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Una stalla accogliente

Messaggio di Natale 2018
del vescovo Erio Castellucci
Forse mai nella storia si erano dati appuntamento tanti significati in un solo luogo.
E non era un luogo solenne, di quelli che ospitano eventi epocali: non era una reggia imperiale e neppure un palazzo nobile; non era un tempio maestoso e nemmeno una villa principesca. Tutt’altro: era una stalla. Uno spazio abitato dagli animali, poco adatto come culla dell’uomo. E ancora meno come culla del Figlio di Dio. Eppure proprio lì, su una mangiatoia, viene alla luce Gesù. La stalla di Betlemme, luogo trascurabile di un villaggio secondario di un paese periferico, diventa il centro del mondo. Diventa l’incrocio dei destini umani e dei più grandi valori che li custodiscono: l’accoglienza della vita nascente e l’ospitalità dei poveri.
Gesù che nasce nella stalla è prima di tutto un bimbo concepito che viene accolto dai genitori, un piccolo corpo accudito e sfamato, abbracciato e accarezzato. Rappresenta, questo neonato, tutti i bimbi accolti nel mondo, ma anche tutti i bimbi che dal grembo materno non vedranno la luce, non saranno accolti. Una ferita profonda per la civiltà, non riuscire ad ospitare la vita nascente, la vita fragile di un piccolo essere umano. Gesù che nasce nella stalla è poi un bimbo rifiutato dai ricchi, che badavano al profitto e respinsero Giuseppe e Maria, gente del popolo: “non c’era posto per loro nella locanda”. Non potevano pagare ed erano oltretutto forestieri; avevano tutta l’aria di essere nomadi o, chissà, forse sfollati. Meglio non rischiare: nessuna casa per quella madre gravida, nessun riparo per quei giovani girovaghi. Un’altra ferita profonda per la civiltà, il rifiuto della vita indigente, del forestiero e del povero. La stalla di Betlemme diventa la casa della vita nascente e della vita indigente.
L’accoglienza di una vita spuntata dal grembo e di una vita uscita dal barcone sono gli indicatori del grado di civiltà di un popolo. Non l’uno o l’altro, ma l’uno e l’altro. Betlemme unisce ciò che spesso gli uomini dividono, e i cristiani stessi separano, schierandosi tra due file contrapposte: quelli che difendono la vita del grembo e quelli che difendono la vita del barcone. Come se fossero due vite dotate di diversa dignità, come se le fragilità fossero di serie A e di serie B. La vita è vita: punto.
Che sia nel grembo o sul barcone, trae la sua dignità dal fatto che esiste, che c’è, e non dal corrispondere ai criteri esterni imposti da una società: criteri che ricordano a volte i calcoli di convenienza di quegli albergatori palestinesi. Sono inaccettabili per la coscienza perfino le leggi e le norme dello Stato, quando permettono e programmano lo scarto della vita nel grembo o nel barcone, quando legalizzano sommariamente i respingimenti di chi chiede di vivere, venendo alla luce o sbarcando sulla terraferma.
Là dove un aggettivo qualsiasi è più importante del sostantivo “essere umano”, mai nessun diritto universale può essere riconosciuto. Se “concepito” o “nato”, se “malato” o “sano”, se “ricco” o “povero”, se “cittadino” o “straniero”, se “uomo” o “donna”, se “giovane” o “vecchio”… se questi aggettivi sono più importanti del semplice sostantivo “essere umano”, abbiamo perso per strada un pezzo fondamentale della nostra civiltà. Concentrandosi nella Notte di Natale su quella stalla, la Chiesa riaccende una semplice e grande verità: la vita va accolta. Alla porta della locanda del cuore umano non si può appendere il cartello: “chiuso per indifferenza”.

Abbiamo bisogno del Natale

Abbiamo bisogno del Natale, oggi più che mai. Percepiamo attorno a noi un clima pesante. Aumentano i gesti di disprezzo, la violenza verbale e non meno – purtroppo – quella fisica, anche tra le mura domestiche. Al dialogo e al confronto si sostituiscono spesso parole offensive e che intendono svalutare l’altro. C’è bisogno del Natale, ma non come festa che – magicamente – ci rende almeno per un giorno «tutti più buoni». Non servirebbe a nulla ritrovare la bontà se non trasformasse nel profondo i nostri atteggiamenti e soprattutto il nostro sguardo.
No, abbiamo bisogno del Natale perché abbiamo bisogno di sentire che Dio ama la nostra fragilità. Il Natale è questo: fare memoria di un Dio che si è fatto umano, che ama a tal punto la nostra natura terrena e terrestre da assumerla per essere Emmanuele, il «Dio con noi».
In Gesù che nasce vediamo il Dio che non disprezza la nostra fragilità, ma la fa sua come occasione per amare. La mitezza del bambino, il suo affidarsi alle cure di una coppia «precaria» come Maria e Giuseppe, ci ricordano che Dio non teme l’uomo, ma chiede di essere suoi collaboratori perché la tenerezza e la bontà di Dio siano raccontate a tutti gli uomini.
Tuttavia i vangeli ci raccontano che questo riconoscimento di Dio, nella carne fragile di un bambino, non è operazione semplice. Esige un cambio di atteggiamento che sintetizzerei in tre parole: silenzio, meraviglia, pazienza.

La nascita del Signore Gesù avviene nel silenzio. Le parole sono poche, sobrie. Prevale il silenzio. Al frastuono dei potenti, al chiacchiericcio di chi vuole capire senza però implicarsi, si contrappongono le parole misurate, le domande che risuonano nell’intimo, e gli inviti a muoversi di Maria e Giuseppe, come dei pastori o dei magi.

Chi accoglie il bambino sperimenta la meraviglia e lo stupore. Meraviglia per aver scoperto che Dio si è fatto prossimo, che nella nostra vita ordinaria, segnata dalle fatiche e dagli imprevisti, dalle speranze come dalle delusioni, proprio a noi, Dio vuole farsi accanto. A dei poveri pastori disprezzati da tutti, o a dei «cercatori di Dio di altri paesi» come i magi. Non i palazzi dei potenti, non i sontuosi luoghi religiosi, ma la semplice concretezza della vita presente sono gli spazi dove Dio vuole farsi carne e rivelarsi.

Ma per riconoscere fino in fondo questa presenza occorre pazienza. Non basta l’incontro, la meraviglia e il silenzio del cuore. Occorre la pazienza di custodire questo incontro a lungo, lasciarlo risuonare nei propri pensieri come nel proprio cuore. Occorre permettere che questa novità rischiari, lentamente, le nostre storie.

Abbiamo bisogno del Natale, oggi. Abbiamo bisogno di ritrovare il silenzio che custodisce le parole buone e sensate. Abbiamo bisogno di ritrovare la meraviglia per il bene che ci viene incontro e che spesso sottovalutiamo. Solo un cuore e uno sguardo aperti alla novità, disponibile a riconoscere che qualcosa di inedito sta accadendo nella nostra vita, possono restituirci la gioia di sentirci raggiunti dal dono di Dio. Siamo troppo abituati a pensare che in fondo «non c’è niente di nuovo sotto il sole». Eppure, anche un bambino in fasce e una famiglia povera e costretta ad emigrare, come quella di Maria e Giuseppe, possono raccontare un Dio che ama la nostra vita nella sua ordinarietà.
Abbiamo bisogno della pazienza, perché il Dio di Gesù non si impone, non fa violenza. Ci chiede di frequentarlo con fedeltà e perseveranza; ci chiede di accettare di mettere da parte le nostre pretese del «tutto e subito». Solo così questo incontro potrà trasformare profondamente le nostre vite.

Non temiamo di intraprendere questo cammino. Anche noi alziamoci e «andiamo fino a Betlemme a vedere questo avvenimento» come dicono i pastori. Solo così la novità del Natale potrà illuminare a lungo i nostri giorni.

 

don Luca

Difensori del presepe

di A. Grillo

Ci sono, nelle tradizioni, logiche profonde e complesse, che vanno rispettate proprio nella loro complessità. Anche la tradizione cristiana, e in particolare quella cattolico-romana, non sfugge a queste logiche. Quasi 70 anni fa un parroco diede fuoco a Babbo Natale, sul sagrato della Chiesa, per “difendere” Gesù bambino dai “culti pagani”. Questo episodio diede lo spunto, a C. Lévi-Strauss per scrivere un bell’opuscolo, dal titolo “Babbo Natale giustiziato” nel quale metteva in luce la profonda continuità tra culto pagano e culto cristiano, sulla base della antica festa del Sol invictus, dove i temi della luce, delle piante sempreverdi e dei “vecchi/morti” e dei “bambini/neonati” si intrecciano strutturalmente.

Ora, in questo contesto, quando la polemica diventa vuota e formale, possiamo trovare il paradosso per cui politici senza vero retroterra di fede, la cui sensibilità verso lo straniero è proverbiale, diventino i “difensori del presepe” (e del Crocifisso), pretendendo di far passare pastori e cristiani come  “nemici del popolo”.

La questione decisiva, in tutto questo, è ciò che da tempo chiamo “effetto presepe”. Vorrei provare a spiegarlo brevemente. In tutte le grandi tradizioni, infatti, i passaggi decisivi – nel nostro caso cattolico, il Natale e la Pasqua – diventano “luoghi di riconoscimento”, non solo religioso, ma culturale e sociale. “Fare il presepe” a Natale, e “visitare i sepolcri” a Pasqua diventano luoghi di identità. Ma, proprio in questo passaggio, le tradizioni si mettono a rischio, perché concentrano in un punto tutti i “messaggi” e proprio per questo “sovraccarico” rischiano di perderne il senso. Il presepe e il Crocifisso diventano, così, meri simboli di identità, in cui la comunità si identifica “contro qualcuno”, contraddicendo in modo vergognoso il significato del simbolo stesso.

Il presepe, in modo esemplare, costituisce un caso tipico di questa “tentazione”. Presepe dice, in latino, “mangiatoia” e costituisce la “versione di Luca” del mostrarsi del Salvatore. Che si rivela ai pastori irregolari e non ai buoni credenti regolari del tempo. La tensione, in quel testo di Luca, è tra la grandezza del Signore e la piccolezza umana che può riconoscerlo solo nella irregolarità dei pastori. Nella versione di Matteo, invece, la dose è ancora rincarata: la tensione è tra la stella e i magi che la seguono, nella loro condizione di stranieri, e la ostilità viscerale dei residenti. Il “presepe”, mescolando tutti questi messaggi, rischia di non aumentare, ma di diminuire la forza della tradizione, riducendola a un “soprammobile” borghese. Il presepe significa che ultimi, stranieri e irregolari riconoscono Gesù, mentre Governatori, Ministri e residenti regolari cercano di ucciderlo. Esattamente come, a Pasqua, sanno riconoscere Gesù una donna dai molti mariti, un disabile grave come il cieco nato e un cadavere come Lazzaro, mentre i potenti lo uccidono senza pietà. Queste sono le categorie privilegiate dalla Chiesa!

Ciò che il mondo cattolico deve chiedere, con parole pacate, è un passo avanti nell’assumere il significato autentico del Presepe e del Crocifisso, chiedendo ai politici di fare un “passo indietro” su temi che non si possono fare entrare nella bieca speculazione politica. Ecco come lo aveva detto, alcuni anni fa, il Vescovo di Padova: «Fare un passo indietro non significa creare il vuoto o assecondare intransigenze laiciste, ma trovare nelle tradizioni, che ci appartengono e alimentano la nostra fede, germi di dialogo. Il Natale, in questo senso, è un esempio straordinario, un’occasione di incontro con i musulmani, che riconoscono in Gesù un profeta e venerano Maria». Solo con un piccolo passo indietro si fa un grande passo avanti. Nella pura tradizione cristiana. E non è un caso che i politici dell’odio e della indifferenza oppongano a questo una resistenza viscerale.

Vogliono cacciare gli stranieri e i crocifissi dall’Italia e avere in ogni ufficio crocifissi e presepi come soprammobili? Questo è semplicemente disgustoso. Delle due l’una: o riempiamo di simboli natalizi e pasquali una terra che sappia dimostrarsi accogliente e non indifferente. O scegliamo di cacciare chi è senza casa e tutti i crocifissi della terra, ma, almeno per un minimo di pudore, cerchiamo di arrossire davanti ai simboli di ciò che non accettiamo e vogliamo soltanto combattere. E’ ovvio che, per chi gioca solo su odio e disprezzo, anche il presepe e il crocifisso possono diventare non strumenti simbolici di comunione, ma strumenti diabolici di disprezzo.  A questo uso distorto e  perverso dei grandi simboli cristiani ci opporremo sempre con assoluta determinazione.

(in www.cittadellaeditrice.com/munera)

3 dicembre 2018

“Celebrare assieme” – Una serata di formazione liturgica a San Cesario

La comunità cristiana di San Cesario celebra bene, con cura. Le nostre messe esprimono il bello della fede e realmente costruiscono la nostra comunità. Proprio perché abbiamo questa sensibilità, questa riflessione intende approfondire «perché celebrare e celebrare in un certo modo, fa crescere la fede»; e di conseguenza: Come un certo modo di celebrare – al contrario – impoverisce la fede.
Partiamo da un breve racconto tratto dal «Piccolo principe»

Buon giorno”,
disse il piccolo principe.
“Buon giorno”, disse il mercante.
Era un mercante di pillole perfezionate
che calmavano la sete.
Se ne inghiottiva una alla settimana
e non si sentiva più il bisogno di bere.
“Perché’ vendi questa roba?” disse il piccolo principe.
“E’ una grossa economia di tempo”, disse il mercante.
“Gli esperti hanno fatto dei calcoli.
Si risparmiano cinquantatré minuti la settimana”.
“E che cosa se ne fa di questi cinquantatré minuti?”
“Se ne fa quel che si vuole…”
“Io”, disse il piccolo principe,
“se avessi cinquantatré’ minuti da spendere,
camminerei adagio adagio verso una fontana…”

Con la domenica e la messa possiamo correre il rischio di vivere una esperienza simile a quella descritta nel brano de «Il piccolo principe». Alla domenica e alla celebrazione rischiamo di chiedere il “tutto e subito”, quasi che si potesse afferrare in un attimo, in quarantacinque minuti, quello che la settimana o la vita ordinaria non ci permettono.
Il piccolo principe, invece, propone di camminare adagio verso la fontana. Camminare, cioè, muoversi, attivare il corpo e il desiderio. Adagio, per gustare il cammino e non divorare il tempo. Verso la fontana, simbolo delle sorgenti sacre della vita. La domenica è il tempo donato da Dio per caminare adagio verso la sorgente eucaristica della vita. Perché l’eucarestia è per il cristiano. la sorgente da cui sgorga l’acqua viva della Parola di Dio che si fa di nuovo carne e sangue.

Il titolo un po’ provocatorio («L’importante è partecipare»), intende mettere al centro la questione fondamentale:
nella celebrazione siamo tutti coinvolti e tutti partecipi.
Si tratta di una delle consapevolezze più decisive emerse dal Concilio Vaticano II. Il popolo di Dio, radunato, partecipa alla celebrazione. Non semplicemente assiste, ma è «concelebrante», attraverso una serie di azioni che, ora il presbitero, ora il lettore, ora il salmista, ecc…coinvolgono l’intera comunità.
Chi interviene si fa «voce», si fa «gesto» per e assieme alla assemblea, ma mai «al posto di…», cioè esonerandoci. Liturgia significa «azione del popolo e per il popolo», ovvero quello che noi facciamo davanti a Dio perché Egli sia con noi e si riveli a noi.

Questa partecipazione avviene prima di tutto lasciandosi immergere dalla celebrazione. Cosa intendiamo dire? Se pensiamo a certe esperienze della nostra vita ordinaria, ci rendiamo conto che si comprendono esclusivamente vivendole, prima ancora di capirne il senso a livello intellettuale. I termine corretto è pertanto immersione. Essere circondati, essere dentro. La liturgia la si comprende vivendola. L’esperienza di fede, del resto, non è tanto stare davanti a Dio, o Dio in me, ma stare in Dio. Ci lasciamo avvolgere dalla esperienza liturgica. Il termine più giusto allora non è capire, bensì com-prendere. Entrare con tutto noi stessi in una esperienza fatta di parola, gesti, tatto, odorato, suoni, voce, canto, movimento.
Infatti ci sono esperienze e consapevolezze che non si possono capire, fare nostre, se non vivendole. Solo grazie ad azioni o gesti che instillano in noi una nuova consapevolezza, solo grazie ad un linguaggio diverso, possiamo vivere l’esperienza di fede. Sono soprattutto i linguaggi simbolici, come il linguaggio poetico, dell’arte (musica), del muoversi.

Per questo motivo occorre entrare nella liturgia con tutto il proprio corpo, non solo con la testa. Siamo spesso intimiditi nell’usare il corpo, nel dare legittimità, spazio, libertà e valore al corpo e ai suoi movimenti, alle sue emozioni, alle sue espressioni. Invece la liturgia vive ed è decisiva grazie a tanti linguaggi, dove quello verbale e quello concettuale è uno solo di questi e, per certi versi, nemmeno il più decisivo.
Si vive l’esperienza di fede attraverso i cinque sensi: il tatto, il gusto, l’udito e la voce, l’olfatto, la vista. Noi entriamo nella liturgia con questi sensi. Anzi, il primo è sempre il tatto. Eppure ci concentriamo sul cervello. Per questo è importante un certo modo di cantare, di muoversi, di apparecchiare la mensa e la Parola, le luci, i movimenti, o l’accostarsi al pane e al vino…
Sono esperienze spirituali.
Infatti ciò che è esteriore incide sull’interiore. Non è vero che ciò che conta è l’interiorità a prescindere dal corpo e dall’esteriorità.
Questo è un esito della mentalità illuminista che abbiamo portato dentro la chiesa e che ancora ci limita tantissimo. Tuttavia, se ci pensate, nella realtà normale, quella che viviamo tutti i giorni, non è così. Siamo consapevoli che l’esterno incide sull’interno. Corpo e interiorità sono una cosa sola. Molte cose le impariamo dal corpo e col corpo, prima ancora che diventino concetto, riflessione, convinzione pensata.
«Eppure conta il cuore» – diciamo spesso. NO! Conta il cuore che sente, che si interroga perché scaldato da un canto, raggiunto da una parola attraverso una voce, toccato da un movimento, da un contatto, da un incontro di sguardi.
Oppure dal silenzio.
Un ultimo, ma non meno importante, aspetto è la comunità. Essa è fondamentale.
La liturgia è azione del popolo quindi di un «noi». Non è esperienza individuale. Personale, sì, cioè che vivo in quanto persona credente e figlio di Dio, ma dentro una comunità. Non è esperienza di isolamento (mi ritaglio uno spazio per me). Quello che raggiunge me, mi raggiunge attraverso e grazie ad un NOI!
Non esiste esperienza di fede senza un noi.
Lo dice bene sempre il Concilio Vaticano II nel documento sulla liturgia (Sacrosanctum Concilium) al n° 26:

Le azioni liturgiche non sono azioni private ma celebrazioni della Chiesa, che è «sacramento dell’unità», cioè popolo santo radunato e ordinato sotto la guida dei vescovi. Perciò tali azioni appartengono all’intero corpo della Chiesa, lo manifestano e lo implicano; ma i singoli membri vi sono interessati in diverso modo, secondo la diversità degli stati, degli uffici e della partecipazione effettiva.

Avvento: il tempo dell’invocazione e dell’attesa

Entriamo nel tempo dell’avvento, il tempo della memoria, dell’invocazione e dell’attesa della venuta del Signore. Per molti cristiani l’Avvento è stato ridotto ad una semplice preparazione al Natale, quasi che si attendesse ancora la venuta di Gesù nella carne della nostra umanità e nella povertà di Betlemme. Si tratta di “un’ingenua regressione devota che depaupera la speranza cristiana”, riducendo così l’avvento ad un tempo dolciastro e svuotato della dimensione di attesa, tensione, vigilanza e responsabilità. Nell’avvento certamente ricordiamo che il Signore è venuto duemila anni fa’, ma l’avvento ci spinge oltre: non solo il Signore è venuto, ma soprattutto il Signore verrà alla fine dei tempi (noi stiamo camminando verso una buona meta, non verso il nulla) e il Signore viene anche oggi nella nostra storia invitandoci a renderla storia di salvezza per ogni uomo! Il tempo dell’Avvento vuole risvegliare in noi con forza queste due attese: l’attesa della venuta del Signore alla fine dei tempi e l’attesa della venuta del Regno di Dio nella nostra storia presente. L’Avvento ci spinge innanzitutto a sollevare lo sguardo verso il futuro, verso la fine dei tempi. Tutta la creazione geme e soffre come nelle doglie del parto aspettando la sua trasfigurazione e la manifestazione dei figli di Dio (cf. Rm 8,19ss.): il Signore verrà alla fine dei tempi e instaurerà il suo regno di giustizia e di pace. Sostenuta da questa fiducia, la chiesa nel tempo di Avvento, ripete con più forza e assiduità l’antica invocazione dei cristiani: Marana thà! Vieni Signore! L’Avvento ci ricorda che noi cristiani viviamo nell’attesa della venuta di Cristo alla fine dei tempi, l’Avvento però ci ricorda anche che in attesa del giorno del Signore noi non possiamo chiuderci nella nostra passività. Proprio l’attesa del Signore alla fine dei tempi ci obbliga a vivere da svegli e non da addormentati, ci obbliga a vivere nella vigilanza che è amore concreto verso gli altri soprattutto gli ultimo e i poveri. Proclamare nelle liturgie di Avvento: “Maranatha! Vieni Signore”, significa per noi cristiani impegnarci attivamente e concretamente perché il regno di Dio venga ora nella nostra storia. In questi giorni di avvento in cui le ore di luce si accorciano e la notte sembra vincere, noi cristiani non ci arrendiamo e continuiamo a cercare la luce vera guidati nel nostro cammino dalla croce dell’amore che le tenebre non hanno potuto e non potranno contenere.

Alcuni segni per le nostre liturgie d’Avvento
– L’avvento comincia nel momento in cui attorno a noi la natura si addormenta nel sonno dell’inverno e le giornate vedono diminuire la luce e crescere la notte. In questi giorni in cui le tenebre sembrano vincere sulla luce, per ricordarci che noi stiamo camminando verso la luce vera che le tenebre non possono vincere, iniziamo ogni celebrazione con il rito del lucernario: la chiesa è buia e durante l’atto penitenziale vengono accese progressivamente le luci. Accendiamo anche le candele che rappresentano le quattro settimane di avvento e, prima dell’ascolto della Parola di Dio, la candela sotto l’ambone: la Parola sia la luce che guida la nostra attesa.
– Il tempo dell’Avvento è il tempo in cui la chiesa invoca: “Maranatha! Vieni Signore!”, questa invocazione caratterizza l’atto penitenziale, nella certezza che il Signore non viene per condannare ma per salvare.
– La croce di Lampedusa, che abbiamo scelto di mettere al centro della liturgia in questo tempo di Avvento, ci richiama con forza l’attesa della venuta del Signore alla fine dei tempi e l’attesa della venuta-realizzazione del Regno di Dio nella nostra storia presente. La croce di Lampedusa ci ricorda che in attesa del giorno del Signore noi non possiamo chiuderci nella nostra passività. Proprio l’attesa del Signore alla fine dei tempi ci obbliga a vivere da svegli e non da addormentati, ci obbliga a vivere nella vigilanza che è amore concreto e non nella globalizzazione dell’indifferenza.

Il tempo di Avvento

«Il tempo di Avvento ha una duplice caratteristica: è tempo di preparazione alla solennità del Natale, in cui si ricorda la prima venuta del Figlio di Dio fra gli uomini e, contemporaneamente, è il tempo in cui, attraverso tale ricordo, lo spirito viene guidato all’attesa della seconda venuta di Cristo alla fine dei tempi».
In questo periodo, infatti, la comunità cristiana si prepara a fare memoria dell’Incarnazione del Verbo, quando Dio, nella pienezza del tempo, mandò il suo Figlio, nato da donna», ma anche attende trepidante il ritorno glorioso del Cristo alla fine dei tempi. La compresenza e la complementarietà tra la tensione della Chiesa che attende con gioia il compiersi definitivo della redenzione e la memoria grata del «mirabile scambio» tra divinità e umanità è ben testimoniata dalle parole della liturgia. Ad esempio:

«Ascolta, o Padre, le preghiere del tuo popolo
 in attesa del tuo Figlio
 che viene nell’umiltà della condizione umana:
 la nostra gioia si compia alla fine dei tempi quando egli verrà nella gloria».

Seppur accentuate alternativamente, la liturgia di tutto l’Avvento, pertanto, contempla ambedue le venute di Cristo in un profondo rapporto. «Le letture del Vangelo hanno nelle singole domeniche una loro caratteristica propria: si riferiscono alla venuta del Signore alla fine dei tempi (I domenica), a Giovanni Battista (II e III domenica); agli antefatti immediati della nascita del Signore (IV domenica). Le letture dell’Antico Testamento sono profezie sul Messia e sul tempo messianico, tratte soprattutto dal libro di Isaia».

Perché cambia il Padre nostro

 

di Enzo Bianchi in “la Repubblica” del 16 novembre 2018

 

Sono ormai passati quasi cinquant’anni dalla traduzione ufficiale in italiano del Messale romano, riformato da Paolo VI in obbedienza al concilio Vaticano II: un tempo molto lungo per una lingua viva come l’italiano. Occorreva dunque una nuova traduzione, una revisione dei testi liturgici e la Conferenza episcopale italiana ha approvato il lungo lavoro svolto da vescovi ed esperti a partire dal 2002.

In realtà non ci sono grandi novità: più che “nuova” potremmo definire questa edizione come “riveduta”; eppure, di fronte a questo aggiornamento si sono subito levate voci pretestuose: “Ci cambiano la messa, ci cambiano il Padre nostro, ci cambiano il Gloria…”. Infatti, per i cattolici che frequentano la messa domenicale, risulteranno evidenti solo due espressioni, il cui cambiamento si è reso necessario per facilitare una comprensione più aderente al testo del Vangelo che contengono.

Era certo bella e piena di significato l’espressione “pace in terra agli uomini di buona volontà”, che traduceva letteralmente il latino della Vulgata, ma non l’originale greco del Vangelo di Luca. A molti questa locuzione indicava che Dio ama gli uomini oltre le frontiere cristiane, ama anche quelli che, pur senza la fede, hanno la bontà nel loro cuore e cercano di realizzarla. In questo senso la usò pure papa Giovanni XXIII, indirizzando alcuni suoi scritti, a cominciare dalla Pacem in terris, non solo alle persone di chiesa ma anche, appunto, “a tutti gli uomini di buona volontà”. Tuttavia l’espressione ora adottata — “pace agli uomini amati dal Signore” — (nel greco “pace agli uomini che egli ama”) non esclude nessuno, ma afferma che Dio ama tutta l’umanità. La nuova traduzione della Bibbia pubblicata dalla Cei nel 2008 l’aveva già adottata, così come nella versione di Matteo del Padre nostro era apparsa allora l’altra espressione innovativa: “non abbandonarci alla tentazione”.

In ogni caso, questo nuovo tentativo di traduzione era necessario affinché nessuno oggi fosse indotto a pensare che Dio ci tenta al male, al peccato: sarebbe una bestemmia! Dio ci può sottoporre alla prova per saggiare e discernere il nostro cuore, ma mai alla tentazione. D’altronde già sant’Ambrogio di Milano nel IV secolo commentava così: “Non permettere che siamo condotti nella tentazione da colui che tenta più di quanto possiamo sopportare; non si dica quindi non ci indurre in tentazione”, vietando così di attribuire a Dio la responsabilità delle nostre tentazioni.Questa traduzione è una delle possibili, non la sola: tradurre a volte può sconfinare nel tradire, ma è un rischio che va assunto con consapevolezza. Infatti, la traduzione che tutti i cristiani usavano da decenni, molto fedele al testo latino, suonava “non ci indurre in tentazione” e rischiava di dare un’immagine perversa di Dio, quasi che Dio possa essere l’autore della tentazione. Dio invece non ci tenta e non può tentare nessuno al male, come afferma l’apostolo Giacomo nella sua lettera (Gc 1,13-15). Come comprendere allora questa richiesta rivolta al Padre? Non è facile tradurre un’espressione greca che forse trova ispirazione in un salmo in aramaico ritrovato a Qumran, dove il fedele prega: “Fa’ che non entri in situazioni troppo difficili per me!”. Il termine greco (peirasmos) indica “prova” oppure “tentazione”? E il verbo “non farci entrare” ( nella prova o nella tentazione), essendo in forma causativa, non significa forse “fa’ che non entriamo in tentazione”? I vescovi francesi, nella traduzione adottata alcuni anni or sono, hanno scelto di cambiare il precedente “non sottometterci alla tentazione” con ” non lasciarci entrare in tentazione”. La scelta per la nostra lingua poteva essere: “non abbandonarci nella tentazione”, oppure “non abbandonarci alla tentazione”, ma anche “non lasciarci cadere in tentazione” (come scelto dalla traduzione spagnola).

Va comunque ricordato che la comprensione della liturgia e del suo linguaggio è una sfida incessante: si tratta di veicolare un messaggio in modo fedele all’intento originale e, al contempo, comprensibile dal destinatario concreto.

Quando Dio ci sorprende.

Ogni nuovo inizio è una opportunità. L’invito che ha dato spunto al nostro anno pastorale è quello di un «cambio di sguardo». Osservare la vita, la nostra vita da una prospettiva diversa.
Quando ci poniamo da una prospettiva diversa le cose sono le stesse, ma si può cogliere di esse qualcosa di nuovo, una sfaccettatura mai considerata prima, un aspetto che getta una luce diversa anche su un singolo ambito della nostra esistenza. I nuovi inizi sono così. I cambiamenti ci costringono a ri-posizionarci, ad assumere una posizione diversa e quindi – se lo desideriamo – a guardare in modo diverso. In queste settimane, in questi ultimi mesi, sono cambiate diverse cose. Don Fabrizio ha salutato questa comunità con la quale ha camminato per dodici anni, sono giunto io, dopo un percorso di riflessione tra la comunità e il vescovo molto prezioso, ma che ha costretto a porsi in una ottica diversa. E poi la canonica in ristrutturazione. La canonica «casa della comunità». Un luogo che non solo accoglie, ma fa vivere e respirare quella idea di chiesa che abbiamo imparato a sperimentare in questi anni.
Un nuovo inizio che porta con sé tante domande, anche tanti dubbi, che costringe a ri-collocarsi e a domandarsi: «Io come sto davanti a tutto questo?». Continue reading

Iniziazione cristiana e comunità-grembo

di Enzo Biemmi – Assisi 28 aprile 2018

Da una ventina di anni la Chiesa italiana ha investito molto nel rinnovamento dell’Iniziazione Cristiana (IC). Alcune diocesi hanno fatto da apripista, con molto coraggio. Altre comunità stanno ancora alla finestra, desiderose di partire ma esitanti, in cerca di orientamenti e indicazioni di percorso sufficientemente sicure. Altre, infine, dobbiamo riconoscerlo, si limitano a ripetere stancamente quello che si è sempre fatto. Il motivo di questo lavoro ci è chiaro: la constatazione che l’IC non inizia più o inizia molto debolmente alla fede. Il lavoro di questi anni si è svolto tra momenti di entusiasmo e di scoraggiamento, convinzioni forti e dubbi che hanno fatto spesso capolino. Il tutto ha comportato un impegno notevole nella riqualificazione dei catechisti e dei parroci implicati, un dispendio di energie che qualche volta è risultato perfino superiore alle risorse disponibili. Oggi sentiamo la necessità di un rinnovamento, ma di un rinnovamento “sostenibile” per le nostre comunità reali. Che ne è di tutto questo lavoro? Possiamo dire che abbiamo raggiunto qualche punto fermo?
Da questo percorso non privo di ostacoli e tutt’altro che concluso abbiamo saputo imparare, riflettendo, condividendo, aggiustando il tiro quando è stato necessario. Pur nella pluralità delle scelte e dei percorsi siamo arrivati per il momento ad una conclusione condivisa che così riassumo: il rinnovamento dell’IC non è primariamente una sfida catechistica, ma ecclesiologica.
Vorrei motivare questa affermazione. La prima tappa è stata la rinuncia a pensare che il rinnovamento dell’IC sia prima di tutto una questione di rinnovamento delle strategie o dei modelli di catechesi. La vera sfida è mettere il vino nuovo in otri nuovi. L’otre vecchio è la comunità, o meglio la “non comunità ecclesiale”, la mancanza di un grembo comunitario generativo. Il modello catecumenale, il modello dei 4 tempi, il modello consueto rinnovato sono sterili o fecondi (la fecondità secondo Dio e secondo i suoi tempi, naturalmente) a seconda di questa condizione: che ci sia un tessuto ecclesiale generativo, che ci sia una comunità così appassionata della vita che desideri fare figli. Si genera là dove c’è un grembo e c’è un grembo là dove c’è desiderio. Al punto di arrivare a dire che se c’è una comunità desiderante, anche i modelli molto tradizionali possono essere efficaci.
Siamo dunque tornati al palo, al punto di partenza dopo venti anni di lavoro? Non esattamente. Da quello che abbiamo capito fino ad ora grazie a chi ci ha messo l’impegno e la creatività è questo: è iniziazione cristiana l’atto generativo di una comunità che tramite un bagno di vita ecclesiale propone con gioia un tirocinio, un apprendistato alla vita cristiana attraverso le tappe sacramentali, per persone che non hanno più o quasi più o non ancora un’esperienza concreta di vita cristiana, cioè di relazione con il Signore Gesù all’interno della comunità dei suoi discepoli. Un bagno di vita ecclesiale. Non più preparare ai sacramenti, ci siamo detti, ma iniziare alla vita cristiana attraverso le tappe sacramentali. E la condizione di tutto questo è evidente: che ci sia una comunità che accoglie l’amore del Signore, ha desiderio di avere dei figli, li concepisce, li partorisce, li fa crescere, li accompagna, lascia che vivano il dono di cui essi sono portatori senza volerne fare delle fotocopie. Desiderare, concepire, partorire, avere cura, lasciar partire: i verbi del generare sono i verbi dell’iniziazione cristiana. Essi chiedono una madre che desidera dei figli. Una madre, non una baby sitter.
È quanto ci siamo sentiti dire dalla relazione di Mons. Erio Castellucci in apertura del Convegno dei Direttori degli Uffici Catechistici Diocesani. Riascoltiamo la sua conclusione: «Il passaggio fondamentale oggi mi sembra proprio questa consapevolezza “olistica”, a tutti i livelli della maternità ecclesiale. Chi genera alla fede non è, e non deve essere, solamente “la catechista”, ma tutta la comunità, tutta l’assemblea eucaristica, e specialmente l’insieme degli operatori pastorali, a partire dai presbiteri e dai diaconi, per comprendere gli animatori della liturgia, del coro e dell’oratorio, gli allenatori, le persone impegnate nella Caritas, i capi scout e gli educatori di Azione Cattolica e così via. O l’intera comunità si rende conto di essere grembo, oppure questo grembo sarà sterile. Un approccio “olistico” dunque comporta l’integrazione fra i diversi ingredienti dell’esperienza cristiana e tra i diversi soggetti della comunità».