Erano nostri figli

di Giuseppe Savagnone (“I chiaroscuri” in www.tuttavia.eu)

Mentre il nostro Parlamento in questi giorni è impegnato nelle votazioni per trasformare in legge il cosiddetto decreto sicurezza bis (peraltro già entrato in vigore il 15 giugno), che mira a blindare le nostre acque territoriali, per impedire l’arrivo di navi delle Ong, il motopeschereccio di Sciacca “Accursio Giarratano”, nella notte tra il 23 e il 24 luglio, ha soccorso un gommone con una cinquantina di migranti in procinto di affondare e non li ha lasciati finché, dopo un’attesa di diverse ore (“perdute” per la pesca), una motovedetta italiana non è venuta a prenderli per portarli a Lampedusa.

«Con gli occhi di mio figlio»

«Noi soccorriamo con tutto il cuore i migranti in difficoltà, e lo facciamo anche come omaggio alla memoria di mio figlio morto», dice l’armatore del peschereccio, Gaspare Giarratano, che ha perso un figlio di 15 anni per un male incurabile.

E aggiunge: «Tutte le volte noi facciamo il nostro dovere, sbracciandoci e aiutando uomini, donne e bambini, perché è giusto così (…). Come potremmo voltarci dall’altra parte di fronte alle richieste di aiuto che provengono da esseri umani, che possono essere anche bambini, che magari ci guardano con gli occhi di mio figlio? No, noi li salviamo, e lo facciamo anche pensando al mio ragazzo, perché lui era come noi, e da lassù ci benedice».

Fa più notizia la grave questione del reggiseno

Ho letto questa notizia insieme a quella del naufragio che, poche ore dopo, ha coinvolto un barcone con a bordo trecento persone, di cui la metà sono morte affogate.

Cronaca ordinaria, ormai, che stenta a farsi strada sulle pagine dei giornali e nei notiziari, in attesa di un prossimo spettacolare braccio di ferro mediatico fra il nostro ministro degli Interni e una emula di Carola Rackete (magari concentrandosi poi per giorni sul suo reggiseno).

Eppure anche quelli erano figli di qualcuno. Non nostri, è vero, e lo dice la freddezza delle reazioni che ormai l’opinione pubblica ha di fronte a queste tragedie.

Perché se, invece, a morire è un giovane carabiniere italiano, appena al ritorno dal viaggio di nozze, riaffiora improvvisamente nell’opinione pubblica il giusto senso del dramma che ogni morte di uomo rappresenta Eppure le parole dell’armatore di Sciacca – «magari ci guardano con gli occhi di mio figlio» – riguardano sia gli stranieri morti in mare che il carabiniere barbaramente assassinato…

Al di là del “buonismo”

“Buonismo” a buon mercato? Oggi almeno un italiano su tre, a giudicare ai sondaggi, ne è convinto e contrappone a questi sentimentalismi la lucida analisi della ragione, tante volte esposta dal ministro Salvini: soccorrere i migranti è un danno per la nostra sicurezza e un favore fatto alle mafie che organizzano il traffico degli esseri umani, illudendo le loro vittime (che non sono affatto profughi, né poveri, altrimenti non avrebbero i soldi per pagare e non sarebbero per lo più giovani “palestrati”, con tanto di smartphone) con il miraggio del facile benessere che avranno in Italia.

Il solo modo di evitare che queste persone muoiano in mare, o riescano a sbarcare per venire a minacciarci (è eloquente l’immediato tentativo di collegare l’uccisione del carabiniere alla presenza degli immigrati), è di spegnere sul nascere questa illusione, chiudendo i nostri porti.

Un dato di fatto

Per professione, oltre che come essere umano, ho sempre apprezzato la ragione (insegnavo filosofia). Perciò sono contento che il confronto non si svolga a livello di “buoni” sentimenti – naturalmente eliminando anche l’influsso di quelli “cattivi” di paura e di odio, che invece spesso vengono esibiti senza vergogna (a differenza degli altri) in questi dibattiti. Ragioniamo, dunque.

E qui, però, la logica del discorso che sentiamo ripetere da circa un anno e mezzo – solo in questo, forse, il “governo del cambiamento” è stato sempre unito e coerente – mi sembra abbia contro sé almeno un dato di fatto, che non può essere contestato: dopo un anno e mezzo di proclami, di porti chiusi, di emarginazione delle Ong, di decreti legge uno più severo dell’altro, queste persone continuano a partire.

Molti sbarcano in Italia – proprio nei giorni dello spettacolare duello tra i due “capitani” sulla sorte dei 42 migranti a bordo della “Sea-Watch”, ne sono arrivati a Lampedusa centinaia, anche dopo i limiti posti alle navi delle Ong (vedi dichiarazioni del sindaco) –, molti non ce la fanno e annegano, molto più di prima, perché a causa di quei limiti e di tutte le difficoltà poste dal governo alle altre navi (la “Diciotti” era della marina italiana! Come lo è, adesso, la motovedetta “Gregoretti”) ora i soccorsi sono molto più problematici.

Anche noi volevamo essere felici

A quanto pare, l’enorme apparato di difesa dei nostri confini dalla «invasione» (così viene definita da molti) non ha potuto bloccare un movimento che ha radici evidentemente molto più profonde di quelle attribuibili a un complotto criminale. Come le misure di Trump non hanno scoraggiato i migranti che dal Messico cecano disperatamente di passare negli Stati Uniti.

«Non è vero che sono profughi, sono “migranti economici”!», ho sentito spesso gridare con indignazione. «Tanto che hanno i soldi per la traversata». Anche i milioni di italiani che in passato sono emigrati negli Stati Uniti, in Argentina, in Belgio, non scappavano da guerre e avevano i soldi per il biglietto della nave.

Non erano miserabili, erano poveri. Il miserabile è uno a cui manca il necessario; perciò neppure è in grado di muoversi. Il povero è uno riesce solo a sopravvivere, ma non ha il superfluo che permette di vivere bene, di essere felice. Perché, per essere felici, «niente è più necessario del superfluo» (Oscar Wilde).

Non so cosa dicano loro le mafie, ma è sicuro che le persone che sfidano, tra violenze inaudite, i viaggi allucinanti nel deserto, gli spaventosi campi di detenzione della Libia, le traversate in condizioni estreme di disagio e di pericolo, non lo fanno solo per cercarsi palestre più attrezzate. Lo fanno – e sanno benissimo a cosa vanno incontro (non hanno gli smartphone?) – perché vogliono essere felici.

Come i nostri nonni. E, se è così, non sarà certo Salvini a fermarli.

I migranti italiani erano tutte brave persone?

Quanto all’obiezione, così spesso sollevata, che i nostri emigrati erano brave persone che volevano solo trovare lavoro, mentre questi sono parassiti e delinquenti, basta aver visto “Il Padrino” per apprendere che le grandi “famiglie” della mafia degli Stati Uniti non portano per caso nomi italiani – Genovese, Bonanno… –, ma perché erano di italiani emigrati.

Reciprocamente, basterebbe conoscerne meglio qualcuno per scoprire che gli immigrati non sono, nella stragrande maggioranza, fannulloni e criminali: è stata la politica dei governi precedenti che, con una finta accoglienza senza misure di integrazione, li ha condannati all’inazione e ha impedito loro di dare, nella maggior parte dei casi, il contributo delle loro capacità e delle loro competenze.

E il primo “Decreto sicurezza”, distruggendo i pochi appigli esistenti per favorire l’integrazione, ha esasperato questa emarginazione, rendendo reale un pericolo di criminalizzazione che prima era abbastanza remoto.

Come i nostri ragazzi

Non vengono per aggredirci. Chiedono di essere accolti perché la nostra società può dare loro la possibilità di essere felici. Come i nostri figli che, ormai sempre più spesso, vanno a cercare opportunità di una vita migliore in altri Paesi, e che sono dunque anche loro “migranti”. E se alla frontiera di questi Paesi i nostri ragazzi fossero bloccati, perché sono italiani (e quindi fannulloni e donnaioli), non ci indigneremmo?

E se i governi stranieri per scoraggiare l’emigrazione in atto dei nostri ragazzi li costringessero a rischiare la vita per arrivare, e poi li lasciassero morire senza soccorso, puntando sul fatto che, con un po’ di italiani morti, gli altri si scoraggeranno e la smetteranno di cercare di “rubare” i posti di lavoro ai loro cittadini?

Non grideremmo, con tutta la nostra rabbia e la nostra disperazione – specie se uno di quei ragazzi fosse nostro figlio – che un governo e un popolo che fanno questo sono al di sotto della più elementare umanità?

Erano anche nostri figli

Certo, quelli che sono morti al largo della Libia l’altra notte, non sono nostri figli. E le grida di dolore dei loro genitori non arrivano fino a noi.

Non abbiamo così neppure bisogno di giustificarci spiegando che avremmo voluto «aiutiarli a casa loro». (Una clamorosa bugia, perché il solo aiuto che finora i nostri governi – compreso quello attuale – hanno dato è consistito nel vendere armi per alimentare guerre civili e guerriglie).

Per questo possiamo sbadigliare davanti alla Tv, quando ci segnala la notizia dell’ultimo naufragio. Mentre ancora ci indigniamo se a morire è un povero ragazzo italiano di 35 anni.

Eppure forse, al di là della cittadinanza giuridica e dell’appartenenza etnica, queste morti ci riguardano tutte. Perché i ragazzi che ora non vivono più – mi tornano alla mente le parole di Gaspare Giarratano – avevano tutti gli stessi occhi dei nostri figli…

Nelle gabbie dei piccoli profughi

di Nello Scavo

in “Avvenire”, 12 maggio 2019

L’Europa muore nel petto di Achmad. Basta vederla la lunga cicatrice sul torace: quel bimbo di sei anni non dovrebbe stare in una gabbia per profughi. L’Europa muore negli occhi neri di una bimba afghana: la misera protesi al piede la fa sembrare una bambola rotta che qui non camminerà né guarirà mai.Nel girone dei bimbi migranti le autorità hanno deciso che andavano trattati come canaglie a cui sorridere al di qua delle inferriate. Dicono che è per la loro sicurezza che devono stare reclusi come le fiere allo zoo. C’è una grata perfino tra loro e il cielo, casomai si arrampicassero fuggendo tra i tetti arroventati dei container che alla stampa vengono raccontati come “residenze”, ma che in realtàsono celle di lamiera.Nessun essere umano dovrebbe stare qui, che poi è Europa, mica la Libia. Il campo di Moria è una collina che dall’alto discende verso i gironi dei dannati d’ogni guerra: Yemen, Afghanistan, Iraq, Siria, Palestina. Mani affettuose hanno verniciato con colori vividi le scatolette di ferro dentro a cui alloggiano adulti e bambini. Mani ipocrite hanno ordinato e pagato milioni di euro a un Paese in crisi perché tenesse al confino i migranti che salpano dalle vicine coste turche e poi si arrampicano sulle scogliere dell’arcipelago. I cantori della favola di Stato sanno di dover mentire ai giornalisti: «In Grecia ci sono 70mila migranti ospitati – lo ha davvero detto incontrandoci un funzionario di Atene – in condizioni del tutto ottimali». Dove per ottimale si intende un solo medico per 4mila persone. Per non dire dei colloqui per esaminare le richieste d’asilo. Mohamad, 24 anni, è arrivato dalla Yemen con la sua famiglia di otto persone un mese fa. La commissione per l’asilo non potrà ascoltarlo prima del 2021.Il campo di Moria è il più sorvegliato. Doppia rete metallica di quattro metri sovrastata dal filo spinato. Vigilanti che pattugliano all’esterno e militari con manganello in vista all’interno. Il blocco dei prigionieri ragazzini è guardato da polizia e operatori. Questi ultimi provano a stemperare la tensione. I pasti vengono distribuiti come nel più organizzato dei penitenziari: una gabbia alla volta.Naturale che dopo qualche settimana osservando il cielo attraverso la trama del fil di ferro c’è chi provi a togliersi di mezzo, e chi cerca un anestetico ingurgitando pessimo liquore o dosi di droga pagate chissà come e, non di rado, al prezzo di promesse indecenti.Daniela e le altre volontarie di Sant’Egidio e della Caritas greca, intanto si affrettano a fotografare i documenti dei casi più difficili per i quali chiedere un ponte umanitario urgente verso altri Paesi Ue.Annotano, accarezzano, e sorridono. Ma si vede da lontano che il sorriso è solo un modo diverso di piangere. «Mio figlio ha avuto un nuovo attacco di cuore l’altra sera », racconta il padre mostrando la cicatrice di un difficile intervento cardiologico. Il piccolo afghano, nato negli accampamenti iraniani dove la famiglia cercava un riparo per sfuggire all’età della pietra imposta dai talebani, è venuto al mondo con una grave malformazione cardiaca. La mamma, minuta e ingobbita dal peso diaver messo al mondo un maschio fragile, sparpaglia sulla ghiaia tutti i documenti dei dottori che lo hanno visitato e operato in qualche ospedale d’Oriente. Li tiene nascosti dentro a una sacca di stoffa. Non gli importa del passaporto che non ha mai avuto, ma sa che la vita del suo Achmad può dipendere da quelle scartoffie. Poi, sopraffatta dal racconto della disgrazia, si copre il volto trasformando il velo in un cappuccio. E piange. «Abbiamo chiesto alla polizia di portarci dai dottori, in ospedale. Io – scandisce il padre che per un momento ritrova lo spirito fiero dei combattenti tagiki – posso anche restare qui dentro per tutta la vita, ma lascino che almeno lui e sua madre possano andare via». Con il ghetto di Moria stipato di gente, la buona notizia è che non c’è più posto per altri sventurati. Così chi sbarca (già più di 7mila quest’anno in Grecia) viene condotto nella tendopoli informale di “Olive Three”, sorta tra gli uliveti lontani dalla spiaggia. Niente di più scomodo: si dorme sotto le tele cerate dell’Onu, ci si apparta da qualche parte per i bisogni, si rischia di venire travolti dalle risse notturne tra uomini che hanno rinunciato ai precetti del Ramadan abbandonandosi agli effetti di Bacco. In compenso durante il giorno si può andare liberamente in giro per le strutture di animazione gestite da volontari di tutta Europa. Come Frederic, trentenne svizzero coi sandali da francescano e gli occhialini da archivista. Corsi di musica, la scuola elementare per i bambini, il giardinaggio, una biblioteca con mille titoli allestita inun vecchio furgone in disarmo, un capanno per riparare tutto ciò che è guasto, e accanto il ritrovo per sole donne vietato agli uomini». Gli attivisti hanno ottenuto questo spazio perché si trova lontano dai centri abitati e l’andirivieni di profughi non impensierisce i manager del turismo balneare. «Dai campi a qui sono 45 minuti a piedi – spiega Fredreric indicando il sentiero tutto in salita – ma d’estate donne e bambini non verranno perché fa troppo caldo». A Moria, intanto, la sera giunge nell’incertezza di sempre. Prima di lasciare il perimetro mi-litarizzato, incontro al cardinale Elemosiniere arriva un ragazzo di 14 anni. Tiene in braccio la sorellina di nove mesi. La piccina non sorride e piange. la caviglia destra è coperta da una protesi di plastica rosa scolorita dal sole. «Devo portare la mia sorellina fuori da qui – implora –. Nessuno la sta curando. E quando viene qualche dottore non può fare nulla, perché qui non c’è niente che si può fare per lei». «Nel campo di Moria non c’è giustizia», aveva detto il sindaco Spyros Galynos incontrando la delegazione vaticana arrivata per gettare le basi per nuovi corridoi umanitari. Incontrando il cardinale Konrad Krajewski, inviato dal Papa con la missione organizzata dalla Sezione Migranti e Rifugiati della Santa Sede e dalla Comunità di Sant’Egidio, gli aveva però presentato una preoccupazione personale: «Le condizioni del mio cuore peggiorano, i bravi medici stanno facendo il meglio, ma vi chiedo una preghiera ». Deve aver ragione il vecchio borgomastro delle Pleiadi. «Non c’è giustizia» se lui può sperare nella prontezza dei dottori e i piccoli profughi non hanno diritto neanche di sperare di farcela.

Vanier e il mistero della ‘forza’ debole

 di Andrea Riccardi

in “Avvenire” dell’8 maggio 2019

Jean Vanier si è spento ieri notte, dopo parecchi mesi di malattia, vissuta con un grande desiderio di vita, ma anche confrontandosi lucidamente nella fede con l’ombra della morte. Aveva scritto in un testo, pieno di sapienza esistenziale: «Nelle società odierne è impressionante il nesso esistente tra il rifiuto di guardare la morte in faccia e una grande paura della fecondità». Il fondatore dell’Arche e di Foi et Lumière aveva messo la debolezza al centro: l’amicizia con i poveri, i disabili, i feriti della vita. Aveva scelto la debolezza come modalità di presenza nei crocevia del mondo: la fragilità della sua figura simpatica ma spoglia; la povertà e l’amicizia che lo caratterizzavano; la debolezza della parola, senza retorica ma capace di toccare il cuore. Così, quest’amico dei disabili, instancabile organizzatore della loro convivenza con gli altri, è stato un ascoltato testimone del Vangelo in tante occasioni. Gli scritti che ci lascia manifestano, in parte, l’ampiezza della sua predicazione itinerante nel mondo. Nella debolezza, aveva trovato la chiave di lettura del Vangelo. Citando la “parabola del regno” di Matteo 25, scriveva: «Vivere con il povero è vivere con Gesù». «Gesù è il povero», concludeva. Gioiva del messaggio centrale di papa Francesco sui poveri. Mi ha detto durante il nostro ultimo incontro a Parigi, qualche giorno fa: «Voglio dire forte quanto amo papa Francesco!». Per lui i poveri non sono degli assistiti, ma comunicano il Vangelo con la loro “forza” debole: «Il povero ha un potere misterioso nella sua debolezza, diventa capace di toccare i cuori induriti».In piena sintonia con Francesco, anni prima di questo pontificato, affermava che «i poveri ci evangelizzano. Ecco perché sono il tesoro della Chiesa». Attraverso un percorso diverso, raggiungeva quanto il teologo ortodosso francese, Olivier Clément, scriveva: i poveri sono un sacramento, perché in essi vive Gesù. E il fondatore dell’Arche ricordava che «il povero guarisce il cuore del ricco». Solo nell’amicizia con i poveri, il nostro mondo ricco potrà trovare la sua guarigione. Questa era anche la sua storia personale. La vita di Jean si era sviluppata nella costante ricerca dell’incontro con Gesù, come dichiarava con semplicità sorprendente. Ancora anziano, fino alla fine, leggeva e rileggeva il libro su Gesù di José Antonio Pagola, un biblista basco: lo aveva aiutato – confessava – a conoscere meglio colui che aveva cercato, tutta la vita, nei poveri, nell’incontro con gli altri, nelle pagine della Scrittura. Vanier ha più volte raccontato che divenne marinaio inglese, volontario nella guerra (che conobbe nei suoi esiti dolorosi), perché voleva lottare per la pace e la libertà. Ma, nel 1950, si sentì chiamato a lavorare per la pace in altro modo, finché nel 1964 fondò l’Arche. Canadese di nascita, era figlio di un’importante famiglia cristiana, impegnata nella vita pubblica. Suo padre era stato ambasciatore a Parigi e poi governatore generale del Canada. Da giovane, aveva conosciuto a Parigi, il nunzio Roncalli, il futuro Giovanni XXIII, collega di suo padre, ed era stato suo ospite a Venezia, come amava ricordare. Jean aveva scelto la Francia, come luogo d’irradiazione della sua opera con forte apertura all’universale, come un altro grande “francese” d’elezione, frère Roger Schutz di Taizé. Aveva percorso il mondo per più di mezzo secolo a contatto con le fragilità, approfondendo un carisma di “compassione” per l’altro. Basta prendere in mano un suo piccolo libro, La dépression, per rendersi conto della sua capacità di immedesimarsi nel dolore della malattia depressiva, così diffusa oggi: questa «depressione, questa forza dolorosa e tenebrosa che ci invade nel più profondo del nostro essere e sembra spandersi attraverso il nostro corpo…».Testimone della compassione, vissuta nel rapporto personale, Vanier aveva seguito preoccupato il crescere degli odi e dei muri: «alla base di ogni muro, la paura», affermava. La sua ricca esperienza dell’umanità del XX e del XXI secolo lo portava a dire quanto il mondo contemporaneo sia carico di paura e, quindi, di violenza. Viveva sul terreno in rapporto stretto con i piccoli, ma aveva uno sguardo largo sullo scenario internazionale con una “geopolitica della compassione”, mai astratta o banale, mai rassegnata, ma partecipe dei dolori nella speranza di un mondo più fraterno. Era convinto che fosse possibile costruirlo, partendo dal piccolo e dall’amicizia, dalla “pietra scartata” che diventa testata d’angolo di una nuova costruzione sociale.Dopo l’11 settembre, si era sentito sfidato. Lo si vede in un denso libretto sulla pace, in cui denunciava la crescita dei pregiudizi e dei conflitti tra religioni, culture e persone. Allora scriveva con parole che suonano come un testamento di “ottimismo” evangelico: «Il futuro del mondo sta nelle nostre mani. Dipende dal nostro impegno a lavorare insieme con gli altri per la pace. Costruirela pace è riscoprire una visione, un cammino di speranza per tutta l’umanità». Non si è condannati all’impotenza di fronte ai grandi scenari del mondo o a forze soverchianti: dal piccolo, dall’emarginato, dalla scelta quotidiana di ciascuno, parte una forza inarrestabile di pace e trasformazione, quella dei poveri e degli umili.

La vera legge dell’amore

di Massimo Recalcati

in “la Repubblica” del 31 marzo 2019

La tesi condivisa dai partecipanti al Congresso mondiale sulla famiglia di Verona è che la famiglia sia un evento della natura. Ma erano naturalmente sterili le matriarche (Sara, Rebecca, Rachele) e non era affatto naturale, com’è noto, il padre falegname che si prese la responsabilità di crescere il figlio di Dio. Il testo biblico indica con forza che il mistero della generazione della vita e della sua accoglienza non può mai essere ridotto materialisticamente alle leggi della natura perché porta con sé quel miracolo della parola senza il quale l’umanizzazione della vita sarebbe semplicemente impossibile. Quale parola? Quella che davvero feconda la vita rendendola degna di vita, istituendolacome vita di un figlio. Quella parola che nomina e riconosce in una vita particolare non la manifestazione anonima della natura, ma una vita umana, vita portata da un nome proprio. L’amore non è mai, infatti, amore generico per la vita, ma è sempre amore di un nome. Senza il miracolo della parola che adotta la vita del figlio non esiste né padre, né madre, non esiste quella responsabilità illimitata che istituisce la genitorialità ben al di là delle leggi della natura. È così difficile da capire? Dovremmo davvero ridurre la forza sublime di questo straordinario gesto di adozione, frutto dell’amore dei Due, ad un mero meccanismo di cellule, ad un ingranaggio anonimodella natura o ad una mera necessità istintuale? Oppure dovremmo davvero pensare che questa responsabilità illimitata sia un privilegio esclusivo dei cosiddetti genitori naturali? Ma non è forse quello della genitorialità un gesto che eccede ogni legge della natura? Non è la forza nuda della parola di Dio — della sua grazia — che guarisce le matriarche dalla sterilità rendendo possibile la filiazione umana della vita? Possiamo davvero pensare — pensano davvero questo i sostenitori della famiglia naturale — che la generazione di un figlio sia un evento della natura, simile ad una pioggia o ad un filo d’erba? La vita umana non vive di istinti, ma si nutre della luce della parola. Non è sufficiente uno spermatozoo o un ovulo né per generare davvero un figlio, né per fare un padre o una madre. Vi sono padri e madri naturali che hanno abbandonato i loro figli, che non sono mai diventati genitori, che non hanno alcun interesse per la vita dei figli che hanno naturalmente generato. Vi sono coppie eterosessuali che non hanno nessuna idea di cosa sia l’eteros, il rispetto e l’ammirazione per la differenza dell’altro che la lezione dell’amore esige. L’eterosessualità, diceva Lacan, non è mai riducibile ad un dato dell’anatomia, ma è la postura fondamentale dell’amore: è davvero eterosessuale chi sa amare l’altro nella sua differenza. Può esserlo o non esserlo con le stesse possibilità una lesbica, un omosessuale o un cosiddetto eterosessuale. È così difficile capirlo?Quello che fa davvero la differenza è la legge dell’amore e non la legge della natura. È il cuore dellapredicazione cristiana. Dove questa Legge è operativa c’è rispetto per l’eteros, per la differenza assoluta dell’altro; dove invece questa Legge è assente c’è contesa, rivendicazione, distruzione dell’eteros. Vi sono famiglie che vogliono arrogarsi il diritto esclusivo dell’amore. Vi sono coloro che pensano che l’anonimato della legge della natura garantisca una buona genitorialità. Non si percepisce il carattere rozzamente materialistico di queste posizioni? In natura l’istinto organizza la vita da capo a piedi. Ma vale lo stesso per la vita umana? Esisterebbe un istinto genitoriale? Magari presente nei genitori naturali e assente in quelli adottivi? Non dovremmo forse imparare a ragionareal contrario? Pensare, per esempio, che tutti i genitori naturali dovrebbero guardare quelli adottivi per imparare cosa significhi donare se stessi in un rapporto senza alcuna continuità naturale, senza rispecchiamento. È così difficile capire che c’è padre e c’è madre, che c’è famiglia non perché c’è continuità di sangue o differenza anatomica degli organi genitali dei genitori, ma perché c’è dono, amore per l’eteros del figlio, assunzione di una responsabilità illimitata, esperienza incondizionata dell’accoglienza?

Entrare in quaresima

di Goffredo Boselli – Monaco di Bose

La Quaresima ogni anno giunge repentina, ci coglie lì dove siamo e ci spinge, quasi ci costringe a iniziare ancora una volta un cammino di conversione. Un cammino che è un tempo di preghiera nel quale discernere la “presenza” con la quale scegliamo di vivere e convivere. Un cammino di rinuncia e condivisione che è tempo nel quale non pretendere per sé più di quanto si riconosce agli altri.
La Quaresima è dunque una chiamata che porta i tratti di un appello interiore, quell’intima ingiunzione spirituale che la parola del Signore sempre ci fa sentire quando decidiamo di ascoltarla. Per questo, non siamo noi a entrare in  Quaresima ma è la Quaresima che entra in noi, e in qualche modo ci forza, ci fa violenza e si impone come una sorta di controtempo al nostro tempo.
Noi vorremmo vivere il tempo che ci è dato in quella tranquillità e leggerezza che lo stare alla superficie della vita accorda, lasciandoci portare dagli eventi, dai fatti piccoli e grandi che segnano la nostra quotidiana esistenza di persone, di credenti, di cittadini e che, alla lunga, impercettibilmente ci spossessano della libertà di decidere e di scegliere che uomini e donne essere, che vita vivere.
Lasciare che le cose accadano senza assumere su di esse uno sguardo evangelico, significa infatti cedere alla tentazione di consegnare le chiavi del senso delle nostre vite a forze, a dominanti, a poteri che alla fine ci sovrastano e ci dominano perché abbiamo per troppo tempo consentito loro di regnare dentro di noi.
La Quaresima è tempo di prova perché è tempo di decisione, ossia tempo nel quale consentiamo al Vangelo di Cristo di costringerci alla scelta, di stanarci nelle nostre ambiguità, di rivelarci gli aspetti umanamente e spiritualmente irrisolti.
Se avvertiamo la Quaresima come una forza a noi opposta e come realtà esterna costringente, sentendo in essa tutta la potenza della parola di Dio e l’appello alla conversione, questo significa che stiamo entrando in Quaresima. La forza dello Spirito che spinge Gesù nel deserto è la stessa forza spirituale che costringe il cristiano a entrare in Quaresima.
Se neppure in questi quaranta giorni sentiremo nella nostra carne lo scontro tra noi e la parola di Dio, il conflitto tra i nostri pensieri e lo spirito del Vangelo, la contraddizione tra le nostre azioni e l’agire di Cristo; se neppure in questi quaranta giorni prenderemo coscienza che la fedeltà al Vangelo di Cristo significa lotta e agonia, perché la fedeltà al Vangelo ha un prezzo da pagare che per il Cristo è stata la croce; se neppure in Quaresima sentiremo che tutto questo attraversa le nostre fibre, allora avremo ridotto la fede a un’osservanza religiosa e avremo fatto del Vangelo di Cristo un insieme di valori fondativi.
Come i giorni dell’Avvento corrispondono ai giorni più bui dell’anno che culminano nel giorno del Natale, nel quale la luce vince la tenebra, così i quaranta giorni della Quaresima corrispondono ai giorni nei quali la natura, dopo il sonno invernale, torna a vivere. Se l’Avvento invoca la venuta della luce più forte delle tenebre, la Quaresima invoca la vita più forte della morte. Il fine della Quaresima è la Pasqua, la rinascita a una vita che non rinuncia mai a rinnovarsi. Ciclo della vita naturale e ciclo della vita spirituale pulsano al medesimo ritmo, conoscono le medesime regole e gli stessi principi. Per questo, la Pasqua cristiana ricorre sempre la domenica dopo il primo novilunio di primavera perché è la prima luna nuova che segna cosmologicamente l’inizio vero della primavera. Il lavoro interiore che i credenti attraverso la preghiera, la rinuncia e la condivisione compiono nei quaranta giorni quaresimali, ha la stessa dinamica spirituale del lavoro nascosto che il seme sotterra compie nel corso dell’inverno per poter spuntare a primavera e poi germogliare e portare frutto a suo tempo.
Il seme ha bisogno di un tempo nel quale, nascosto sotterra, possa morire a se stesso affinché dalla propria morte nasca una nuova vita. Così, i giorni della Quaresima sono i giorni nei quali il cristiano cerca di comprendere a fondo, facendo esistenzialmente propria quella parola del Vangelo nella quale Gesù ha sintetizzato la sua stessa esperienza spirituale di morte e vita: “Se il seme, caduto a terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto” (Gv 12,24). Nel mistero del seme Gesù ha riconosciuto il senso della sua vita. Nel mistero del seme è anche racchiuso il senso spirituale della Quaresima.

Quattro giorni che lasceranno il segno

di Andrea Tornielli

da “L’osservatore Romano” del 22 febbraio

L’incontro sulla protezione dei minori che si svolge in Vaticano è destinato a lasciare il segno.
Prima ancora che per l’approfondimento sulle indispensabili indicazioni concrete su ciò che va fatto di fronte alla piaga degli
abusi, a lasciare il segno sarà la presa di coscienza da parte di tutta la Chiesa delle conseguenze drammatiche e incancellabili provocate sui minori che li hanno subiti. La voce dei bambini e dei ragazzi vittime indifese di queste turpi violenze non rimarrà inascoltata.
Il loro grido è destinato a infrangere la barriera di silenzio che troppo a lungo ha impedito di comprendere.
Il primo obiettivo, sulla scia della personale testimonianza degli ultimi due Pontefici, che hanno sistematicamente incontrato i sopravvissuti, li hanno ascoltati e hanno pianto e pregato con loro, è dunque la consapevolezza che l’abuso sui minori da parte di chierici e religiosi rappresenta un atto abominevole.
Un atto che trafigge per sempre l’anima di bambini e bambine affidati dai loro genitori ai sacerdoti perché li educassero nella fede. Non si tratta innanzitutto di una questione di leggi e di norme, né di cavilli burocratici e nemmeno di statistiche. Si tratta di ascoltare le vittime, cercare di condividere il loro doloroso dramma, per far proprie le devastanti ferite che hanno subito. È un cambio di mentalità quello che viene richiesto, perché mai più nessuno finga di non vedere, insabbi, copra, minimizzi.
Per la prima volta il tema verrà affrontato in chiave globale, secondo le diverse esperienze e culture.
Il primo giorno il tema principale è stato quello della responsabilità dei vescovi nel loro compito pastorale, spirituale e giuridico. Il secondo giorno si è trattato soprattutto del “render conto”, dell’accountability, discutendo le soluzioni da adottare in accordo con il Diritto Canonico per valutare i casi in cui i pastori sono venuti meno al loro compito e hanno agito con negligenza. Infine il terzo giorno è stato dedicato all’impegno per la trasparenza, nelle procedure interne alla Chiesa, nei confronti delle autorità civili ma soprattutto di fronte al popolo di Dio, il cui contributo per rendere più sicuri i luoghi frequentati dai minori è indispensabile. La conclusione dei lavori, domenica, dopo la Messa celebrata nella Sala Regia, è affidata a Papa Francesco.
Quello che si celebra in Vaticano è innanzitutto un evento ecclesiale, un dialogo fra pastori in comunione con il Successore di Pietro. È per questo che la preghiera, accompagnata dall’ascolto delle vittime, scandirà ogni appuntamento. I primi tre giorni di lavoro sono culminati nella liturgia penitenziale proprio perché, di fronte all’abisso del peccato, e di un peccato così grave e abominevole, i credenti sono chiamati a chiedere umilmente perdono per la ferita inferta al corpo ecclesiale e alla sua possibilità di testimonianza evangelica. Questo nuovo passo è per la Chiesa l’ultimo in ordine di tempo di una lunga serie iniziata poco meno di vent’anni fa con l’introduzione di leggi sempre più severe ed efficaci per contrastare la piaga degli abusi. Procedure che hanno permesso di ridurre drasticamente il numero dei casi, come dimostrano tutti i report pubblicati di recente: le denunce che emergono riguardano infatti, nella stragrande maggioranza, casi risalenti a molti anni fa, avvenuti prima dell’entrata in vigore delle nuove norme. Con l’incontro che si è svolto in Vaticano la Chiesa indica così una strada non soltanto alle proprie gerarchie e alle proprie comunità, ma offre pure una sofferta testimonianza e un impegno preciso a tutta la società. Perché la protezione dei minori è questione che riguarda tutti, come dimostrano le impressionanti cifre sui minori abusati nel mondo.

Caritas lombarde: assistere gli irregolari, lo dice la legge

di Lorenzo Rosoli
in “Avvenire” del 23 gennaio 2019

«Le Caritas della Lombardia non allontaneranno dai centri di accoglienza che gestiscono i migranti che ne perderanno il  diritto, in applicazione del cosiddetto decreto Salvini. Gli ospiti rimarranno nei centri, a totale carico degli organismi ecclesiali». Così un comunicato diffuso ieri ribadisce quanto anticipato lunedì sera da Luciano Gualzetti, direttore di Caritas Ambrosiana e delegato regionale Caritas. La decisione riguarderà in particolare «i titolari di permesso per motivi umanitari e coloro che riceveranno il nuovo permesso per protezione speciale che non potrebbero più essere accolti nel nuovo sistema di accoglienza (ex Sprar). Si stima – prosegue il comunicato – che saranno almeno 500 gli ospiti che beneficeranno di questa scelta e che, diversamente, secondo il nuovo provvedimento del governo tradotto nella legge 132/18, sarebbero usciti dal sistema di protezione».
Le Caritas lombarde, dunque, non mandano in strada nessuno di quanti già oggi ospitano e affiancano in esperienze di accoglienza sempre orientate all’integrazione e all’autonomia.

Una scelta meditata, condivisa, confermata dagli organismi ecclesiali. Che si sono confrontati anche sull’ospitalità dei «cosiddetti irregolari», cioè quanti «rimarranno privi di un titolo di soggiorno per la permanenza sul territorio italiano – per la scadenza del permesso umanitario non rinnovato perché privi del lavoro e in assenza dei presupposti per avere la nuova protezione speciale da parte della Commissione territoriale, o perché hanno ricevuto il diniego della domanda di asilo senza
ricorso, o senza sospensione del provvedimento in caso di ricorso».

Attingiamo, qui, alla relazione che Gualzetti tenne all’incontro della Conferenza episcopale lombarda svoltosi il 9 e 10 gennaio a Caravaggio alla presenza del presidente della Cei, il cardinale Gualtiero Bassetti. «Dal punto di vista giuridico – spiegò Gualzetti in quell’occasione – sappiamo che non vi è alcun rischio nel garantire l’ospitalità di stranieri in stato di bisogno soprattutto se non ci sono di mezzo soldi pubblici e se non viene richiesto un corrispettivo agli interessati o a terzi. Ai sensi dell’articolo 12 comma 2 del testo unico 286/98: ‘…non costituiscono reato le attività di soccorso e assistenza
umanitaria prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizioni di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato’».
Mentre, dunque, si registrano sempre più richieste dalle prefetture di allontanare quanti non hanno più titolo a rimanere nei centri convenzionati, le Caritas lombarde rinnovano il loro «no» al decreto Salvini. «Promuovere l’integrazione degli immigrati, tutelare la loro dignità e i loro diritti, è il modo migliore per promuovere la sicurezza dei lombardi. Mentre espellere i migranti dalla rete dell’accoglienza – come fa il decreto sicurezza – significa trasformarli in ‘fantasmi’, costretti a
vivere di elemosina, espedienti, lavoro nero o altro. ‘Fantasmi’ che presto o tardi troveremo ai nostri centri d’ascolto, mense e servizi, in coda assieme agli italiani poveri», spiega Gualzetti ad Avvenire.

Su 26.864 posti messi a disposizione in Lombardia dal sistema di accoglienza dei profughi e dei richiedenti asilo, 4.514 sono offerti da strutture delle dieci diocesi lombarde: 3.129 nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) gestiti in convezione con le prefetture, 847 negli Sprar dei Comuni, 163 nel centri per minori stranieri non accompagnati. Se le Caritas diocesane decideranno di partecipare «alle nuove convenzioni con le prefetture – annuncia Gualzetti – continueranno in ogni caso a garantire, sempre a proprie spese, i percorsi di integrazione avviati» come «i corsi professionali e i tirocini in azienda». Proseguirà inoltre l’impegno con Caritas italiana «per incrementare il numero degli ospiti» accolti con i «corridoi umanitari», altra iniziativa a carico della Chiesa. «Rispettiamo le istituzioni e collaboriamo lealmente con loro – conclude Gualzetti – ma in questo caso la nostra coscienza ci impone di andare oltre quanto previsto dallo Stato, per il bene dei nostri ospiti, ma anche delle comunità che li accolgono, che si troverebbero a fare i conti con migranti abbandonati a loro stessi e facile preda dei circuiti irregolari».

I cristiani tornino un’unica famiglia e siano testimoni della vera giustizia

18-25 gennaio – Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani

La settimana di preghiera per l’unità dei cristiani è appuntamento importante nel cammino ecumenico. L‘ecumenismo è il movimento che tende a riavvicinare e a riunire i cristiani appartenenti alle diverse Chiese che nel corso della storia hanno conosciuto divisioni e scismi (Chiesa cattolica, Chiese d’Oriente-Ortodosse, Chiese della riforma protestante, Comunità anglicana).

La data tradizionale per la celebrazione della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani va dal 18 al 25 gennaio, data proposta nel 1908 dal padre anglicano Paul Wattson perché compresa tra l’allora festa della cattedra di san Pietro (18 gennaio) e quella della conversione di san Paolo (25 gennaio).

Questa data assume quindi un significato simbolico: proprio l’icona dell’abbraccio tra Pietro e Paolo è simbolo del cammino ecumenico, come desiderio ed invito a ritornare all’unità della prima chiesa

cristiana fondata sulla testimonianza e sul martirio di Pietro e Paolo, considerati le colonne su cui si fonda la fede cristiana.

Papa Francesco nell’ Evangelii Gaudium (n. 244-246) scrive: “L’impegno ecumenico risponde alla preghiera del Signore Gesù che chiede che «tutti siano una sola cosa» (Gv 17,21). La credibilità dell’annuncio cristiano sarebbe molto più grande se i cristiani superassero le loro divisioni e la Chiesa realizzasse «la pienezza della cattolicità a lei propria in quei figli che le sono certo uniti col battesimo, ma sono separati dalla sua piena comunione». Dobbiamo sempre ricordare che siamo pellegrini, e che peregriniamo insieme. A tale scopo bisogna affidare il cuore al compagno di strada senza sospetti, senza diffidenze.

Il tema della Settimana di quest’anno. “Cercate di essere veramente giusti e così resterete in vita e possederete la terra che il Signore, vostro Dio, sta per darvi”, recita il versetto del Deuteronomio (16,20) al centro della celebrazione della Settimana di preghiera per l’unità. Il Libro del Deuteronomio presenta una serie di discorsi pronunciati da Mosè al termine della sua vita. Egli ricorda alle nuove generazioni le leggi del Signore, mentre contempla da lontano la Terra Promessa. Quelle leggi sono garanzia di vita e di benessere per il suo popolo perché, se le rispetterà, potrà realizzare il progetto dell’Alleanza con Dio. Uno di questi comportamenti riguarda il perseguimento della giustizia. Prima di tutto nei riguardi di Dio stesso, riconoscendolo come unico Signore, e poi nei confronti degli altri, in particolare i poveri.

La proposta del tema della giustizia per questa settimana è stata fatta dalla Chiesa in Indonesia: l’86% della sua popolazione si professa musulmana, ma il 10% degli indonesiani è costituito da cristiani di varie tradizioni qui, come altrove, alla ricerca di una sempre maggiore riconciliazione e unità, per dare un segno a un mondo in cui corruzione, avidità e ingiustizia causano disuguaglianza e divisione.

La scelta di concentrare la preghiera sulla giustizia deriva dalla storia del Paese, che conta più di 17.000 isole e oltre 1300 differenti gruppi etnici. In questa realtà variegata, multi culturale e multi linguistica, gli indonesiani

hanno vissuto e vivono secondo il principio di ‘gotong royong’ che significa ‘vivere nella solidarietà e nella collaborazione’. Ma questa armonia è oggi minacciata in modi nuovi. La crescita economica registrata di

recente è stata costruita su un sistema competitivo e la corruzione colpisce la politica e il mondo degli affari, spesso con conseguenze devastanti per l’ambiente e la giustizia. Così, i cristiani in Indonesia hanno trovato che le parole ‘Cercate di essere veramente giusti’ potevano essere applicate alla loro situazione. C’è anche una presa di coscienza delle proprie colpe nei cristiani dell’Indonesia che non temono di riconoscere: “Come singoli e come comunità siamo spesso complici di ingiustizie, di incomprensioni e di lotte. Come cristiani, si legge ancora nelle loro riflessioni, “siamo chiamati a rendere una testimonianza comune in favore della giustizia, e ad essere uno strumento della grazia guaritrice di Dio in un mondo lacerato”.

Preghiera per l’unità dei cristiani

Padre, tu ci chiami alla comunione.
Ti preghiamo: nessuna chiesa si indurisca nella sua particolarità,
ogni cristiano custodisca l’esigenza dell’unità
e la ricchezza della diversità.
La tua Parola penetri in noi: ci ammaestri per costruire comunità di fede,

di misericordia e di unità.
Non si indurisca il nostro cuore:
l’eucaristia ci renda come Gesù,
liberi da pregiudizi e meschinità.
Donaci, Padre, la gioia del cuore semplice e unificato.

Ricominciamo dal rispetto. L’augurio del Capo dello Stato.

di Gianfranco Marcelli

in www. avvenire.it del 1 gennaio 2019

Con i toni sereni e pacati che gli sono propri, ma lanciando alcuni chiari segnali al Paese e a chi oggi lo governa, Sergio Mattarella ha rivolto lunedì sera agli italiani il settantesimo messaggio di Capodanno nella storia della Repubblica. Il Presidente ha chiuso la prima parte del suo discorso con l’invito a sentirsi fino in fondo una «comunità», capace di «condividere valori, prospettive, diritti e doveri». Una comunità, soprattutto, capace di rispettarsi al suo interno, disposta a rinunciare alla semina incessante dell’odio politico, del disprezzo sistematico, dell’insulto a buon mercato. La parola chiave di questo messaggio è forse proprio «rispetto», merce sempre più rara in un contesto politico e comunicativo dove negare anche la minima considerazione all’avversario viene sbandierato come un vanto o una qualità. Lo ha ricordato il 1 gennaio anche papa Francesco, in sintonia significativa con Mattarella, con il quale ha scambiato a distanza gli auguri per l’anno nuovo: «Mostrarsi cattivi talvolta pare persino sintomo di fortezza, ma è solo debolezza». È certamente necessario «battersi per le proprie idee», ma occorre «rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore». Questa non è «retorica dei buoni sentimenti», non si può sostenere che «la realtà è purtroppo un’altra; che vi sono tanti problemi e che bisogna pensare soprattutto alla sicurezza». La sicurezza, prosegue, non consiste in un difendersi dagli altri, ma si fonda proprio su questo sentirsi parte di un’unica comunità, di «un ambiente in cui tutti si sentano rispettati e rispettino le regole del vivere comune», perché la sicurezza nasce dal rispetto dell’altro. C’è poi il rispetto per le attese dei giovani, per la dignità degli anziani, per chi fa silenziosamente ogni giorno il proprio dovere. E in particolare, il rispetto per quella che il Presidente ha definito l’«Italia che ricuce»: ovvero quanti si spendono gratuitamente per i più sfortunati tra i nostri concittadini, spesso dimenticati dalle istituzioni. Qui il messaggio del Capo dello Stato sul Terzo Settore, minacciato da inasprimenti fiscali dalle conseguenze devastanti, non poteva essere più esplicito: niente «tasse sulla bontà», figlie di una logica punitiva e in ultima analisi autolesionista per le stesse finanze pubbliche. C’è inoltre, e non è un elemento secondario, quello che potremmo definire il rispetto per noi stessi, per la capacità del Paese di farcela nonostante tutti i cultori dell’autodenigrazione nazionale, contando sui traguardi raggiunti finora (come il Servizio sanitario nazionale che ha appena compiuto 40 anni) e sulle risorse di cui ancora disponiamo, nonostante le difficoltà innegabili che solo «il lavoro tenace, coerente, lungimirante» può affrontare. Ma è il fronte del rispetto per le istituzioni e per i suoi uomini quello che al Presidente premeva in particolar modo evidenziare, in un fine anno reso incandescente dal varo in extremis della manovra economica. Perché sarà vero che non è stato questo Governo a inaugurare la prassi di ridurre il Parlamento a mera sede di ratifica delle leggi, senza possibilità effettiva di discussione o di modifica, ma mai come questa volta si è assistito all’annullamento totale anche solo del tempo di lettura delle norme poste in votazione. Il messaggio parla di «grande compressione dell’esame parlamentare» e di «mancanza di un opportuno confronto con i corpi sociali», con l’invito a fare da adesso in poi, in sede di attuazione e di verifica dei provvedimenti assunti, quello che non si è fatto prima. È implicito l’avvertimento che il Quirinale svolgerà il suo compito è di vigilanza senza altri sconti. Mentre è molto netta e chiara, in tempi in cui si parla di soldati da usare per tappare le buche stradali della Capitale, la richiesta di non “snaturare” i compiti e le alte competenze delle Forze dell’ordine e delle Forze armate. Nonostante tutto Mattarella manifesta ancora fiducia nel Paese di cui incarna l’unità nazionale, gli esprime gratitudine e stima, forte delle tantissime esperienze di contatti ravvicinati con i mondi della solidarietà e del volontariato. Dopo questo messaggio, così ci sembra, l’Italia può ampiamente ricambiare.

La buona politica è al servizio della pace

Dal messaggio di Papa Francesco per la 52° Giornata mondiale della pace

Inviando in missione i suoi discepoli, Gesù dice loro: «In qualunque casa entriate, prima dite: “Pace a questa casa!”.  Offrire la pace è al cuore della missione dei discepoli di Cristo. E questa offerta è rivolta a tutti coloro che sperano nella pace in mezzo ai drammi e alle violenze della storia umana. La “casa” di cui parla Gesù è ogni famiglia, ogni comunità, ogni Paese, ogni continente, nella loro singolarità e nella loro storia; è prima di tutto ogni persona, senza distinzioni né discriminazioni. È anche la nostra “casa comune”: il pianeta in cui Dio ci ha posto ad abitare e del quale siamo chiamati a prenderci cura con sollecitudine.

Sia questo dunque anche il mio augurio all’inizio del nuovo anno: “Pace a questa casa!”.

La sfida della buona politica  Come sottolineava Papa San Paolo VI: «Prendere sul serio la politica significa affermare il dovere dell’uomo, di ogni uomo, di riconoscere la realtà concreta e il valore della libertà di scelta che gli è offerta per cercare di realizzare insieme il bene della città, della nazione, dell’umanità».  In effetti, la funzione e la responsabilità politica costituiscono una sfida permanente per tutti coloro che ricevono il mandato di servire il proprio Paese, di proteggere quanti vi abitano e di lavorare per porre le condizioni di un avvenire degno e giusto. Se attuata nel rispetto fondamentale della vita, della libertà e della dignità delle persone, la politica può diventare veramente una forma eminente di carità.

Accanto alle virtù, purtroppo, anche nella politica non mancano i vizi,  che indeboliscono l’ideale di un’autentica democrazia, sono la vergogna della vita pubblica e mettono in pericolo la pace sociale: la corruzione, la negazione del diritto, il non rispetto delle regole comunitarie, l’arricchimento illegale, la giustificazione del potere mediante la forza o col pretesto arbitrario della “ragion di Stato”, la tendenza a perpetuarsi nel potere, la xenofobia e il razzismo, il rifiuto di prendersi cura della Terra, lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali in ragione del profitto immediato, il disprezzo di coloro che sono stati costretti all’esilio. Quando l’esercizio del potere politico mira unicamente a salvaguardare gli interessi di taluni individui privilegiati, l’avvenire è compromesso e i giovani possono essere tentati dalla sfiducia, perché condannati a restare ai margini della società, senza possibilità di partecipare a un progetto per il futuro. Quando, invece, la politica si traduce, in concreto, nell’incoraggiamento dei giovani talenti e delle vocazioni che chiedono di realizzarsi, la pace si diffonde nelle coscienze e sui volti. Diventa una fiducia dinamica, che vuol dire “io mi fido di te e credo con te” nella possibilità di lavorare insieme per il bene comune. La politica è per la pace se si esprime, dunque, nel riconoscimento dei carismi e delle capacità di ogni persona.  La vita politica autentica, che si fonda sul diritto e su un dialogo leale tra i soggetti, si rinnova con la convinzione che ogni donna, ogni uomo e ogni generazione racchiudono in sé una promessa che può sprigionare nuove energie relazionali, intellettuali, culturali e spirituali. Una tale fiducia non è mai facile da vivere perché le relazioni umane sono complesse. In particolare, viviamo in questi tempi in un clima di sfiducia che si radica nella paura dell’altro o dell’estraneo, nell’ansia di perdere i propri vantaggi, e si manifesta purtroppo anche a livello politico, attraverso atteggiamenti di chiusura o nazionalismi che mettono in discussione quella fraternità di cui il nostro mondo globalizzato ha tanto bisogno. Oggi più che mai, le nostre società necessitano di “artigiani della pace” che possano essere messaggeri e testimoni autentici di Dio Padre che vuole il bene e la felicità della famiglia umana. Cento anni dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, oggi più di ieri conosciamo il terribile insegnamento delle guerre fratricide, cioè che la pace non può mai ridursi al solo equilibrio delle forze e della paura. Tenere l’altro sotto minaccia vuol dire ridurlo allo stato di oggetto e negarne la dignità. È la ragione per la quale riaffermiamo che l’escalation in termini di intimidazione, così come la proliferazione incontrollata delle armi, sono contrarie alla morale e alla ricerca di una vera concordia. Il terrore esercitato sulle persone più vulnerabili contribuisce all’esilio di intere popolazioni nella ricerca di una terra di pace. Non sono sostenibili i discorsi politici che tendono ad accusare i migranti di tutti i mali e a privare i poveri della speranza. Va invece ribadito che la pace si basa sul rispetto di ogni persona, qualunque sia la sua storia, sul rispetto del diritto e del bene comune, del creato che ci è stato affidato e della ricchezza morale trasmessa dalle generazioni passate.

Una sfida per tutti. La pace è frutto di un grande progetto politico che si fonda sulla responsabilità reciproca e sull’interdipendenza degli esseri umani, ma è anche una sfida che ci chiede di essere accolta giorno dopo giorno. La pace è una conversione del cuore e dell’anima, ed è facile riconoscere tre dimensioni indissociabili di questa pace interiore e comunitaria:

– la pace con sé stessi, rifiutando l’intransigenza, la collera e l’impazienza e, come consigliava San Francesco di Sales, esercitando “un po’ di dolcezza verso sé stessi”, per offrire “un po’ di dolcezza agli altri”;

– la pace con l’altro: il familiare, l’amico, lo straniero, il povero, il sofferente…; osando l’incontro e ascoltando il messaggio che porta con sé;

– la pace con il creato, riscoprendo la grandezza del dono di Dio e la parte di responsabilità che spetta a ciascuno di noi, come abitante del mondo, cittadino e attore dell’avvenire.