi con forza queste due attese: l’attesa della venuta del Signore alla fine dei tempi e l’attesa della venuta del Regno di Dio nella nostra storia presente. L’Avvento ci spinge innanzitutto a sollevare lo sguardo verso il futuro, verso la fine dei tempi. Tutta la creazione geme e soffre come nelle doglie del parto aspettando la sua trasfigurazione e la manifestazione dei figli di Dio (cf. Rm 8,19ss.): il Signore verrà alla fine dei tempi e instaurerà il suo regno di giustizia e di pace. Sostenuta da questa fiducia, la chiesa nel tempo di Avvento, ripete con più forza e assiduità l’antica invocazione dei cristiani: Marana thà! Vieni Signore! L’Avvento ci ricorda che noi cristiani viviamo nell’attesa della venuta di Cristo alla fine dei tempi, l’Avvento però ci ricorda anche che in attesa del giorno del Signore noi non possiamo chiuderci nella nostra passività. Proprio l’attesa del Signore alla fine dei tempi ci obbliga a vivere da svegli e non da addormentati, ci obbliga a vivere nella vigilanza che è amore concreto verso gli altri soprattutto gli ultimo e i poveri. Proclamare nelle liturgie di Avvento: “Maranatha! Vieni Signore”, significa per noi cristiani impegnarci attivamente e concretamente perché il regno di Dio venga ora nella nostra storia. In questi giorni di avvento in cui le ore di luce si accorciano e la notte sembra vincere, noi cristiani non ci arrendiamo e continuiamo a cercare la luce vera guidati nel nostro cammino dalla croce dell’amore che le tenebre non hanno potuto e non potranno contenere.
Alcuni segni per le nostre liturgie d’Avvento
– L’avvento comincia nel momento in cui attorno a noi la natura si addormenta nel sonno dell’inverno e le giornate vedono diminuire la luce e crescere la notte. In questi giorni in cui le tenebre sembrano vincere sulla luce, per ricordarci che noi stiamo camminando verso la luce vera che le tenebre non possono vincere, iniziamo ogni celebrazione con il rito del lucernario: la chiesa è buia e durante l’atto penitenziale vengono accese progressivamente le luci. Accendiamo anche le candele che rappresentano le quattro settimane di avvento e, prima dell’ascolto della Parola di Dio, la candela sotto l’ambone: la Parola sia la luce che guida la nostra attesa.
– Il tempo dell’Avvento è il tempo in cui la chiesa invoca: “Maranatha! Vieni Signore!”, questa invocazione caratterizza l’atto penitenziale, nella certezza che il Signore non viene per condannare ma per salvare.
– La croce di Lampedusa, che abbiamo scelto di mettere al centro della liturgia in questo tempo di Avvento, ci richiama con forza l’attesa della venuta del Signore alla fine dei tempi e l’attesa della venuta-realizzazione del Regno di Dio nella nostra storia presente. La croce di Lampedusa ci ricorda che in attesa del giorno del Signore noi non possiamo chiuderci nella nostra passività. Proprio l’attesa del Signore alla fine dei tempi ci obbliga a vivere da svegli e non da addormentati, ci obbliga a vivere nella vigilanza che è amore concreto e non nella globalizzazione dell’indifferenza.
Perché cambia il Padre nostro
di Enzo Bianchi in “la Repubblica” del 16 novembre 2018
Sono ormai passati quasi cinquant’anni dalla traduzione ufficiale in italiano del Messale romano, riformato da Paolo VI in obbedienza al concilio Vaticano II: un tempo molto lungo per una lingua viva come l’italiano. Occorreva dunque una nuova traduzione, una revisione dei testi liturgici e la Conferenza episcopale italiana ha approvato il lungo lavoro svolto da vescovi ed esperti a partire dal 2002.
In realtà non ci sono grandi novità: più che “nuova” potremmo definire questa edizione come “riveduta”; eppure, di fronte a questo aggiornamento si sono subito levate voci pretestuose: “Ci cambiano la messa, ci cambiano il Padre nostro, ci cambiano il Gloria…”. Infatti, per i cattolici che frequentano la messa domenicale, risulteranno evidenti solo due espressioni, il cui cambiamento si è reso necessario per facilitare una comprensione più aderente al testo del Vangelo che contengono.
Era certo bella e piena di significato l’espressione “pace in terra agli uomini di buona volontà”, che traduceva letteralmente il latino della Vulgata, ma non l’originale greco del Vangelo di Luca. A molti questa locuzione indicava che Dio ama gli uomini oltre le frontiere cristiane, ama anche quelli che, pur senza la fede, hanno la bontà nel loro cuore e cercano di realizzarla. In questo senso la usò pure papa Giovanni XXIII, indirizzando alcuni suoi scritti, a cominciare dalla Pacem in terris, non solo alle persone di chiesa ma anche, appunto, “a tutti gli uomini di buona volontà”. Tuttavia l’espressione ora adottata — “pace agli uomini amati dal Signore” — (nel greco “pace agli uomini che egli ama”) non esclude nessuno, ma afferma che Dio ama tutta l’umanità. La nuova traduzione della Bibbia pubblicata dalla Cei nel 2008 l’aveva già adottata, così come nella versione di Matteo del Padre nostro era apparsa allora l’altra espressione innovativa: “non abbandonarci alla tentazione”.
In ogni caso, questo nuovo tentativo di traduzione era necessario affinché nessuno oggi fosse indotto a pensare che Dio ci tenta al male, al peccato: sarebbe una bestemmia! Dio ci può sottoporre alla prova per saggiare e discernere il nostro cuore, ma mai alla tentazione. D’altronde già sant’Ambrogio di Milano nel IV secolo commentava così: “Non permettere che siamo condotti nella tentazione da colui che tenta più di quanto possiamo sopportare; non si dica quindi non ci indurre in tentazione”, vietando così di attribuire a Dio la responsabilità delle nostre tentazioni.Questa traduzione è una delle possibili, non la sola: tradurre a volte può sconfinare nel tradire, ma è un rischio che va assunto con consapevolezza. Infatti, la traduzione che tutti i cristiani usavano da decenni, molto fedele al testo latino, suonava “non ci indurre in tentazione” e rischiava di dare un’immagine perversa di Dio, quasi che Dio possa essere l’autore della tentazione. Dio invece non ci tenta e non può tentare nessuno al male, come afferma l’apostolo Giacomo nella sua lettera (Gc 1,13-15). Come comprendere allora questa richiesta rivolta al Padre? Non è facile tradurre un’espressione greca che forse trova ispirazione in un salmo in aramaico ritrovato a Qumran, dove il fedele prega: “Fa’ che non entri in situazioni troppo difficili per me!”. Il termine greco (peirasmos) indica “prova” oppure “tentazione”? E il verbo “non farci entrare” ( nella prova o nella tentazione), essendo in forma causativa, non significa forse “fa’ che non entriamo in tentazione”? I vescovi francesi, nella traduzione adottata alcuni anni or sono, hanno scelto di cambiare il precedente “non sottometterci alla tentazione” con ” non lasciarci entrare in tentazione”. La scelta per la nostra lingua poteva essere: “non abbandonarci nella tentazione”, oppure “non abbandonarci alla tentazione”, ma anche “non lasciarci cadere in tentazione” (come scelto dalla traduzione spagnola).
Va comunque ricordato che la comprensione della liturgia e del suo linguaggio è una sfida incessante: si tratta di veicolare un messaggio in modo fedele all’intento originale e, al contempo, comprensibile dal destinatario concreto.
Iniziazione cristiana e comunità-grembo
di Enzo Biemmi – Assisi 28 aprile 2018
Da una ventina di anni la Chiesa italiana ha investito molto nel rinnovamento dell’Iniziazione Cristiana (IC). Alcune diocesi hanno fatto da apripista, con molto coraggio. Altre comunità stanno ancora alla finestra, desiderose di partire ma esitanti, in cerca di orientamenti e indicazioni di percorso sufficientemente sicure. Altre, infine, dobbiamo riconoscerlo, si limitano a ripetere stancamente quello che si è sempre fatto. Il motivo di questo lavoro ci è chiaro: la constatazione che l’IC non inizia più o inizia molto debolmente alla fede. Il lavoro di questi anni si è svolto tra momenti di entusiasmo e di scoraggiamento, convinzioni forti e dubbi che hanno fatto spesso capolino. Il tutto ha comportato un impegno notevole nella riqualificazione dei catechisti e dei parroci implicati, un dispendio di energie che qualche volta è risultato perfino superiore alle risorse disponibili. Oggi sentiamo la necessità di un rinnovamento, ma di un rinnovamento “sostenibile” per le nostre comunità reali. Che ne è di tutto questo lavoro? Possiamo dire che abbiamo raggiunto qualche punto fermo?
Da questo percorso non privo di ostacoli e tutt’altro che concluso abbiamo saputo imparare, riflettendo, condividendo, aggiustando il tiro quando è stato necessario. Pur nella pluralità delle scelte e dei percorsi siamo arrivati per il momento ad una conclusione condivisa che così riassumo: il rinnovamento dell’IC non è primariamente una sfida catechistica, ma ecclesiologica.
Vorrei motivare questa affermazione. La prima tappa è stata la rinuncia a pensare che il rinnovamento dell’IC sia prima di tutto una questione di rinnovamento delle strategie o dei modelli di catechesi. La vera sfida è mettere il vino nuovo in otri nuovi. L’otre vecchio è la comunità, o meglio la “non comunità ecclesiale”, la mancanza di un grembo comunitario generativo. Il modello catecumenale, il modello dei 4 tempi, il modello consueto rinnovato sono sterili o fecondi (la fecondità secondo Dio e secondo i suoi tempi, naturalmente) a seconda di questa condizione: che ci sia un tessuto ecclesiale generativo, che ci sia una comunità così appassionata della vita che desideri fare figli. Si genera là dove c’è un grembo e c’è un grembo là dove c’è desiderio. Al punto di arrivare a dire che se c’è una comunità desiderante, anche i modelli molto tradizionali possono essere efficaci.
Siamo dunque tornati al palo, al punto di partenza dopo venti anni di lavoro? Non esattamente. Da quello che abbiamo capito fino ad ora grazie a chi ci ha messo l’impegno e la creatività è questo: è iniziazione cristiana l’atto generativo di una comunità che tramite un bagno di vita ecclesiale propone con gioia un tirocinio, un apprendistato alla vita cristiana attraverso le tappe sacramentali, per persone che non hanno più o quasi più o non ancora un’esperienza concreta di vita cristiana, cioè di relazione con il Signore Gesù all’interno della comunità dei suoi discepoli. Un bagno di vita ecclesiale. Non più preparare ai sacramenti, ci siamo detti, ma iniziare alla vita cristiana attraverso le tappe sacramentali. E la condizione di tutto questo è evidente: che ci sia una comunità che accoglie l’amore del Signore, ha desiderio di avere dei figli, li concepisce, li partorisce, li fa crescere, li accompagna, lascia che vivano il dono di cui essi sono portatori senza volerne fare delle fotocopie. Desiderare, concepire, partorire, avere cura, lasciar partire: i verbi del generare sono i verbi dell’iniziazione cristiana. Essi chiedono una madre che desidera dei figli. Una madre, non una baby sitter.
È quanto ci siamo sentiti dire dalla relazione di Mons. Erio Castellucci in apertura del Convegno dei Direttori degli Uffici Catechistici Diocesani. Riascoltiamo la sua conclusione: «Il passaggio fondamentale oggi mi sembra proprio questa consapevolezza “olistica”, a tutti i livelli della maternità ecclesiale. Chi genera alla fede non è, e non deve essere, solamente “la catechista”, ma tutta la comunità, tutta l’assemblea eucaristica, e specialmente l’insieme degli operatori pastorali, a partire dai presbiteri e dai diaconi, per comprendere gli animatori della liturgia, del coro e dell’oratorio, gli allenatori, le persone impegnate nella Caritas, i capi scout e gli educatori di Azione Cattolica e così via. O l’intera comunità si rende conto di essere grembo, oppure questo grembo sarà sterile. Un approccio “olistico” dunque comporta l’integrazione fra i diversi ingredienti dell’esperienza cristiana e tra i diversi soggetti della comunità».
Al via il Sinodo dei Giovani
Vescovi da tutto il mondo si sono riuniti da mercoledì 3 ottobre, fino al 28 ottobre, al Sinodo dei giovani. L’assemblea rappresenta una «opportunità provvidenziale» in questo frangente, ha detto il cardinale Lorenzo Baldisseri, segretario generale del Sinodo, che ha confermato che partecipano al Sinodo due vescovi cinesi invitati dal Papa dopo il recente accordo con Pechino.
Quello che si è aperto è «il terzo Sinodo convocato da Papa Francesco» dopo il doppio Sinodo sulla famiglia (2014-2015), ha ricordato il porporato toscano, e «si pone nella linea delle precedenti assemblee, il cui filo conduttore è il rinnovamento della Chiesa e della società a partire proprio dalle fondamenta: la famiglia e i giovani che garantiscono le generazioni future». Il tema dei giovani «è certamente oggi una “sfida”, come del resto lo fu quello della famiglia» e «la Chiesa non ha paura di affrontare le sfide, che sono sempre difficili e insidiose» perché «è sicura che la forza spirituale e umana le viene dallo Spirito Santo, che ispira e sostiene i suoi Pastori e il suo gregge, con a capo colui che ha il ministero di confermare i fratelli».
In particolare, come ha detto il Papa, la Chiesa «vuole mettersi in ascolto della voce, della sensibilità, della fede e anche dei dubbi e delle critiche dei giovani». Spesso, ha detto da parte sua il cardinale Sergio da Rocha, relatore generale, «si sentono voci che incolpano i giovani per essersi allontanati dalla Chiesa. Ma molti di loro hanno vissuto situazioni che li portano ad affermare che è la Chiesa ad essersi allontanata dai giovani. E ce lo dicono apertamente. In molti casi non l’hanno sentita e non la sentono vicina e accogliente, specialmente nei momenti più faticosi del loro percorso di crescita umana. Dovremo così chiederci: siamo comunità significativa per i giovani oggi? In che modo essi possono essere protagonisti nella vita della Chiesa? Quali conversioni e gesti profetici sono necessari per riguadagnare la fiducia e la stima delle giovani generazioni?».
Alla 15esima assemblea generale ordinaria del Sinodo, sul tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, prendono parte 266 padri sinodali: 50 cardinali, sei patriarchi, un arcivescovo maggiore, 44 arcivescovi, 101 vescovi residenziali, 37 ausiliari, sei vicari apostolici e un vescovo prelato, dieci religiosi in rappresentanza dell’Unione dei Superiori generali e dieci membri tra presbiteri e religiosi non vescovi. Partecipano inoltre, senza diritto di voto, 23 esperti e 49 tra uditori e uditrici: fra di loro 36 giovani, tra 18 e 29 anni, scelti in rappresentanza dei diversi continenti e delle diverse categorie interessate (seminari, ordini religiosi, associazioni, pastorale giovanile) il cui ruolo, ha spiegato Baldisseri, è «l’ascolto degli interventi dei padri sinodali», ma «potranno intervenire e saranno presenti nei circoli minori, dove possono prendere la parola e collaborare alla stesura dei “modi”, cioè gli emendamenti, inseriti nella relazione finale».
A chi domandava se gli abusi sessuali sono un «impedimento» all’avvicinamento della Chiesa ai giovani, ricordando che nei Paesi baltici anche il Papa ha sottolineato che i giovani sono indignati dagli scandali sessuali ed economici, Baldisseri ha risposto che «i giovani sono molto più intelligenti e aperti, al bene e al male, capiranno e capiscono: certo che gli scandali che sono avvenuti nella Chiesa in questo tempo colpiscono la mente e il cuore e l’immaginario, ma credo che i giovani siano aperti a capire la fragilità umana, mantenendo salda la loro fede nel vangelo. Non credo che gli scandali siano un impedimento, anzi, è un’occasione forse per testare di più quello che è la Chiesa, santa e peccatrice, sempre bisognosa di conversione. Si tratta anche di un’occasione perché la Chiesa sia conosciuta non solo a causa di alcuni che hanno fallito o hanno dato scandalo. Il Sinodo è l’opportunità provvidenziale per poter spiegare, far capire ai giovani e agli adulti che la Chiesa non è rappresentata solo da alcuni che sbagliano. Ho incontrato giovani entusiasti intorno al loro vescovo, sacerdoti, religiosi, la figura del Santo Padre è venerata e ammirata, e questa è una buona premessa per lavorare bene in queste settimane».
Iacopo Scaramuzzi in “La Stampa” del 3 ottobre 2018
L’importanza di dire “no” per spegnere l’auto-pilota e fare spazio alla vita
L’intervento che inaugura Torino Spiritualità 2018 di Asha Phillips in “La Stampa” del 26 settembre 2018
Nel 1999 ho scritto un libro intitolato I no che aiutano a crescere, a proposito dell’importanza del dire di no nel contesto familiare e soprattutto in relazione ai bambini. Da allora, mi sono resa conto che la mia interpretazione di ciò che quel tipo di negazione significa è in effetti valida anche per i rapporti tra adulti e, cosa ancor più importante, e con il nostro io. Spesso, infatti, tendiamo a operare secondo automatismi avventati, irriflessi, sia nei comportamenti sia nei sentimenti e, in particolare, nell’atteggiamento verso noi stessi. L’idea del dire «no» è in genere associata all’egoismo, a una qualche barriera contro la connessione, alla forza. Per me invece rappresenta il prendersi una pausa, il non procedere in modo meccanico, per abitudine o sotto la pressione del nostro mondo interiore e di quello esterno. Quando diciamo no Continue reading
Al di là dei loro mezzi (2 Cor 8,3)
dalla lettera pastorale del vescovo Erio per l’anno 2018-2019
Le nostre povertà personali e comunitarie. Oggi prevale spesso nelle relazioni l’arroganza: il modello automobilistico, per cui il guidatore facilmente sbraita verso l’altro guidatore, verso il pedone o il ciclista, aggredendoli sproporzionatamente, è stato esportato nei salotti televisivi, dove l’audience la fa da padrona e impone di azzuffarsi, attaccando l’avversario con slogans incisivi, forti e spesso anche offensivi. Contemporaneamente questo modello, dall’auto ai salotti televisivi, si è trasferito nel dibattito politico. Ciò che più addolora, comunque, è che l’aggressività automobilistica, poi salottiera, poi partitica è entrata massicciamente anche nelle comunità cristiane, al punto da costituire anch’essa una “povertà”. Litigi tra collaboratori parrocchiali fondati sul nulla, consigli pastorali simili ad un’assemblea di condominio, riunioni tra gruppi dove sembra prevalere la logica sindacale, raccolte di firme contro qualcuno o in difesa di qualcun altro: non sono esperienze inventate e non sono purtroppo nemmeno rarissime. Sono fragilità che rattristano e svigoriscono l’annuncio del Vangelo.
Esiste nella Chiesa cattolica di oggi un’altra “povertà”, che personalmente avverto non meno dannosa: Continue reading
Il crollo del Ponte Morandi: la voce della realtà, le vere priorità del paese
di Giuseppe Savagnone in www.Tuttavia.eu del 16 agosto 2018
Con il crollo del ponte Morandi, la realtà, in tutta la sua brutale evidenza, fa irruzione in questo delicato momento della nostra vita pubblica. Quella di Genova è una tragedia che – proprio perché non è una fatalità, ma il frutto di un intreccio inestricabile di interessi, incompetenze, errori umani – costringe gli italiani a ricordarsi, finalmente, che i problemi del nostro Paese nascono da disfunzioni e contraddizioni che non vengono dal di fuori, ma sono profondamente radicate nel nostro stesso tessuto sociale, politico, culturale.[…]
La realtà è una maestra severa, talvolta crudele, però sa come farsi ascoltare, e la sua voce è molto più potente del confuso chiacchiericcio dei social. Essa ci dice, in questo momento, che l’urgenza a cui non possiamo sottrarci è quella di un profondo rinnovamento etico e civile. Se ha ragione chi sostiene che dietro il crollo del ponte Morandi c’è una lunga storia di interessate omissioni, di ingiustificati privilegi, di ciniche speculazioni, e se questo non è un episodio isolato, ma il drammatico venire alla luce di uno stile diffuso di corruzione, che avvelena buona parte della nostra classe dirigente, il problema non è il cedimento materiale di una struttura, ma quello, più profondo, di una società e dei suoi valori.