Quaresima 2019
Il tempo di quaresima è tempo propizio per un “ritorno al Signore”, attraverso un “ritorno a se stessi”.
I momenti comunitari sono allora occasione per «ricentrare» la propria vita spirituale e orientarla alla Pasqua di resurrezione.
Il nostro cammino quaresimale sarà scandito da questi momenti:
“Se oggi ascoltate la sua voce…”
Serata di riflessione e formazione sulla liturgia
26 febbraio – Basilica – ore 21.00
Questa serata intende proseguire il discorso avviato nel novembre scorso, quando abbiamo riflettuto sul nostro celebrare.
Questa volta approfondiremo il tema della “proclamazione della Parola di Dio” all’interno della messa.
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Mercoledì delle ceneri
6 marzo – Basilica – ore 20.00
È la celebrazione che dà inizio alla quaresima. Rappresenta un momento particolarmente ricco e significativo.
Insieme – come comunità – accogliamo l’invito del Signore alla conversione del cuore.
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Laboratori di Quaresima
12 marzo (a cura della equipe)
26 marzo (don Carlo Vinco, presbitero della diocesi di Verona)
Basilica – ore 21.00
I laboratori sono invito a fermarsi e a riflettere insieme sugli aspetti decisivi della vita umana e spirituale.
Quest’anno ci faremo guidare dal documento di Papa Francesco: “Gaudete et exsultate”, sulla santità nella vita quotidiana.
«Ritornate a me con tutto il cuore»
Liturgia penitenziale
1 aprile – Basilica – ore 21.00
La celebrazione del perdono di Dio è l’occasione per riconoscere come singoli e come comunità le fragilità che ci abitano e le ferite che provochiamo.
Soprattutto è opportunità per riconciliarci tra noi e rallegrarsi dell’amore smisurato di Dio Padre.
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Domenica comunitaria
14 aprile – Basilica – ore 17.00
Accompagnati da Sr. Grazia Papola, brillante biblista di Verona, ci metteremo in ascolto dei vangeli della Resurrezione per prepararci alla Pasqua.
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“Uomini e rinoceronti.
I chiaroscuri della nostra umanità”
Riflessioni sulla società, sul nostro paese e sulla Chiesa
Prof. Giuseppe Savagnone
– Venerdì 29 marzo – Chiesa di Castelnuovo R., ore 21.00 –
Lungo tutto il tempo di quaresima ci saranno diversi appuntamenti per celebrare personalmente il sacramento della riconciliazione:
don Luca sarà disponibile per le confessioni:
Sabato 2, 16, 30 marzo: dalle 18.00 alle 19.00 in Basilica
Sabato 6 aprile: dalle 18.00 alle 19.00 in Basilica
Sabato 13 aprile, dalle 17.00 alle 19.00 in Basilica
Sabato 20 aprile: dalle 10.00 alle 12.00 e dalle 16.00 alle 19.00 in Basilica
In nome di Dio e della “fratellanza umana”
Il documento sulla “Fratellanza umana” del Grande Imam di Al-Azhar edi Sua Santità Papa Francesco
La fede porta il credente a vedere nell’altro un fratello da sostenere e da amare. Dalla fede in Dio, che ha creato l’universo, le creature e tutti gli esseri umani – uguali per la Sua Misericordia –, il credente è chiamato a esprimere questa fratellanza umana, salvaguardando il creato e tutto l’universo e sostenendo ogni persona, specialmente le più bisognose e povere.
Partendo da questo valore trascendente, in diversi incontri dominati da un’atmosfera di fratellanza e amicizia, abbiamo condiviso le gioie, le tristezze e i problemi del mondo contemporaneo, al livello del progresso scientifico e tecnico, delle conquiste terapeutiche, dell’era digitale, dei mass media, delle comunicazioni; al livello della povertà, delle guerre e delle afflizioni di tanti fratelli e sorelle in diverse parti del mondo, a causa della corsa agli armamenti, delle ingiustizie sociali, della corruzione, delle disuguaglianze, del degrado morale, del terrorismo, della discriminazione, dell’estremismo e di tanti altri motivi.
Da questi fraterni e sinceri confronti, che abbiamo avuto, e dall’incontro pieno di speranza in un futuro luminoso per tutti gli esseri umani, è nata l’idea di questo “Documento sulla Fratellanza Umana”. Un documento ragionato con sincerità e serietà per essere una dichiarazione comune di buone e leali volontà, tale da invitare tutte le persone che portano nel cuore la fede in Dio e la fede nella fratellanza umana a unirsi e a lavorare insieme, affinché esso diventi una guida per le nuove generazioni verso la cultura del reciproco rispetto, nella comprensione della grande grazia divina che rende tutti gli esseri umani fratelli.
Per leggere l’intero documento clicca qui
Seminatori di speranza
Messaggio alla città del vescovo Erio in occasione della festa di San Geminiano.
La speranza non è solo l’ultima a morire, come dice il proverbio, ma è soprattutto la prima e fondamentale spinta a vivere. Una persona senza speranza si lascia spegnere o al massimo si rassegna a sopravvivere. Noi mettiamo però in gioco la speranza non solo di fronte all’orizzonte finale dell’esistenza, ma anche nelle piccole scelte di ogni giorno.
L’uomo vive in quanto progetta, cioè letteralmente “getta avanti” a sé, tende verso una mèta, grande o piccola che sia. Viceversa, muore interiormente se non scorge più dei traguardi davanti a sé: allora si sente inutile e si lascia andare. Le speranze degli individui si travasano nella comunità e le speranze che sostengono una comunità influenzano gli individui. Esiste un’osmosi della speranza tra singoli e società. Per questo si parla anche di speranza sociale, intendendo la passione con cui una comunità “getta avanti” a sé lo sguardo e si muove su orizzonti di futuro. Uno degli indicatori della speranza sociale è la questione demografica. Da qualche tempo l’espressione segnala la decrescita della popolazione, ossia la differenza negativa tra i morti e i nati nell’arco di un anno. In Italia questa forbice è diventata così ampia da destare serie preoccupazioni: negli ultimi anni lo sbilancio tra nati e morti è di circa 190.000 persone all’anno. Per trovare un saldo più negativo di questo dobbiamo andare indietro di un secolo. Non è certo necessario dimostrare la correlazione tra il cosiddetto tasso di natalità di un paese e la capacità di progettare il futuro. In una società che invecchia prevale facilmente la nostalgia sulla fiducia, il lamento sul sogno, il rimpianto sulla novità. […] A buon diritto gli studiosi parlano di invecchiamento dell’Italia. La proporzione tra giovani e anziani in un paese è stata paragonata a una piramide, che è solida quando possiede una buona e larga base e poi sale, riducendosi, fino ad una punta anche molto elevata. La base della piramide è formata dai bambini, ragazzi e giovani; il corpo centrale dagli adulti e la punta dagli anziani. Noi da qualche anno stiamo andando verso una sorta di piramide rovesciata. Forse anche per questo motivo i giovani si sentono scarsamente propensi a “pro-gettare” il
loro futuro. Se l’invecchiamento in Italia è un dato di fatto, l’interpretazione del dato, le cause del fenomeno e le proiezioni sono invece oggetto di discussione. Le cause sono innumerevoli e difficili da districare. […] Ormai da tempo gli esperti segnalano la situazione a chiunque possa intervenire, partendo dai politici e dai governanti. La politica però non sembra ritagliata sulle grandi speranze, ma su quelle di corto raggio. Di qui la frequente adozione di provvedimenti-tampone anziché misure strutturali ad ampio respiro. Di fatto le politiche economiche nazionali hanno favorito piuttosto i singoli rispetto alle famiglie. […] I paesi occidentali che hanno effettivamente sostenuto la famiglia con politiche sociali incisive e concrete a tutela della genitorialità, destinandovi risorse percentualmente maggiori e persino doppie o triple rispetto a quelle italiane, sono riusciti a frenare l’inverno demografico. Le piste sono tracciate da tempo, come dimostrano le esperienze positive di questi paesi: ingresso più celere dei giovani nel mercato del lavoro; maggiori incentivi alla professionalità femminile che non costringa la donna a scegliere tra lavoro e maternità; la riduzione del costo dei figli attraverso il quoziente familiare, gli incentivi fiscali e la disponibilità di servizi per l’infanzia a costo accessibile e ragionevole; le agevolazioni alle coppie che si impegnano a costituire una famiglia anche per l’accesso alla prima casa. Sono politiche per le quali ovviamente servono risorse, il cui impiego verrebbe però abbondantemente compensato, anche dal punto di vista economico. […]
Una gestione equilibrata e lungimirante del fenomeno migratorio può pure concorrere a migliorare la situazione. Una saggia politica di regolazione dei flussi migratori evita infatti di alimentare le paure e di evocare lo spettro dell’invasione e cerca piuttosto di promuovere l’inclusione sociale degli immigrati, che favorisce la crescita economica in Italia, come dimostrano le statistiche. È chiaro comunque che i migranti non possono essere visti come “la soluzione” del problema demografico. Prima di tutto perché gli arrivi in Italia sono drasticamente diminuiti nel 2018 rispetto agli anni precedenti: poco più di 23.000, quasi 100.000 in meno rispetto al 2017 e quasi 160.000 in meno rispetto al 2016. Una volta integrati in Italia, del resto, gli immigrati tendono ad imitare il comportamento dei nativi anche per quanto riguarda il numero dei figli. A proposito di migrazioni, infine, è bene ricordare anche il flusso in uscita: si mantiene infatti costante l’emigrazione annua “definitiva” verso l’estero di oltre 100.000 italiani, una parte consistente dei quali sono giovani in cerca di impiego. Ciò significa che si corre il rischio di lasciare uscire dall’Italia maggiori potenzialità di quante se ne lascino entrare. Quelli appena delineati non sono ovviamente obiettivi semplici e di corto raggio. Sono però obiettivi gradualmente perseguibili, a patto di impostare le scelte pensando alle prossime generazioni più che alle prossime elezioni. Qualcuno dovrà pur rischiare una certa impopolarità nel presente per garantire un mondo migliore nel futuro. Concludo accennando al contributo che le comunità cristiane possono offrire, insieme a tutti coloro che hanno a cuore il bene comune. […] La Chiesa è chiamata a seminare speranza: dentro la grande e fondamentale speranza della vita oltre la morte, dentro le piccole e quotidiane speranze che sostengono la vita terrena, perché l’inverno demografico lasci gradualmente il campo alla primavera.
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“Voi siete l’adesso di Dio”. Papa Francesco ai giovani
Omelia per la messa della Giornata Mondiale della Gioventù a Panamà.
«Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: “Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato”» (Lc 4,20-21).
Così il Vangelo ci presenta l’inizio della missione pubblica di Gesù. Lo presenta nella sinagoga che lo ha visto crescere, circondato da conoscenti e vicini e chissà forse anche da qualche sua “catechista” di infanzia che gli ha insegnato la legge. Momento importante nella vita del Maestro, con cui il bambino che si era formato ed era cresciuto in seno a quella comunità, si alzava in piedi e prendeva la parola per annunciare e attuare il sogno di Dio. Una parola proclamata fino ad allora solo come promessa di futuro, ma che in bocca a Gesù si poteva solo dire al presente, facendosi realtà: «Oggi si è compiuta».
Gesù rivela l’adesso di Dio che ci viene incontro per chiamare anche noi a prendere parte al suo adesso, in cui «portare ai poveri il lieto annuncio», «proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista», «rimettere in libertà gli oppressi» e «proclamare l’anno di grazia del Signore». È l’adesso di Dio che con Gesù si fa presente, si fa volto, carne, amore di misericordia che non aspetta situazioni ideali o perfette per la sua manifestazione, né accetta scuse per la sua realizzazione. Egli è il tempo di Dio che rende giusti e opportuni ogni situazione e ogni spazio. In Gesù inizia e si fa vita il futuro promesso.
Quando? Adesso. Ma non tutti quelli che là lo ascoltarono si sono sentiti invitati o convocati. Non tutti i vicini di Nazaret erano pronti a credere in qualcuno che conoscevano e avevano visto crescere e che li invitava a realizzare un sogno tanto atteso. Anzi, dicevano: “Ma non è il figlio di Giuseppe?”.
Anche a noi può succedere la stessa cosa. Non sempre crediamo che Dio possa essere tanto concreto e quotidiano, tanto vicino e reale, e meno ancora che si faccia tanto presente e agisca attraverso qualche persona conosciuta come può essere un vicino, un amico, un familiare. Non sempre crediamo che il Signore ci possa invitare a lavorare e a sporcarci le mani insieme a Lui nel suo Regno in modo così semplice ma incisivo. Ci costa accettare che «l’amore divino si faccia concreto e quasi sperimentabile nella storia con tutte le sue vicissitudini dolorose e gloriose».
E non sono poche le volte in cui ci comportiamo come i vicini di Nazaret, quando preferiamo un Dio a distanza: bello, buono, generoso, ben disegnato, ma distante e, soprattutto che non scomodi, un Dio “addomesticato”. Perché un Dio vicino e quotidiano, un Dio amico e fratello ci chiede di imparare vicinanza, quotidianità e soprattutto fraternità. Egli non ha voluto manifestarsi in modo angelico o spettacolare, ma ha voluto donarci un volto fraterno e amico, concreto, familiare. Dio è reale perché l’amore è reale, Dio è concreto perché l’amore è concreto. Ed è precisamente questa «concretezza dell’amore ciò che costituisce uno degli elementi essenziali della vita dei cristiani».
Anche noi possiamo correre gli stessi rischi della gente di Nazaret, quando nelle nostre comunità il Vangelo vuole farsi vita concreta e cominciamo a dire: “ma questi ragazzi, non sono figli di Maria, di Giuseppe, non sono fratelli di?… parenti di…? Questi non sono i ragazzini che noi abbiamo aiutato a crescere?… Che stia zitto, come possiamo credergli? Quello là, non era quello che rompeva sempre i vetri col pallone?”. E uno che è nato per essere profezia e annuncio del Regno di Dio viene addomesticato e impoverito. Voler addomesticare la Parola di Dio è una tentazione di tutti i giorni.
E anche a voi, cari giovani, può succedere lo stesso ogni volta che pensate che la vostra missione, la vostra vocazione, perfino la vostra vita è una promessa che però vale solo per il futuro e non ha niente a che vedere col presente. Come se essere giovani fosse sinonimo di “sala d’attesa” per chi aspetta il turno della propria ora. E nel “frattanto” di quell’ora, inventiamo per voi o voi stessi inventate un futuro igienicamente ben impacchettato e senza conseguenze, ben costruito e garantito e con tutto “ben assicurato”. Non vogliamo offrirvi un futuro di laboratorio! È la “finzione” della gioia, non la gioia dell’oggi, del concreto, dell’amore. E così con questa finzione della gioia vi “tranquillizziamo”, vi addormentiamo perché non facciate rumore, perché non disturbiate troppo, non facciate domande a voi stessi e a noi, perché non mettiate in discussione voi stessi e noi; e in questo “frattanto” i vostri sogni perdono quota, diventano striscianti, cominciano ad addormentarsi e sono “illusioni” piccole e tristi, solo perché consideriamo o considerate che non è ancora il vostro adesso; che siete troppo giovani per coinvolgervi nel sognare e costruire il domani. E così continuiamo a rimandarvi… E sapete una cosa? A molti giovani questo piace. Per favore, aiutiamoli a fare in modo che non gli piaccia, che reagiscano, che vogliano vivere l’“adesso” di Dio.
Uno dei frutti del recente Sinodo è stata la ricchezza di poterci incontrare e, soprattutto, ascoltare. La ricchezza dell’ascolto tra generazioni, la ricchezza dello scambio e il valore di riconoscere che abbiamo bisogno gli uni degli altri, che dobbiamo sforzarci di favorire canali e spazi in cui coinvolgerci nel sognare e costruire il domani già da oggi. Ma non isolatamente, uniti, creando uno spazio in comune. Uno spazio che non si regala né lo vinciamo alla lotteria, ma uno spazio per cui anche voi dovete combattere. Voi giovani dovete combattere per il vostro spazio oggi, perché la vita è oggi. Nessuno ti può promettere un giorno del domani: la tua vita è oggi, il tuo metterti in gioco è oggi, il tuo spazio è oggi. Come stai rispondendo a questo?
Voi, cari giovani, non siete il futuro. Ci piace dire: “Voi siete il futuro…”. No, siete il presente! Non siete il futuro di Dio: voi giovani siete l’adesso di Dio! Lui vi convoca, vi chiama nelle vostre comunità, vi chiama nelle vostre città ad andare in cerca dei nonni, degli adulti; ad alzarvi in piedi e insieme a loro prendere la parola e realizzare il sogno con cui il Signore vi ha sognato.
Non domani, adesso, perché lì, adesso, dov’è il tuo tesoro, lì c’è anche il tuo cuore (cfr Mt 6,21); e ciò che vi innamora conquisterà non solo la vostra immaginazione, ma coinvolgerà tutto. Sarà quello che vi fa alzare al mattino e vi sprona nei momenti di stanchezza, quello che vi spezzerà il cuore e che vi riempirà di meraviglia, di gioia e di gratitudine. Sentite di avere una missione e innamoratevene, e da questo dipenderà tutto (cfr Pedro Arrupe, S.J., Nada es más práctico). Potremo avere tutto, ma, cari giovani, se manca la passione dell’amore, mancherà tutto. La passione dell’amore oggi! Lasciamo che il Signore ci faccia innamorare e ci porti verso il domani!
Per Gesù non c’è un “frattanto”, ma un amore di misericordia che vuole penetrare nel cuore e conquistarlo. Egli vuole essere il nostro tesoro, perché Gesù non è un “frattanto” nella vita o una moda passeggera, è amore di donazione che invita a donarsi.
È amore concreto, di oggi vicino, reale; è gioia festosa che nasce scegliendo di partecipare alla pesca miracolosa della speranza e della carità, della solidarietà e della fraternità di fronte a tanti sguardi paralizzati e paralizzanti per le paure e l’esclusione, la speculazione e la manipolazione.
Fratelli, il Signore e la sua missione non sono un “frattanto” nella nostra vita, qualcosa di passeggero, non sono soltanto una Giornata Mondiale della Gioventù: sono la nostra vita di oggi e per il cammino!
Per tutti questi giorni in modo speciale ci ha accompagnato come una musica di sottofondo il fiat di Maria. Lei non solo ha creduto in Dio e nelle sue promesse come qualcosa di possibile, ha creduto a Dio e ha avuto il coraggio di dire “sì” per partecipare a questo adesso del Signore. Ha sentito di avere una missione, si è innamorata e questo ha deciso tutto. Che voi possiate sentire di avere una missione, che vi lasciate innamorare, e il Signore deciderà tutto.
E come avvenne nella sinagoga di Nazaret, il Signore, in mezzo a noi, ai suoi amici e conoscenti, di nuovo si alza in piedi, prende il libro e ci dice: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato» (Lc 4,21).
Cari giovani, volete vivere la concretezza del suo amore? Il vostro “sì” continui ad essere la porta d’ingresso affinché lo Spirito Santo doni una nuova Pentecoste, alla Chiesa e al mondo. Così sia.
Abbiamo bisogno del Natale
Abbiamo bisogno del Natale, oggi più che mai. Percepiamo attorno a noi un clima pesante. Aumentano i gesti di disprezzo, la violenza verbale e non meno – purtroppo – quella fisica, anche tra le mura domestiche. Al dialogo e al confronto si sostituiscono spesso parole offensive e che intendono svalutare l’altro. C’è bisogno del Natale, ma non come festa che – magicamente – ci rende almeno per un giorno «tutti più buoni». Non servirebbe a nulla ritrovare la bontà se non trasformasse nel profondo i nostri atteggiamenti e soprattutto il nostro sguardo.
No, abbiamo bisogno del Natale perché abbiamo bisogno di sentire che Dio ama la nostra fragilità. Il Natale è questo: fare memoria di un Dio che si è fatto umano, che ama a tal punto la nostra natura terrena e terrestre da assumerla per essere Emmanuele, il «Dio con noi».
In Gesù che nasce vediamo il Dio che non disprezza la nostra fragilità, ma la fa sua come occasione per amare. La mitezza del bambino, il suo affidarsi alle cure di una coppia «precaria» come Maria e Giuseppe, ci ricordano che Dio non teme l’uomo, ma chiede di essere suoi collaboratori perché la tenerezza e la bontà di Dio siano raccontate a tutti gli uomini.
Tuttavia i vangeli ci raccontano che questo riconoscimento di Dio, nella carne fragile di un bambino, non è operazione semplice. Esige un cambio di atteggiamento che sintetizzerei in tre parole: silenzio, meraviglia, pazienza.
La nascita del Signore Gesù avviene nel silenzio. Le parole sono poche, sobrie. Prevale il silenzio. Al frastuono dei potenti, al chiacchiericcio di chi vuole capire senza però implicarsi, si contrappongono le parole misurate, le domande che risuonano nell’intimo, e gli inviti a muoversi di Maria e Giuseppe, come dei pastori o dei magi.
Chi accoglie il bambino sperimenta la meraviglia e lo stupore. Meraviglia per aver scoperto che Dio si è fatto prossimo, che nella nostra vita ordinaria, segnata dalle fatiche e dagli imprevisti, dalle speranze come dalle delusioni, proprio a noi, Dio vuole farsi accanto. A dei poveri pastori disprezzati da tutti, o a dei «cercatori di Dio di altri paesi» come i magi. Non i palazzi dei potenti, non i sontuosi luoghi religiosi, ma la semplice concretezza della vita presente sono gli spazi dove Dio vuole farsi carne e rivelarsi.
Ma per riconoscere fino in fondo questa presenza occorre pazienza. Non basta l’incontro, la meraviglia e il silenzio del cuore. Occorre la pazienza di custodire questo incontro a lungo, lasciarlo risuonare nei propri pensieri come nel proprio cuore. Occorre permettere che questa novità rischiari, lentamente, le nostre storie.
Abbiamo bisogno del Natale, oggi. Abbiamo bisogno di ritrovare il silenzio che custodisce le parole buone e sensate. Abbiamo bisogno di ritrovare la meraviglia per il bene che ci viene incontro e che spesso sottovalutiamo. Solo un cuore e uno sguardo aperti alla novità, disponibile a riconoscere che qualcosa di inedito sta accadendo nella nostra vita, possono restituirci la gioia di sentirci raggiunti dal dono di Dio. Siamo troppo abituati a pensare che in fondo «non c’è niente di nuovo sotto il sole». Eppure, anche un bambino in fasce e una famiglia povera e costretta ad emigrare, come quella di Maria e Giuseppe, possono raccontare un Dio che ama la nostra vita nella sua ordinarietà.
Abbiamo bisogno della pazienza, perché il Dio di Gesù non si impone, non fa violenza. Ci chiede di frequentarlo con fedeltà e perseveranza; ci chiede di accettare di mettere da parte le nostre pretese del «tutto e subito». Solo così questo incontro potrà trasformare profondamente le nostre vite.
Non temiamo di intraprendere questo cammino. Anche noi alziamoci e «andiamo fino a Betlemme a vedere questo avvenimento» come dicono i pastori. Solo così la novità del Natale potrà illuminare a lungo i nostri giorni.
don Luca
“Celebrare assieme” – Una serata di formazione liturgica a San Cesario
La comunità cristiana di San Cesario celebra bene, con cura. Le nostre messe esprimono il bello della fede e realmente costruiscono la nostra comunità. Proprio perché abbiamo questa sensibilità, questa riflessione intende approfondire «perché celebrare e celebrare in un certo modo, fa crescere la fede»; e di conseguenza: Come un certo modo di celebrare – al contrario – impoverisce la fede.
Partiamo da un breve racconto tratto dal «Piccolo principe»
Buon giorno”,
disse il piccolo principe.
“Buon giorno”, disse il mercante.
Era un mercante di pillole perfezionate
che calmavano la sete.
Se ne inghiottiva una alla settimana
e non si sentiva più il bisogno di bere.
“Perché’ vendi questa roba?” disse il piccolo principe.
“E’ una grossa economia di tempo”, disse il mercante.
“Gli esperti hanno fatto dei calcoli.
Si risparmiano cinquantatré minuti la settimana”.
“E che cosa se ne fa di questi cinquantatré minuti?”
“Se ne fa quel che si vuole…”
“Io”, disse il piccolo principe,
“se avessi cinquantatré’ minuti da spendere,
camminerei adagio adagio verso una fontana…”
Con la domenica e la messa possiamo correre il rischio di vivere una esperienza simile a quella descritta nel brano de «Il piccolo principe». Alla domenica e alla celebrazione rischiamo di chiedere il “tutto e subito”, quasi che si potesse afferrare in un attimo, in quarantacinque minuti, quello che la settimana o la vita ordinaria non ci permettono.
Il piccolo principe, invece, propone di camminare adagio verso la fontana. Camminare, cioè, muoversi, attivare il corpo e il desiderio. Adagio, per gustare il cammino e non divorare il tempo. Verso la fontana, simbolo delle sorgenti sacre della vita. La domenica è il tempo donato da Dio per caminare adagio verso la sorgente eucaristica della vita. Perché l’eucarestia è per il cristiano. la sorgente da cui sgorga l’acqua viva della Parola di Dio che si fa di nuovo carne e sangue.
Il titolo un po’ provocatorio («L’importante è partecipare»), intende mettere al centro la questione fondamentale:
nella celebrazione siamo tutti coinvolti e tutti partecipi.
Si tratta di una delle consapevolezze più decisive emerse dal Concilio Vaticano II. Il popolo di Dio, radunato, partecipa alla celebrazione. Non semplicemente assiste, ma è «concelebrante», attraverso una serie di azioni che, ora il presbitero, ora il lettore, ora il salmista, ecc…coinvolgono l’intera comunità.
Chi interviene si fa «voce», si fa «gesto» per e assieme alla assemblea, ma mai «al posto di…», cioè esonerandoci. Liturgia significa «azione del popolo e per il popolo», ovvero quello che noi facciamo davanti a Dio perché Egli sia con noi e si riveli a noi.
Questa partecipazione avviene prima di tutto lasciandosi immergere dalla celebrazione. Cosa intendiamo dire? Se pensiamo a certe esperienze della nostra vita ordinaria, ci rendiamo conto che si comprendono esclusivamente vivendole, prima ancora di capirne il senso a livello intellettuale. I termine corretto è pertanto immersione. Essere circondati, essere dentro. La liturgia la si comprende vivendola. L’esperienza di fede, del resto, non è tanto stare davanti a Dio, o Dio in me, ma stare in Dio. Ci lasciamo avvolgere dalla esperienza liturgica. Il termine più giusto allora non è capire, bensì com-prendere. Entrare con tutto noi stessi in una esperienza fatta di parola, gesti, tatto, odorato, suoni, voce, canto, movimento.
Infatti ci sono esperienze e consapevolezze che non si possono capire, fare nostre, se non vivendole. Solo grazie ad azioni o gesti che instillano in noi una nuova consapevolezza, solo grazie ad un linguaggio diverso, possiamo vivere l’esperienza di fede. Sono soprattutto i linguaggi simbolici, come il linguaggio poetico, dell’arte (musica), del muoversi.
Per questo motivo occorre entrare nella liturgia con tutto il proprio corpo, non solo con la testa. Siamo spesso intimiditi nell’usare il corpo, nel dare legittimità, spazio, libertà e valore al corpo e ai suoi movimenti, alle sue emozioni, alle sue espressioni. Invece la liturgia vive ed è decisiva grazie a tanti linguaggi, dove quello verbale e quello concettuale è uno solo di questi e, per certi versi, nemmeno il più decisivo.
Si vive l’esperienza di fede attraverso i cinque sensi: il tatto, il gusto, l’udito e la voce, l’olfatto, la vista. Noi entriamo nella liturgia con questi sensi. Anzi, il primo è sempre il tatto. Eppure ci concentriamo sul cervello. Per questo è importante un certo modo di cantare, di muoversi, di apparecchiare la mensa e la Parola, le luci, i movimenti, o l’accostarsi al pane e al vino…
Sono esperienze spirituali.
Infatti ciò che è esteriore incide sull’interiore. Non è vero che ciò che conta è l’interiorità a prescindere dal corpo e dall’esteriorità.
Questo è un esito della mentalità illuminista che abbiamo portato dentro la chiesa e che ancora ci limita tantissimo. Tuttavia, se ci pensate, nella realtà normale, quella che viviamo tutti i giorni, non è così. Siamo consapevoli che l’esterno incide sull’interno. Corpo e interiorità sono una cosa sola. Molte cose le impariamo dal corpo e col corpo, prima ancora che diventino concetto, riflessione, convinzione pensata.
«Eppure conta il cuore» – diciamo spesso. NO! Conta il cuore che sente, che si interroga perché scaldato da un canto, raggiunto da una parola attraverso una voce, toccato da un movimento, da un contatto, da un incontro di sguardi.
Oppure dal silenzio.
Un ultimo, ma non meno importante, aspetto è la comunità. Essa è fondamentale.
La liturgia è azione del popolo quindi di un «noi». Non è esperienza individuale. Personale, sì, cioè che vivo in quanto persona credente e figlio di Dio, ma dentro una comunità. Non è esperienza di isolamento (mi ritaglio uno spazio per me). Quello che raggiunge me, mi raggiunge attraverso e grazie ad un NOI!
Non esiste esperienza di fede senza un noi.
Lo dice bene sempre il Concilio Vaticano II nel documento sulla liturgia (Sacrosanctum Concilium) al n° 26:
Le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è «sacramento dell’unità», cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; ma i singoli membri vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e della partecipazione effettiva.
Il tempo di Avvento
«Il tempo di Avvento ha una duplice caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini e, contemporaneamente, è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi».
In questo periodo, infatti, la comunità cristiana si prepara a fare memoria dell’Incarnazione del Verbo, quando Dio, nella pienezza del tempo, mandò il suo Figlio, nato da donna», ma anche attende trepidante il ritorno glorioso del Cristo alla fine dei tempi. La compresenza e la complementarietà tra la tensione della Chiesa che attende con gioia il compiersi definitivo della redenzione e la memoria grata del «mirabile scambio» tra divinità e umanità è ben testimoniata dalle parole della liturgia. Ad esempio:
«Ascolta, o Padre, le preghiere del tuo popolo in attesa del tuo Figlio che viene nell’umiltà della condizione umana: la nostra gioia si compia alla fine dei tempi quando egli verrà nella gloria».
Seppur accentuate alternativamente, la liturgia di tutto l’Avvento, pertanto, contempla ambedue le venute di Cristo in un profondo rapporto. «Le letture del Vangelo hanno nelle singole domeniche una loro caratteristica propria: si riferiscono alla venuta del Signore alla fine dei tempi (I domenica), a Giovanni Battista (II e III domenica); agli antefatti immediati della nascita del Signore (IV domenica). Le letture dell’Antico Testamento sono profezie sul Messia e sul tempo messianico, tratte soprattutto dal libro di Isaia».
La canonica “casa della comunità”
La ristrutturazione della nostra canonica è in via di completamento: probabilmente attorno alla fine di novembre dovrebbe esserci consegnata.
Come questa scelta è partita da lontano, così, anche ora che i lavori stanno per concludersi, occorre valorizzarla e soprattutto sostenere le spese future che essa comporta.
La parrocchia ha deciso di investire tutto il suo patrimonio su questo progetto e, per coprire interamente la spesa, ha sottoscritto un mutuo di 120.000 € della durata di 15 anni, con rimborso in 180 rate mensili dell’importo di circa 800 € cadauna, che abbiamo iniziato a pagare già dallo scorso mese di agosto.
Se la comunità ha deciso di sostenere questo investimento è perché sente la canonica come «sua», non come proprietà, ma come luogo nel quale e attraverso il quale annuncia il vangelo.
La canonica, lo abbiamo detto più volte, non è la «casa del parroco», ma è la «casa della comunità».
La «casa» rappresenta il luogo delle relazioni fraterne e più intime, è il luogo dove esprimiamo noi stessi, dove accogliamo gli altri e li rendiamo partecipi della nostra vita, dei nostri desideri, dei valori che condividiamo. Ogni spazio, ogni oggetto, ma soprattutto le persone che la abitano, esprimono accoglienza, cura, attenzione per chi entra.
Questo vorrebbe rappresentare la canonica: un luogo capace di dire, con la sua presenza e le sue porte aperte, un’ accoglienza verso chiunque desideri condividere il vangelo. La canonica è vangelo – cioè buona notizia – già in sé. Nel suo essere luogo aperto, accogliente, curato. E’ anch’ essa luogo della formazione, della crescita umana e spirituale. Assieme alla basilica rappresenta la «soglia» capace di attirare e fare entrare le persone, e – attraverso queste «soglie» – poter offrire una parola di Vangelo per la vita.
Per questo motivo è importante che sia «bella» e sia custodita come tale. La «bellezza» di un luogo – pur nella sua semplicità e sobrietà – racconta la bellezza del Vangelo, di un Dio che vede «buone» tutte le cose. Racconta la dignità delle persone che accogliamo, per le quali è giusto donare il meglio di noi e il «bello» che possiamo offrire.
Tutti noi dobbiamo sentirci – per questo – responsabili e gioiosamente coinvolti nel custodire, valorizzare e sostenere la «casa della comunità». Ognuno secondo le proprie possibilità, il tempo a disposizione, la competenza e la creatività che può offrire.
Siamo certi che la nostra «casa della comunità» sia importante e preziosa non solo per noi, ma soprattutto per le generazioni future e per questo siamo grati per quello che sapremo ancora offrire come contributo personale.

